Commento al Vangelo di domenica 25 aprile

IVDOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Il buon pastore dà la propria vita per le pecore

(Elisa Moro)

L’immagine del “buon pastore”, proposta nel Vangelo (Gv. 10, 11-18), è tra le più care alla tradizione cristiana, fino a ritrovarla negli affreschi delle catacombe; Cristo è il pastore che afferma: “io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare” (Ez 34, 11-12.14).

Per ben tre volte, in questo brano, compare l’espressione “buon pastore”, che si rivela tra le più complete definizioni cristologiche: è il“(buon) bel (kàlos) pastore” (v.11), icona visibile dell’eterna bellezza del Padre. Il bello, non soltanto estetico, la via pulchritudinis, appare oggi di particolare urgenza educativa nell’attuale società e nella Chiesa, per recuperarne il senso profondo, che attrae verso l’assoluto: “solo la profondità che non si manifesta dà al fenomeno del bello il suo carattere affascinante” (Von Balthasar, Gloria, p. 373). Il bel Pastore, perfetta sintesi del più bello tra i figli dell’uomo e dell’uomo dei dolori, è il modello di una vita appassionata, che si fa prossima, nella Chiesa, nella Liturgia, come nel caso della conversione del poeta Claudel: “in un istante il mio cuore fu toccato ed io credetti, con una tale forza, che non lasciava posto a nessun dubbio”.

Offerta e intima amicizia con il Pastore; questi i tratti che si possono cogliere dalla pagina giovannea.

Offerta: il pastore “offre” la sua esistenza (v.11), la dona totalmente, dimostrando che non è il potere a redimere, ma l’amore. L’essenzialità del mistero della Croce è al centro dell’incontro con Gesù vivente e della sequela: “cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi” (Ignazio di Antiochia, Romani, VI); non la si può respingere, costruendo un Cristianesimo semplificato: “per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile” (Abate Teodoro, Discorso sulla croce, 99).

Intima amicizia: “e le mie pecore conoscono me” (v. 15). Quella di Cristo non è “una conoscenza astratta, intellettuale”, ma “liberatrice, che suscita fiducia” (Giovanni Paolo II, 16/05/1979) e apre al bisogno di Qualcuno. Occorre domandarsi se veramente si conosca il Pastore, che conduce “non solo alla conoscenza della fede, ma anche a quella dell’operare” (Gregorio Magno, Om. 14, 3-6).

Conoscere il Pastore non può condurre a vivere in ovili tranquilli, dove ci si prende cura di chi è rimasto, mantenendo “la posizione”; l’incontro con il Risorto è il punto di partenza per annunciare Cristo, dunque: “duc in altum!” (prendiamo il largo).

(Gv 10,11-18) In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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