Non è solo una questione di parole fuori luogo, ma una frattura crescente nel modo in cui intendiamo la comunicazione pubblica e il suo rapporto con la verità. Il linguaggio moderno è sempre più orientato allo scontro, a declassare l’interlocutore a bersaglio. In questo modo la parola perde la sua funzione originaria di costruire relazione, la comunicazione diventa esercizio di forza.

“L’attacco, senza precedenti, del presidente Trump a Papa Leone XIV ha marcato un segno negativo nello stile e nei toni”, rileva l’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali. Da una parte c’è un attore politico con un linguaggio e una logica che appartengono alla competizione politica, dove il conflitto è ricercato, considerato fisiologico, persino utile. Nulla che lo giustifica, ma aiuta a comprenderne la matrice. Dall’altra una controparte che politica non è. Il ruolo del Papa è di altra natura: non rappresenta un interesse, ma un orizzonte, non cerca maggioranze, ma richiama coscienze. Quando Papa Leone XIV rifiuta di entrare nello scontro, non evita il confronto; ne cambia il livello, sottrae la parola alla logica della contrapposizione per restituirla a quella della responsabilità.

È proprio questa asimmetria a rendere l’episodio significativo. Quando si pretende di trattare il Papa come un interlocutore politico, si compie un errore di prospettiva, si perde di vista il fatto che esistono voci che non competono, ma orientano, che non dividono, ma tengono insieme. Il richiamo della Cei va in questa direzione: il Papa è chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace. In un tempo di conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità, e la sua parola pesa.

Secondo il gesuita Antonio Spadaro il Papa “è chiamato in causa, nominato, combattuto, segno che la sua parola incide. Qui emerge la forza morale della Chiesa, non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone non risponde sul terreno della polemica. È libero e quella libertà, disarmata e disarmante, è forse ciò che più inquieta e ciò che più conta”. Non tutte le parole servono allo stesso scopo; alcune aprono scenari di guerra, altre provano a evitare che ce ne siano ancora.