“Dalle Alpi ai Ghati”

PROSEGUE IL RESOCONTO DI VIAGGIO DEI TRE SALESIANI DEL CAGLIERO

(nona puntata)

Verso (l’isola di) Candia

Martedì, 27 Agosto 1935.
Il sole dietro le acque s’è già alzato da lungo tempo, ma i Missionari dormono ancora tutti della quarta, tanto che il Signor Don Giovanni, il nostro amabile e indulgente capo-spedizione, risolve d’andare a far un giro per le cabine e dare lui stesso il “Benedicamus Domino”. Ci sentiamo un po’ mortificati della negligenza, ma non potendo porvi rimedio, ci alziamo… e andiamo nella sala consueta per le pratiche nostre del mattino. Un po’ prima della Messa viene fatta, da parte del Signor Don Giovanni, la vestizione chiericale del giovane Stadler, nostro compagno di viaggio, diretto nell’Assam assieme agli altri nostri compagni d’Ivrea. Dopo colazione andiamo sopra coperta per un po’ di ricreazione, e verso le 11 viene da noi un Padre Gesuita per una lezione d’inglese, il quale si trattiene fino all’ora di pranzo. Terminato questo, fatta un po’ di siesta, abbiamo l’esperimento di salvataggio col salvagente, che avviene nella sala di 1a classe, dove abbiamo modo di provare un barlume d’emozione di quel terrore che purtroppo prende molti nella realtà, cioè quando avviene qualche naufragio…

La giornata trascorre un po’ monotona poiché ci troviamo sempre tra cielo e acqua ed acqua e cielo, con nessuna variante, neppure l’incontro di qualche nave; tuttavia si ha modo d’andare a prua a recitare un bel Rosario; di fare un po’ di conversazione col Padre Gesuita; e di fare, nella serata, un tentativo di serenata, che però non riesce… Alla fine, lode e preghiere; e mentre alcuni passeggeri più nottambuli di noi dopo qualche tempo noteranno nell’oscurità il faro, almeno uno dei fari dell’isola di Candia, ce n’andiamo a riposo.

Su Port Said

Mercoledì, 28 Agosto 1935.
Mille stelle in cielo brillano: è un peccato davvero dormir troppo… Colombo si alza presto presto per vedere l’alba, e poco dopo lo raggiunge Uboldi. Vale veramente la pena di sacrificare un po’ di sonno per godere d’un tale spettacolo, e si accordano per ritrovarsi altre volte, salvo il consenso del Signor Don Giovanni.

Trascorriamo la mattinata nel modo consueto, fino a che Lupi e Uboldi hanno la bella idea di scendere in cabina per prendere un po’ di lezione di chitarra da Colombo, e poco dopo hanno il piacere di accompagnarlo in “Santa Lucia, santa Lucia!”. Un po’ dopo abbiamo lezione d’inglese dal Padre Gesuita. Come vedete, cari compagni, la vita di bordo non ha grandi novità, tuttavia certi piccoli quadretti si fissano nella mente e non si dimenticheranno più… Ad esempio Colombo è a prua e sta ammirando il superbo procedere della nave e la maestà del mare e del cielo raggiante di luce, quando un boato di sirena lo strappa violentemente dall’estasi, al punto di cadere in terra dallo spavento!

Ma è un semplice, finto allarme d’incendio, per il quale non valeva proprio la pena di… scomodarsi tanto. Nella serata abbiamo modo di assistere ad uno spettacoloso tramonto, e dopo cena ci rechiamo tutti a prua per cantare, per suonare e per star allegri. Nasce però un incidente circa l’opinione che Uboldi ha della voce di Villa, e viceversa; per la qual cosa dopo d’averne dette un sacco e una sporta vanno d’accordo peggio di prima. Verso le ore 20 è avvistata Port Said, o almeno il faro di questa; e dopo qualche ora la nave al suo arrivo in porto è circondata da barche di venditori, i quali offrono le loro merci con un’insistenza davvero ammirevole.

Guerreschi li lusinga con continue richieste parlando in italiano con un misto di greco… per il ché i poveri venditori ogni tanto replicano: “Barbaròi? Carducòi? Sumbebecota?” Ma Colombo vuol fare il tenero, e contratta un pezzo di cioccolato per una lira: data la lira, tirato su il pacchetto con una funicella, ecco che nell’involto non v’è cioccolato, ma un’indefinibile tiracca… E Colombo dice che non avrà più compassione d’alcuno di questi “Barbaroi”… Alle 23 sbarchiamo, e visitiamo un po’ la città, precisamente le vie principali più vicine, dove facciamo la conoscenza di tanti molesti venditori, i quali offrono per esempio una stilografica a 60 o 70 lire, e poi la lasciano per due; e così altri svariati soggetti, principalmente cioccolato e sigarette…

Ne approfittiamo tutti per comperare, per lo più, un temperino. Notiamo che la città è del tutto commerciale; abbondantemente illuminata, ma non ha la compitezza e la signorilità delle nostre città europee. È solo una città per il gran commercio del suo porto, degna d’essere però veduta, anche per l’inizio che ha qui il canale internazionale di Suez. Dopo d’essersi dilungati qua e là, ritorniamo a bordo e si va a letto. Colombo, essendo ormai tarda notte, e pensando che tra breve sarà giorno, vuole vedere il suo inizio, e perciò si mette in attesa su di una sdraia vicino al Signor Don Giovanni… ma dai sì e dai no che dice continuamente il buon Sacerdote comprende che ha un sacco di sonno, e lo esorta di andar a dormire.

Colombo, tra il desiderio o la poesia dell’alba, e la realtà d’un gran sonno crescente, risolve d’assecondare il consiglio del capo-spedizione, e s’addormenta sul ponte di seconda nel bel fresco della brezza marina.

(prosegue sul prossimo numero)

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