Dottrina, ospedali e cantieri

(Filippo Ciantia)

Frequentavo la prima liceo classico al mitico “Enrico Cairoli” di Varese, quando l’incontro con don Fabio Baroncini e l’amicizia con Guido, Carlo e Stefano mi trascinarono a frequentare la sede di Gioventù Studentesca, nel lontano 1971. L’anniversario tondo dei 50 anni mi ha riportato a quei giorni.

Ricordo nitidamente che una delle prime attività che mi affidarono fu copiare varie volte un tazebao che denunciava l’arresto di don Pigi Bernareggi, parroco a Belo Horizonte nel sud est del Brasile, e ne chiedeva l’immediata liberazione. Il sacerdote italiano, si era reso colpevole di ostacolare la distruzione delle baracche dei favelados della sua parrocchia, opponendosi alla loro forzata espulsione.

Quando GS si aprì alla missione, Pigi fu tra i primi che si recarono in Brasile, dove entrò in seminario. Durante gli studi, si recava nei quartieri poveri delle sterminate periferie, le favelas, nella memoria della caritativa nella Bassa. Lì scopre la favela come risorsa, rete di rapporti umani e di cultura popolare, non un inferno. Capisce l’importanza che le persone abbiano il possesso della terra dove vivono, guarda i favelados come portatori di diritti, pienamente cittadini. La sua vita diventa incarnazione, ascolto del grido dei poveri, immersione nella vita della favela 1° de Maio, predicazione e annuncio di liberazione.

Nel 1985, tornato in Italia per assistere il papà nella sua ultima malattia, ricevette in dono dagli amici “I Documenti sociali della Chiesa, da Pio IX a Giovanni Paolo II” dell’Editrice Massimo. La scoperta della Dottrina Sociale della Chiesa gli fece ripercorrere tutta la sua vita: il terrore della guerra mondiale, la violenza delle dittature militari in America Latina, la lotta del mondo favelado e dei senzatetto a Belo Horizonte. Senza averla studiata, l’aveva vissuta nell’impegno concreto e quotidiano tra i poveri.

Questa dottrina divenne la sua bussola, per orientarsi nell’ospedale da campo della parrocchia, diventata un cantiere per ricostruire la vita e le case dei favelados. Oggi la favela “1° de Maio” è un quartiere formale della città.

Ovunque siamo, anche oggi, siamo chiamati a “testimoniare la Sua Bontà, a mostrare la Sua paternità” affinché “la famiglia umana diventi ospitale e accogliente per tutti i suoi figli”.

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