Cosa resta da capire della vicenda di Silvia Romano

L’annuncio della liberazione di Silvia Romano è stato accolto dagli italiani in generale con grande soddisfazione. Cosi come si accoglie tutto ciò che è “liberazione” in questo momento in cui vogliamo scrollarci di dosso l’oppressione del coronavirus. Persino il 25 aprile scorso fu usato più per esorcizzare la pandemia, che come ricordo della cacciata dei tedeschi dal suolo italiano. La soddisfazione per la liberazione di Silvia Romano si è infranta – non sappiamo per quanti, ma tanti a giudicare dal clamore che fanno sui social (come sempre gli “altri” sono più propensi a fare i saggi e stare zitti) – quando la giovane donna è apparsa sulla scaletta del Falcon dei servizi segreti italiani sulla pista di Ciampino. L’abito ha fatto il monaco e quello è bastato per aver capito tutto della sua prigionia, del suo stato d’animo, di quello che ha fatto o non fatto in 18 mesi di cattività, di quel che si sarebbe meritata invece di essere liberata, e via di questo passo.
Certo, un merito la liberazione di Silvia Romano, lo ha avuto; dopo due mesi pesanti come macigni, i telegiornali e i giornali hanno aperto le loro edizioni con una notizia che non fosse il coronavirus. Anche questa è una sorta di liberazione!

Per cercare di capire in maniera equilibrata la vicenda umana che in questo momento è rappresentata da Silvia Romano, abbiamo rivolto alcune domande alla nostra già abituale collaboratrice di Roma, la dottoressa CRISTINA TERRIBILI, che nel campo del sostegno e formazione psicologica ha lavorato in Iraq, Ciad, Haiti, Palestina, Libano, Ruanda, Uganda, Repubblica democratica del Congo, Costa d’Avorio, Kazakistan, Georgia. Lo facciamo coscienti della delicatezza del momento e nel pieno rispetto che qualunque persona merita; il giudizio non ci appartiene, così come pure la giustificazione. Ci appartiene il desiderio di cercare di comprendere. L’avvenire farà il resto.

 

 

Dottoressa Terribili, che cosa può avvenire nella mente di chi resta per così tanto tempo nelle mani di sequestratori?
L’esperienza di un sequestro porta con sé sentimenti di profonda paura e angoscia. La confusione dei primi momenti, la vista delle armi, le voci perentorie dei rapitori, la paura per la propria incolumità, il disorientamento degli spostamenti, il passaggio da un gruppo di rapitori ad un altro, i tanti luoghi sconosciuti, i viaggi interminabili a piedi e in auto, la paura di essere violata. L’unico pensiero è sopravvivere, eseguendo gli ordini per non morire e per non far arrabbiare nessuno. Il disorientamento si accompagna anche ad una riduzione degli stimoli sensoriali: si viene incappucciati, si sosta in aree prive di punti di riferimento topografici, negli spostamenti si perde il senso dei kilometri fatti e la dimensione del tempo, viene alterato l’orologio biologico. La privazione sensoriale provoca disturbi della memoria, difficoltà di concentrazione e di orientamento nello spazio e nel tempo. Chiedere un libro – qualunque sia a disposizione –, si-gnifica cercare di rimanere su un oggetto concreto, un elemento di realtà: sicuramente a Silvia – come in generale a tutti i sequestrati – sono mancati tutti i mezzi di comunicazione; lei ne è stata privata per un anno e mezzo. Se attraverso la condivisione di un libro ha avuto l’opportunità di scambiare delle parole con qualcuno, questa è diventata un’occasione di incontro. Di entrare in comunicazione per cercare di comprendere quello che altrimenti si fatica ad accettare. Anche imparare qualche parola di arabo serviva a questo. Ci si aggrappa alle poche speranze che si hanno: sembra che a Silvia abbiano detto che se non avrebbe tentato di fuggire, non le avrebbero fatto del male e lei è stata diligente, è stata brava a seguire le indicazioni che vengono date in caso di rapimento. Mantenere la calma, eseguire gli ordini, parlare con tono calmo ai rapitori, trovare argomenti di cui parlare.

Quanto conta la giovane età e l’esperienza in Paesi anche così difficili in cui vivere e operare?
La giovane età ha in sé il desiderio di viaggiare e di scoprire nuovi mondi; inoltre permette quel pizzico di irresponsabilità che ti fa pensare che tutto sia possibile e soprattutto che non ti accadrà nulla di male. Inoltre la voglia di sentirsi utili, l’incontro con mondi diversi e affascinanti è molto attraente. Per questo è importante affidarsi ad organizzazioni serie, con anni di esperienza in quei Paesi, che abbiano relazioni radicate nel territorio e che siano in grado di tenere sotto controllo i livelli di sicurezza perché in alcuni Paesi i rapimenti sono estremamente frequenti. Noi veniamo a conoscenza dei casi in cui sono coinvolti nostri connazionali o poco più, ma il numero di rapimenti nel mondo è altissimo.

Che cosa dovremmo capire di una persona che esce da una esperienza del genere?
Che ha bisogno di tempo. Lo shock non finisce con la liberazione. Perdura anche nel ritorno a casa, nel doversi riabituare ad una nuova realtà che, sebbene conosciuta, appare nuova perché intrisa di nuovi significati.

Leggendo le critiche e gli insulti che le vengono rivolti, che cosa invece possiamo dire di non aver capito?
Che l’evento del rapimento è stato traumatico, che ogni cosa accaduta tra la Silvia che ha preso la valigia ed è partita per il Kenya e la Silvia che è scesa dall’aereo domenica c’è una distanza abissale. Avrà bisogno di tempo per fare ordine tra quello che ha passato, quello che è il suo presente e quello che vorrà indirizzare nel suo futuro.

Si può fare marcia indietro rispetto a decisioni prese in tempo di cattività?
Ogni decisione è stata forzata dalla straordinarietà degli eventi. Sarà un percorso di elaborazione di quanto vissuto che le permetterà nel tempo di compiere delle scelte consapevoli.

Ci dice due parole sulla sindrome di Stoccolma e se ne potremmo soffrire anche noi, a cui è bastato vedere un passo oltre la scaletta dell’aereo per diventare giudici, maestri, esperti, tuttologi?
L’empatia è una capacità dell’essere umano e questa la si può provare anche per un rapitore. Talvolta è favorita quando non si subiscono atti di violenza e si “sente” che il sequestratore non ce l’ha con noi come persona, ma perché si è oggetto di scambio, oppure si pensa che l’altro non aveva altro modo di raggiungere il proprio obiettivo se non attraverso quell’azione. Ognuno di noi potrebbe, in situazioni emotivamente molto complesse, vivere la Sindrome di Stoccolma, ora inserita nel disturbo da stress post traumatico, e simpatizzare per il proprio carceriere.

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