“Donare da vivi” è più divertente (ma la cultura del bene deve fare più rumore)

(Cristina Terribili)

“Giving While Living” (“Donare mentre si è in vita”) è il motto che Charles Francis Feeney ha adottato, ben sapendo che si trae molta più soddisfazione guardando la felicità degli altri con i propri occhi.

Il lavoro di quest’uomo, che personalmente mi è stato noto solo nelle passate settimane, è durato quarant’anni, dal 1982, e si è concluso il 14 settembre con una cerimonia avvenuta sulla piattaforma Zoom: è stato calcolato che nel corso degli ultimi quattro decenni abbia donato circa 8 miliardi (sì: miliardi) di dollari.

Feeney, imprenditore statunitense di origine irlandese che ha sempre condotto una vita morigerata anche dopo aver accumulato una fortuna, nel corso degli anni ha donato il suo patrimonio in segreto, senza mai mettere in risalto la sua persona nella fondazione da lui creata ed impegnandosi solo nel fare attenzione che i suoi fondi andassero al sostegno di progetti educativi, di sanità pubblica, al cambiamento sociale. Il suo ruolo, svelato solo a seguito di una controversia commerciale, ispirò i ben più noti Bill Gates e Warren Buffett, che nel 2010 hanno lanciato una campagna per incoraggiare le persone estremamente ricche a donare metà della loro ricchezza prima della loro morte.

L’esempio di “Chuck” Finney è nel disegno da lui creato per mettere a disposizione degli altri qualcosa che per lui era superfluo, donandolo però a chi avrebbe saputo rispettare il dono, farne tesoro, farlo prosperare in attività e servizi dedicati ad un’ampia fetta della popolazione mondiale. Un esempio che sembra trovare seguaci, su scala infinitamente più piccola nell’entità ma non nel senso delle donazioni.

La cultura del bene, sia esso comune o privato, sta trovando sempre maggiori adepti, si moltiplicano le pagine su Facebook in cui le persone regalano ciò di cui non hanno bisogno a chi va a prendersele. L’economia circolare concreta, che parte dal basso, che fa scegliere di non riempire i cassonetti o le aree ecologiche con rifiuti che per altri possono invece essere risorsa, si va espandendo lentamente.

Su queste pagine Fb si trova di tutto, dai mobili all’abbigliamento, dai libri alle suppellettili: articoli nuovi, usati o molto usati, sempre utili per un riciclo creativo o come pezzi di ricambio. La formula è semplice: ci si iscrive a un gruppo e si inseriscono le proprie inserzioni di dono o ci si può prenotare per ricevere un dono.

La persona che regala sceglierà, più o meno casualmente, a chi donare. Si creano micro relazioni, micro contatti, si conoscono persone altrimenti sconosciute. C’è chi posta una foto del bene ricevuto, chi ringrazia… affinché non ci sia solo un mero scambio ma si possa riconoscere il rispetto, la generosità, la “prosocialità” insita nel donare ad un altro.

Certo, anche e soprattutto sui social, la cultura del bene fa sempre meno rumore della cultura dell’odio: per questo è doveroso sottolinearla, per questo è importante che si diffonda a livello sempre più capillare, perché solo la condivisione può fornire quel senso di protezione, di benessere, di cui sempre più spesso sentiamo il bisogno. Esempi e riprove non mancano, neppure nella cronaca quotidiana.

Chissà se il papà omicida-suicida di Rivara Canavese, nell’annunciare l’insano gesto su FB, non abbia cercato l’ultimo, disperato tentativo di farsi ascoltare, di attirare l’attenzione di qualcuno… sebbene un’amica abbia compreso la drammaticità di quanto stava avvenendo chiamando il 112, ormai l’uomo non avrebbe lasciato spazio a nessuna risposta, non sarebbe stato più disponibile ad attendere un riscontro.

Anche il giovane che, sotto un falso profilo, pensava di poter dare sfogo a commenti vergognosi inneggiando all’odio razziale è stato rintracciato dalla polizia postale e dovrà rispondere delle sue azioni.

Sarebbe bene che comprendessimo che ogni messaggio, ogni comunicazione che lanciamo, direttamente o indirettamente, crea un’eco negli altri, vicini o lontani che siano, e che siamo responsabili delle azioni che conseguono dalle nostre azioni, anche verbali, anche scritte.

Nel mondo virtuale come in quello reale. Forse dovremmo seguire l’esempio del “donare mentre viviamo” e se i social stanno diventando il vaso di Pandora di disperazioni e solitudini chi li frequenta può tentare un cambiamento per trasformare il negativo in risorsa per il bene comune. Ognuno di noi ha sempre qualcosa da donare e possiamo sentirci ricchi e fortunati grazie al bene nostro e altrui.

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