“Curriculum dello studente”: sicuri che sia davvero una buona idea?

(Susanna Porrino)

Quando il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi aveva proposto l’introduzione di un “curriculum dello studente” da accompagnare al diploma di maturità e da riempire con l’elenco delle attività e delle competenze perseguite a livello extrascolastico, probabilmente intendeva realizzare uno strumento che avvicinasse gli studenti alla realtà lavorativa e incoraggiasse la curiosità e la cultura anche al di fuori delle aule. Tuttavia, si è trattato di una scelta che ha incontrato moltissime critiche, e che presenta effettivamente vari elementi di debolezza.

Ad essere problematico non è tanto il curriculum in sé, quanto le idee e gli aspetti di cui esso si fa portatore e, in modo ancora più incisivo, quelli di cui non tiene conto. Oltre a rendere evidente il distacco tra gli studenti provenienti da famiglie economicamente più svantaggiate e coloro che invece hanno potuto permettersi più iniziative, a far maggiormente riflettere è una domanda di fondo: è davvero così essenziale chiedere ad un ragazzo di meno di vent’anni di classificare le proprie competenze in base alle esperienze o ai corsi a cui ha partecipato, dando per scontato che tutti i talenti, le passioni e le capacità possano o debbano essere sviluppate necessariamente all’interno di contesti chiusi e ben definiti?

Non tutti gli aspetti dell’esistenza possono essere catalogati, e in alcuni casi o fasi della vita, è bene che non lo siano affatto. Gli spazi bianchi nel curriculum di un ragazzo così giovane accusano (anche senza volerlo) la sua scarsa intraprendenza e la mancanza di competenze e risorse con cui affacciarsi nella spregiudicatezza di un mondo in cui conta solo la performance, quando la ricchezza dell’età giovanile, e in particolare di quella adolescenziale, sta spesso nella possibilità di scoprire e coltivare lentamente potenziali che a volte richiedono anni di lavoro spesso silenzioso e nascosto per poter generare frutti: le competenze vanno costruite di pari passo con la vita, e, se un gran numero di esperienze può aumentarne la quantità, solo il tempo e la maturità possono realizzarle in profondità.

Credo che il rischio sia quello di rendere la vita dell’individuo sempre più simile ad una vetrina in cui ogni momento dell’esistenza diventa oggetto di giudizio e valutazione offerto ad un pubblico esterno. I ragazzi vivono e crescono in una società che è già spontaneamente segnata dal pensiero ossessivo di dover dimostrare il proprio valore anziché viverlo; mi chiedo se sia così necessario accentuare l’idea che siano lo sguardo e il riconoscimento altrui a conferire loro un valore e una dignità.

Di fronte ad una scuola che assorbe di per sé già molto del tempo e dell’energia di cui i ragazzi dispongono, questo sistema sembra voler controllare e valutare anche il modo in cui vengono impiegate le ore spese all’esterno, accrescendo la necessità di condurre un’esistenza costretta a confrontarsi continuamente con standard e aspettative che investono anche gli spazi più intimi e privati: un 1984 orwelliano, con un taglio forse meno drammatico, ma con esiti piuttosto simili.

Non si tratta di criticare l’aspirazione ad una scuola maggiormente orientata verso la realtà concreta e verso il mondo del lavoro, ma il tema dovrebbe essere affrontato attraverso una riflessione sull’impostazione generale di tutto il sistema scolastico, e non certo sul suo esame conclusivo. È giusto valorizzare le competenze trasversali dei ragazzi, ma è giusto farlo non rimuovendo ciò che invece si ritiene ormai superfluo, portando l’attenzione su modalità di studio e di apprendimento basate anche su competenze diverse da quelle mnemoniche, dotandosi degli strumenti necessari per essere la palestra in cui gli studenti possano realmente crescere.

Credo che la scuola debba innanzitutto riscoprirsi capace di essere luogo di formazione efficace, e per farlo, forse, sarebbe bene che tentasse di abbandonare le sue strutture più tradizionali, prima fra tutti la ricerca continua di conferme in numeri e statistiche.

Quali punti di riferimento può infatti trasmettere un’istituzione che non dimostra più alcuna fiducia nemmeno in sé stessa e che implicitamente si riconosce incapace di fornire delle competenze efficaci ai propri allievi, esaltando invece il merito e la preparazione di chi ha saputo ricercare tali capacità altrove?

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