“Dalle Alpi ai Ghati”

PROSEGUE IL RESOCONTO DI VIAGGIO DEI TRE SALESIANI DEL CAGLIERO

(dodicesima puntata)

Dopo la Messa ci ritroviamo tutti sul ponte, e notiamo i primi scogli di Aden… E dopo qualche ora Aden stessa. Il paesaggio è brullo, molto povero… Aden giace ai piedi di piccole alture dalle linee segmentate e dalle cime aguzze. Queste montagne non sono affatto verdeggianti, sono scure, plumbee, segno di grande povertà. Vediamo però tante fortificazioni; e molte opere industriali, certo unica risorsa di questa popolazione. Aden potete raffigurarmela pressappoco come Gibilterra: piazzaforte di difesa e di offesa, a guida di sparviero sull’alto di un dirupo.

Arriviamo al porto verso le 10, dove si procede tosto all’ancoraggio e dove, secondo il detto di Guerreschi, si rinnova da parte dei Carduchi e dei Barbari, cioè dei venditori in barca, l’accerchiamento del Victoria: questi venditori si rivelano come al solito molto furbi: per esempio se per una spesa di pochi soldi si dà loro una rupìa (circa 5 lire) si fanno un dovere di non darvi il resto… almeno di dimenticarsi di darvelo, per cui si assiste facilmente a dei casetti come questo: un marinaio napoletano a cui non vien dato subito il resto s’impermalisce e rigetta il suo acquisto al venditore di sotto regalandolo dei più svariati ed innominabili epiteti… Verso le 13, dopo il pranzo, partenza per Bombay…

Attendavamo ormai con desiderio quest’ultima tappa, perché, oltre all’essere alla fine del nostro grande viaggio marino, sapevamo che avremmo avuto qualche novità, anche qualche disturbo maggiore che nello stesso Mar Rosso, dove ci pareva veramente di crepare dal caldo… Difatti, subito dopo qualche ora, avvertiamo un maggior dondolamento della nave: verso le 4 pomeridiane, quando questa ha compiuto il gomito e punta ormai direttamente su Bombay, il Signor Capitano, cioè il “Ladrone del Vapore”, come direbbe il nostro indimenticabile Ferrari, ci avverte che il mare è mosso…

Veramente ce n’accorgemmo proprio! Non si passeggia più; non si canta più, non si fa più la solita, gioviale cagnara… Ognuno è sulla sua sedia, o meglio allungato sulla sdraia, e pensa più che mai ai casi suoi, cioè ai casi presenti e, orrore, a quelli che verranno… A stornare però un po’ tali pensieracci, interviene l’orchestrina di bordo, la quale eseguisce un bel concerto… Pensate, cari compagni, la contentezza del povero Colombo, il quale, malgrado i casi detti di sopra, questa volta assisterà, vivaddio, al concerto!

Ecco un bel pezzo di opera; un altro pezzo; una brillante Spagnola; un altro pezzo ed un altro ancora… Così oltre a divertirci, abbiamo anche adesso l’ora di cerna; dopo la quale, per l’apostolato di Guerreschi tra i cucinieri di bordo, il Signor Don Giovanni ha il piacere di confessare quattro cuochi, e di sperare che ne confesserà altri ancora! Complimentiamo il nostro Guerreschi, e poi, trovandosi il ponte vuoto, perché i passeggeri sono per lo più al Cinema, trascorriamo la serata all’aperto, facendo molte partite a dama (di cui Colombo ne vince neanche una) e conversando coi nostri compagni di viaggio.

In rotta per Bombay…

Stavolta Colombo non si alza per vedere il sorger del nuovo giorno, ma per assistere alla Santa Messa detta dei “cucinieri”, cioè dei cucinieri dell’apostolato di Guerreschi… Ma ecco che le cose non vanno già più bene: il dondolamento della nave è troppo forte, e persistente; in più un malessere insopportabile nello stare in piedi… Nella sala poi della Messa, deserto completo. L’unico presente, Padre Giovanni, raccoglie l’altarino: dice che il celebrare in tali condizioni è pericoloso. Così per gli effetti del monsone (tale è il nome del vento che turba la navigazione nell’Oceano) ce ne stiamo a letto fino a tardi, forse le otto… Sentiamo a stento la Messa e riceviamo la Santa Comunione da un Padre di Milano: il Signor Don Giovanni è rimasto a letto perché molto male in gamba; invece di celebrare, il buon Sacerdote deve accontentarsi di fare la Comunione spirituale…

Dal canto nostro saliamo sul ponte e ci assidiamo chi su di una poltrona, chi su di una sdraia; e ce ne stiamo, per lo più digiuni, per tutta la giornata; accontentandoci del malinconico spettacolo della nostra nave che da maestra quale ci appariva prima, ora è come un balocco quasi alla mercè dell’Oceano perturbato dal monsone…

I bordi del ponte oscillano tra i limiti di un arco di circa 50 metri, all’orizzonte; non si può nascondere in certi momenti un po’ di contrarietà, di fastidio… Tuttavia, non spaventatevi, cari compagni: tra chi sta male di più e chi sta male di meno, c’è chi ha forza di passeggiare su e giù per il ponte (poco, però. Ogni tanto deve sedersi; ché, seduti, il disturbo è minore). Quando più siamo stufi, ci facciamo coraggio e… corriamo subito in cabina per andare a letto. Poi anche qui si va male, ritorniamo di nuovo sul ponte per ricominciare da capo. Non vogliamo descrivervi lo spettacolo poco gradito degli effetti del mal di mare, pure vi racconteremo un fatterello al quale ci toccò di assistere…

Tra i bravi Padri delle Missioni Estere c’era Padre Russello, quello stesso dei KALOMETRI e dei PALASTRI. Bene; questo Padre, molto allegro e spiritoso davvero, trovandosi meglio in gamba di tutti, trova pure il tempo e il modo di dare la (…) a tutti i suoi compagni di viaggio… Ma ecco che quando più sta dimostrando che in Sicilia non si patisce né il mal di mare, né il mal di treno, né il mal di tram, ecco che deve repentinamente correre alla sbarra… e dimostrare invece che tutto il mondo è paese.

Potete immaginare, malgrado la malavoglia generale, il seguito: fu come il ravvivarsi d’un gran fuoco sopito sotto la cenere; una risata più sgangherata che sonora lo accompagnò nella sua corsa involontaria, tanto fragorosa che potreste averla sentita anche voi!

(prosegue sul prossimo numero)

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