L’Istituto Superiore di Sanità ha promosso, il 13 ed il 14 aprile, il V corso “Demenza e Migranti”, per sensibilizzare, formare e disseminare i risultati del Progetto Immidem, Dementia in immigrants and ethnic minorities: clinical-epidemiological aspects and public health perspectives che ha messo in luce il fenomeno dei disturbi cognitivi nella popolazione migrante in Italia, esaminandone sia la numerosità e la specificità di questo campione, sia la costruzione di strumenti utili alla valutazione cognitiva cross-culturale e di materiali di supporto per pazienti a familiari.
Le persone che soffrono di demenza in Italia sono circa 2 milioni: 1milione100mila casi di persone oltre i 65 anni, 24mila casi di persone con demenza ad esordio precoce (in età inferiore ai 65 anni), 950mila persone con decadimento cognitivo lieve. Di queste, 45mila circa sono stranieri.
La demenza è una patologia familiare perché investe tutto il nucleo di affetti e di persone che circondano la persona malata e dunque, accanto ai 2 milioni di pazienti vanno considerati almeno altri 4 milioni di persone che vivono e si prendono cura di loro, e di questi almeno 90mila sono stranieri. L’analisi dei costi di spesa per la gestione e il trattamento dei pazienti con demenza è di 23,6 miliardi di euro l’anno ed il 63% di questi costi è a completo carico delle famiglie. Se teniamo conto che, secondo il XXXIV Rapporto Immigrazione 2025 della Caritas, in Italia vive in condizioni di povertà assoluta il 7,4% della popolazione (e tra gli stranieri l’incidenza della povertà sale al 35,1%), possiamo solo immaginare quanto sia impossibile per chi, tra questi, vive una condizione di disturbo cognitivo, avere accesso e potersi permettere un sistema di cure adeguato.
Quando si parla di povertà assoluta si fa riferimento a quella condizione in cui la persona vive priva delle risorse fondamentali per condurre una vita dignitosa, ma la popolazione straniera, nell’accesso ai servizi di salute pubblica incontra anche altre barriere: quella linguistica, ad esempio, per la mancanza di mediatori culturali capaci di intervenire su tutte le lingue parlate dalle popolazioni migranti in Italia; l’incapacità ad orientarsi tra i servizi pubblici e comprendere quali professionalità, quali centri e quali servizi sono disponibili per l’intervento sui disturbi cognitivi, sulle distanze culturali, sulle necessità di prevenzione, di diagnosi precoce e di adesione al trattamento in caso di malattia.
Allo stesso modo, per tutti gli operatori che lavorano con la popolazione migrante, occorrerebbe avere più tempo per il percorso di diagnosi e essere formato adeguatamente sugli strumenti che minimizzano le barriere scolastiche o specifiche della lingua e della cultura italiana e di ascolto del paziente migrante. Perlustrare www.immidem.it può essere un primo passo per promuovere i diritti delle persone che soffrono dei disturbi cognitivi e per i loro familiari.


