La fine dell’era Orban in Ungheria pone problemi di linea politica anche alla destra sovranista italiana, perché sia la Meloni sia Salvini (più apertamente) erano schierati con il leader duramente sconfitto dal voto popolare di domenica scorsa. Peraltro, il vincitore Peter Magyar non è un esponente della sinistra ma del Partito Popolare Europeo (centro-destra): il suo slogan elettorale è stato preciso: “Sì all’Europa, No a Putin”. Il successo del PPE è anche una sonora sconfitta di Trump, che aveva mandato a Budapest in campagna elettorale il suo vice Vance (esponente dei MAGA) e che si è poi scagliato addirittura contro Papa Leone asserendo che dovrebbe parlare solo di “temi etici” (come se “non uccidere”, “non rubare”, “non desiderare la roba d’altri” fossero scomparsi dal Decalogo).

In Ungheria è caduta la diga del sovranismo, del boicottaggio a Bruxelles, dei veti sull’aiuto all’Ucraina… Ora, senza la sponda di Orban, sarà impossibile per Fratelli d’Italia e per la Lega una linea di mediazione tra l’Europa e la scelta nazionalista. La presidente del Consiglio, in particolare, rischia di ritrovarsi sola a Bruxelles nella difesa del diritto di veto di ognuno dei 27 Paesi: dovrà probabilmente rassegnarsi ad accettare la proposta Draghi di voto a maggioranza qualificata, per evitare l’impasse dell’Unione.

Ma anche la deriva trumpiana sconvolge il quadro della destra: chi appena qualche mese fa proponeva il Tycoon per il Nobel della Pace, oggi si associa alla generale deplorazione della Casa Bianca per l’inammissibile attacco al Papa e rifiuta la base di Sigonella per l’attacco all’Iran, ricevendo dallo stesso Trump una durissima bordata (“Sono scioccato dalla Meloni”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca al “Corriere della Sera”). Resta il nodo di fondo: il superamento politico della scelta nazionalista, l’accettazione piena – come chiede Mattarella – del multilateralismo.

Nel destra-centro la linea europeista di Budapest ha rafforzato la permanente adesione pro-Bruxelles di Forza Italia e del ministro degli Esteri Tajani (PPE); i problemi nascono invece dall’interno del partito per l’iniziativa della Famiglia Berlusconi che contesta la leadership Tajani e chiede un ampio rinnovamento, a cominciare dai capigruppo parlamentari. Ma questa pubblica intromissione di Marina e Pier Silvio Berlusconi ha riaperto l’annosa questione del “conflitto d’interessi”: possono i proprietari di Mediaset (che controlla tre reti televisive) decidere i destini di una forza politica di governo, scelta dagli elettori al voto?

Nel “campo largo”, rafforzato dal voto referendario e dalla crisi del sovranismo, domina il caso “primarie”, divenuto fonte di forti contrasti; la Schlein insiste per una competizione a due con l’ex premier Conte, sostenuta da Franceschini, mentre Renzi (Casa Riformista) sponsorizza la candidatura della sindaca di Genova Silvia Salis, (Pd, area riformista) ben piazzata nei sondaggi. In concreto tre posizioni diverse: una radicale di sinistra (Schlein), un “movimentista” (Conte), una moderata di centro-sinistra (Salis).

Ma, prima delle primarie, voci autorevoli (da Prodi a Veltroni) chiedono un accordo programmatico, per passare dal mero “No” al governo Meloni ad un vero disegno di società. A cominciare dalla politica estera, ove permane la “benevolenza” del M5S verso Mosca; ultimo episodio il “sì” dei Pentastellati, insieme alla Lega, alla presenza russa alla Biennale di Venezia, nonostante il “no” di Bruxelles per l’aggressione di Putin all’Ucraina, capofila degli autocrati, precursore con la guerra a Kiev della politica di potenza poi perseguita da Trump e Netanyahu.

Sul piano Economico-sociale, secondo il leader di Azione Carlo Calenda, le proposte del Pd costerebbero allo Stato un centinaio di miliardi: dove reperire le risorse?
Alle elezioni politiche del settembre ’27 manca oltre un anno: sarebbe deplorevole sprecarlo nelle diatribe nei poli e tra le coalizioni: sul tema essenziale della pace e sulla lotta alla crisi economica indotta dalla guerra sarebbe necessario un confronto costruttivo tra le forze politiche, nell’interesse del Paese, rinunciando a quindici mesi di campagna elettorale. Un lusso che cinquanta milioni di elettori non gradirebbero, con il Parlamento ridotto ad uno stand per comizi. Positiva, in questo quadro, la difesa della Meloni contro gli attacchi di Trump, da parte della Schlein.