Si riapre lo scontro tra M5S e Pd, nonostante il “campo largo”. L’ex premier Giuseppe Conte ha ribaltato la linea europeista dei dem, schierandosi contro gli aiuti a Kiev, esattamente come Salvini e Vannacci; inoltre ha sfidato Elly Schlein nei gazebo, ponendo al centro il conflitto russo-ucraino. La segretaria dem, sempre “unitaria”, ha accusato il colpo, ricordando poi a Conte che le “primarie” vanno precedute da un’intesa generale sul programma di tutto il “campo largo”: altrimenti non si fanno.
Ma come conciliare la scelta storica per l’Europa delle grandi componenti politico-culturali (liberal-democratica, cattolica-democratica, socialista) con la linea filo-Putin dei Pentastellati? Si chiede di legare le mani all’Ucraina, ma si dimentica che dal 2022 Mosca aggredisce una nazione libera, rifiutando ogni appello alla tregua (anche di Papa Leone).
È la terza volta che gli ex grillini mettono in scacco la segreteria dem: nel 2013 fu “silurato” il candidato premier Pierluigi Bersani; nel 2022, dopo aver fatto cadere, con Berlusconi e Salvini, il presidente Draghi, rifiutarono l’alleanza con Enrico Letta, lasciando campo libero alla Meloni; oggi l’affondo contro la Schlein, che sa di implicita minaccia: o cede il primato della coalizione a Conte o finisce come Letta e Bersani.
Per la verità l’impasse è anche imputabile a quella parte del Pd (a guida Franceschini) che privilegiò la riconquista del potere, dopo la caduta del Governo Conte-Salvini-Di Maio, sottovalutando un elemento politico essenziale: gli ex grillini non sono un movimento di sinistra, nascono come un partito populista di protesta, fortemente anti-istituzionale. Ne è una controprova, oggi, l’ipotesi di una discesa in campo, da destra, del pupillo di Grillo, Alessandro Di Battista, con un fenomeno analogo a quello di Vannacci nel destra-centro. Forse Conte punta all’egemonia del campo largo per “neutralizzare” lo stesso Di Battista. Ma il prezzo politico non può essere la sottomissione a Mosca, colpevole – come ricorda spesso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – di aver aperto una guerra insensata e sanguinosa nel cuore dell’Europa, dopo ottant’anni di pace. Ha fatto bene la Schlein a chiedere una riflessione comune: i valori della politica sono più importanti della conquista del potere e non basta un pranzo per sciogliere nodi tanto intricati.
Nei giorni della crisi del “campo largo” è passata quasi inosservata una nuova dichiarazione pro-Putin del vice-premier Matteo Salvini: parlando della tragedia di Ceuta ha detto che i pericoli vengono dall’immigrazione incontrollata e non dalla Russia. Il segretario della Lega dimentica che da Ceuta non è giunta in Europa neppure una persona, mentre l’Ucraina, tutte le notti, è massacrata da missili e droni russi (in quattro anni e mezzo di guerra il bilancio è di 2 milioni tra morti e feriti).
Le divergenze parallele nei due Poli hanno indotto il “Corriere della Sera” (con Antonio Polito) e “La Stampa” (con Flavia Perina) ad interrogarsi sulla crisi del bipolarismo all’italiana (si è parlato di bipopulismo). La legge elettorale in discussione alle Camere, tuttavia, spinge i Poli ad aggregarsi nonostante tutto, premiando l’ex-generale Vannacci e l’ex premier Conte. Ma è la soluzione migliore per la governabilità del Paese? La stabilità non è garanzia di qualità. E la storia dell’Italia unita ne è la riprova. Un monito significativo è giunto dal Quirinale, che ha esortato le forze politiche a puntare sui problemi reali del Paese, evitando una dannosa campagna elettorale di un anno! Il clima di rissa permanente a Montecitorio non aiuta le istituzioni democratiche, anzi!
Ed anche i media sono stati esortati ad una lettura attenta dei fatti di cronaca: lo Stato non può abdicare di fronte a singole vicende (caso Roggero), le Forze dell’Ordine vanno sostenute (caso Chiomonte) contro l’inammissibile ricorso alla violenza, negatrice della democrazia. I partiti debbono considerarsi avversari politici, non nemici da abbattere: qui sta la grande diversità tra l’Italia repubblicana e l’America di Trump.



