Commento al Vangelo di domenica 28 marzo

DOMENICA DELLE PALME (ANNO B)

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco

(sem. Alessandro Masseroni)

Dante, che ricordiamo quest’anno a sette secoli anni della morte, apre la Divina Commedia con un verso – “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita” – che mi viene alla mente di fronte alla sconvolgente realtà della Passione del Signore a cui la Chiesa ci fa rivolgere lo sguardo in questa domenica, soglia della Settimana Santa.
Anche noi, come i discepoli della prima ora, ci sentiamo smarriti difronte all’oscurità che circonda gli eventi che precedono la domenica di risurrezione.

Cristo è vincitore, lo sappiamo; è risorto e presente in mezzo a noi, ma la contemplazione della sua Passione, nella sua insondabile profondità, ci sconvolge: lo vediamo morire sulla croce, ricoperto di piaghe; guardiamo a Lui che era chiamato “Rabbì” (Mc 14,45) ed è ora relegato a “brigante” (Mc 14,48), “profeta” (Mc 14,65) ed è ora accusato di “bestemmia” (Mc 14,64); è il “Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16) e ora è un “rinnegato” (cfr. Mc 14,62).

La visione di Gesù in croce ci interpella. Dinnanzi a Cristo crocifisso o si afferma con il centurione: “davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,38), o tutto crolla.

“Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3) aveva detto Gesù. Noi, sulla soglia della Settimana Santa, percepiamo che i nostri occhi devono accogliere lo sguardo di quei “pueri” che, con “rami di palme”, accompagnarono festanti Gesù nel suo ingresso in Gerusalemme.

Un antico Padre della Chiesa, Cirillo d’Alessandria, li definisce “oi theologoi paides”, “i fanciulli teologi” (Om. XIII). “Teologo”, infatti è “colui che proclama la divinità di un essere”. In questo senso, allora, tutti noi siamo chiamati a diventare “teologi”, senza dimenticare ciò che san Francesco d’Assisi diceva ai suoi frati: “Predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole”.

Citando queste parole il Santo Padre Francesco ricordava al Congresso del 2013 sulla catechesi che “le parole vengono, ma prima la testimonianza: che la gente veda nella nostra vita il Vangelo”: eco di quanto il Papa emerito Benedetto XVI nella V Conferenza dell’Episcopato latinoamericano (2007) richiamava: “La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione: come Cristo, che ‘attira tutti a sé’ con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce”.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
(Mc 11,1-10)
Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?».
Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.
Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra.
Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi.
Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!

Esegui l'accesso per Commentare