Immagine generata con IA.
“I giovani sognano di amare, ma hanno paura del matrimonio”. Così ha titolato Avvenire qualche giorno fa, citando un intervento durante l’incontro in Vaticano per i 10 anni di Amoris Laetitia, segnato dall’intervento chirurgico al polmone di Papa Leone, per fortuna riuscito, e concluso martedì. La riflessione portata in aula parte proprio dal testo di Papa Francesco, l’esortazione apostolica “sull’amore nella famiglia”, e naturalmente finisce per raggiungere un po’ tutti noi.
Questa citazione si adatta bene alle mille situazioni da cui siamo circondati. Non a me, non ora: forse sogno ancora di tornare a essere capace di amare, mentre il matrimonio è molto più in là. Ci sono però tante coppie che all’idea del matrimonio sbiancano, anche coppie profondamente cristiane. Una, per esempio: lei romana e lui campano, che chiameremo con un po’ di fantasia Francesca e Filippo. Si sono avvicinati durante la GMG di Lisbona e per me sono un esempio bellissimo di fidanzamento cristiano, di dove debba puntare una relazione impostata perché diventi qualcosa di più. È ciò che ho sempre desiderato anche per me, ma è una cosa che si fa in due.
Vederli pregare insieme mi commuove, e così pure vederli litigare per microscopiche incomprensioni comunicative. Cristo ha tra Francesca e Filippo lo spazio che merita, lo cercano insieme e, devo dire, migliorano lungo la strada della vita condivisa. Sognano di diventare genitori. Tutto perfetto, insomma. Ma la vita, facendoti crescere più in fretta di quanto tu voglia accorgerti, ti porta su binari che non avresti scelto, e così arrivano la distanza forzata, con Filippo che si sposta per lavoro e le domande sul futuro. Che fare? Fidarsi ciecamente di Dio e della Chiesa e buttarsi nell’avventura definitiva che si chiama matrimonio?
Altro che paura: è facile sognarlo per il futuro, molto più impegnativo farlo hic et nunc, salvo tempi tecnici. È molto più impegnativo fidarsi di ciò che si è costruito finora. Vivere il tempo della provvisorietà con un orizzonte definito rasserena e rassicura; impostare il tempo delle certezze indissolubili con poco o niente in mano e tutto da costruire è un salto nel vuoto. E allora si soffre e ci si logora. Questa è la paura del matrimonio in una coppia che lo desidera consapevolmente.
Figuriamoci in chi rifiuta questa concezione, in chi ha un paradigma di vita completamente diverso: lì non c’è paura, c’è una totale non contemplazione, perché ci si convince che l’uomo non sia fatto per i “per sempre”. Eppure è proprio la nostra dimensione più profonda a chiamarci ai “per sempre”: con il coniuge sulla terra e, guardando al cielo, dove il limite smette semplicemente di esistere. Come la paura. Forse.


