Scegliersi l’arma. Il potere terapeutico di una lettera a…

(Cristina Terribili)

La maggior parte di noi, quando pensa ad una “arma”, non pensa ad un oggetto appositamente fabbricato per offendere o fare la guerra. Sono chiamate “armi” anche quelle che abbiamo usato per superare la fatica, la confusione, la noia, l’isolamento o il sovraffollamento causato dalla pandemia; lo sono state quelle della lettura, dei nuovi apprendimenti, in cucina, nell’arte, nel bricolage, nel restauro, nelle nuove tecnologie… C’è anche chi si è trovato sprovvisto di “armi”, colto di sorpresa, non adeguatamente preparato, disorientato, che ha faticato, e che con il tempo ha sviluppato con e attraverso gli altri nuovi strumenti.

Poi c’è anche chi ha usato altro: i sentimenti negativi, la paura, la rabbia, l’invidia. Chi ha sgranocchiato pezzi del proprio fegato perché ha sentito di subire un’ingiustizia. Chi ha vissuto la mascherina o il gel per le mani non come un banalissimo (ma prezioso) mezzo di protezione per sé e per gli altri ma come una vera e propria costrizione.

C’è chi si è ritirato sempre di più in se stesso, chi si è lasciato avviluppare da pensieri sempre più negativi, tanto da diventare malvagi, tanto da usare, se l’aveva a disposizione, un’arma, da rivolgere verso chi, secondo quei pensieri oscuri, rappresentava la fonte del suo dolore, il male, fino ad arrivare in ultimo a colpire se stesso.

Perché, a secondo dell’arma che si possiede, la si usa; se si detiene una pistola, potrebbe capitare che la si possa far girare tra le mani, ostentare, lasciarla in bella vista. L’America insegna tante cose a questo proposito. Il nostro Paese non è privo di spaccature, di divisioni, e non c’è neanche bisogno di scomodare la frattura tra nord e sud per accorgerci quanta diffidenza, malcontento, astio, possiamo incontrare nei nostri spazi.

Se nella prima fase della pandemia siamo riusciti a sentirci uniti, la gestione delle fasi successive, i vaccini, un certo tipo di informazione hanno favorito malesseri e contribuito all’ingiustizia sociale. Anche in questo caso ognuno ha utilizzato le “armi” che aveva a disposizione scegliendo quelle che fanno bene o altre che fanno del male.

Condividendo il pensiero di Francesco Aquilar, vi propongo di fare quello che lui suggerisce: armatevi di carta e penna e scrivete brevi letterine, alle persone care, vicine o lontane che siano. In queste lettere non devono mancare tre indicazioni: 1, dire all’altro tre cose che mi piacciono di lui/lei; 2, rievocare un ricordo bello che vi vede insieme e 3, la battuta di spirito più divertente che è stata detta in quella o altre occasioni.

Aggiungo, per chi non trova proprio nessuno a cui scrivere: scrivi tre letterine a te stesso, una in cui ti dici cosa ti piace di te, un ricordo bello che vuoi mantenere e una battuta che hai fatto nella vita e che è rimasta nella tua mente; una seconda lettera in cui tu rispondi a te stesso e scrivi come ti sei sentito a rileggere quello che hai scritto e scriviti infine una terza letterina come se te la inviasse una persona che ti vuole bene.

E poi proviamo a mettere lontano tutte quelle “armi” che ci fanno del male e possono farlo ad altri, per cercare di recuperare quella pace interiore che sembra essersi allontanata.

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