Fascismo e propaganda: il racconto delle gesta belliche affidato alla voce della radio

(Attilio Perotti)

Ottant’anni or sono il nostro Paese prese la decisione più disastrosa della storia unitaria, scegliendo di entrare in guerra accanto alla Germania hitleriana. Negli anni successivi gli Italiani, la maggior parte dei quali aveva esultato all’annuncio dato in quel tardo pomeriggio del 10 giugno 1940, avrebbero dovuto prendere coscienza delle tragiche conseguenze dell’azzardo mussoliniano.
Un aspetto non secondario della impreparazione con cui l’Italia fascista si gettò nel secondo conflitto mondiale si può cogliere esaminando l’efficienza della propaganda radiofonica. Alla vigilia della infausta decisione del Duce, l’Ente Italiano per la Audizioni Radiofoniche (Eiar) vantava circa un milione e duecento mila abbonati, godeva di un monopolio praticamente assoluto e per il settore intrattenimento poteva valersi del talento di personaggi destinati ad essere molto celebri nell’Italia democratica quali Fellini, Macario, Guareschi.

Tuttavia, pur avendo perfettamente inteso le possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica offerte dal mezzo, il regime fascista non fu mai in grado di gestire efficacemente – in senso totalitario – lo strumento della radiodiffusione sull’esempio delle realizzazioni naziste. Ancor meno, inevitabilmente, poté competere con la British Broadcasting Corporation (l’inglese BBC) sul piano della autorevolezza; pur nella contingenza bellica, le autorità britanniche non pensarono di sopprimere l’autonomia dell’emittente, garantendo così quell’immagine familiare di cui seppe abilmente giovarsi per far breccia tra gli ascoltatori dei Paesi nemici, come appunto l’Italia fascista. Qui da noi, invece, le pur enormi disponibilità del mezzo, le sufficienti risorse finanziarie, il discreto livello tecnico generale e l’ormai consolidata professionalità degli operatori non seppero contrastare i conflitti di competenza, le pastoie burocratiche ed una gestione guidate da una gretta visione del potere.

L’EIAR di Alessandro Pavolini, già docile strumento agli ordini del Ministero della Cultura Popolare, subì con l’entrata in guerra dell’Italia una fortissima caratterizzazione militare: unificati i programmi, tutte le trasmissioni di svago ed intrattenimento subirono drastiche riduzioni in favore di notiziari e rubriche ad esclusivo contenuto propagandistico.

Il 1940 fu il grande momento degli inviati di guerra, tempestivamente dislocati sui diversi fronti in Europa e in Africa per illustrare le “eroiche gesta” dei soldati italiani; mobilitato tutto l’apparato aziendale, vennero potenziate le redazioni giornalistiche collegate al Centro Radio Guerra da cui si diramavano le informazioni sull’andamento delle operazioni militari. Mentre tutti si attendevano una guerra rapida e facile, le ambizioni dell’EIAR parevano quelle di fornire all’Italia una galleria di nuovi episodi di valore con cui rinverdire le gesta, ormai logore, della conquista dell’Impero.

In quei primi mesi del conflitto lo sforzo propagandistico del regime sembrò attenersi a considerazioni incardinate sul binomio “guerra giusta – vittoria sicura”. Nell’estate 1940, ottant’anni fa, l’accento venne posto maggiormente sul primo dei due temi. Negli auspici generali, l’assetto europeo creato dalla vittoria dell’Asse avrebbe finalmente liquidato le ingiustizie perpetrate ai danni dell’Italia al Tavolo di pace della Prima Guerra Mondiale dagli ex-alleati, ora attuali nemici; a livello mondiale Roma avrebbe conseguito il sospirato sbocco sull’Oceano. In realtà, l’offensiva sulle Alpi contro la Francia si ridusse miseramente alla presa della sola Mentone, né le clausole dell’armistizio consentirono di dar fiato alle trombe della propaganda.

La svolta decisiva si ebbe però poco dopo (autunno 1940) con l’insuccesso della campagna di Grecia: nonostante la tenace mistificazione messa in atto dagli organi d’informazione (l’EIAR in primis), per l’opinione pubblica italiana le notizie che comunque finirono per trapelare furono una rivelazione e si tradussero nel crollo clamoroso del mito degli “otto milioni di baionette”.
In seguito, la realtà di guerra si manifestò molto più seria e tragica di quella auspicata pochi mesi addietro, con una limitazione dei consumi mai conosciuta prima e gli effetti dei bombardamenti a minare gli umori dell’opinione pubblica. Tutto ciò, unito alle notizie ufficiose filtrate dal fronte greco-albanese, determinò l’unico esito possibile: l’entusiasmo della popolazione si dileguò. La radio di regime si dovette così accontentare di svolgere il ruolo di una semplice illustrazione a posteriori e mai l’anticipazione di quanto veniva offerto dalla carta stampata, riservandosi una propria caratterizzazione solo sul piano della carica emotiva che i vari cronisti si sforzavano di attribuire alle notizie.

Nell’Italia fascista l’effetto propagandistico dei mezzi di comunicazione di massa ebbe valore non tanto per quanto detto dalle fonti ufficiali, quanto per ciò che venne impedito di dire, in contrapposizione alle idee dominanti, alle fonti non ufficiali.

L’agnosticismo che aveva portato al consenso al regime negli Anni Trenta e all’entusiasmo del giugno 1940 dopo gli episodi suddetti si orientò verso una ricerca autonoma della verità, che non sarebbe corretto già definire coscienza antifascista. Nella maggior parte dei possessori di apparecchi radio questo atteggiamento si tradusse nel ricorso alle emittenti nemiche: non già per sabotaggio o disfattismo, ma semplicemente per desiderio di conoscenza del reale andamento della guerra; si finì quindi per dar credito alle emittenti straniere (soprattutto alla BBC), attribuendo loro quella attendibilità ormai negata alle trasmissioni italiane.

Potendo ancora far leva sulle travolgenti avanzate germaniche che proseguirono per tutto l’arco del 1941, la propaganda radiofonica introdusse gradualmente la necessità di accettare una realtà diversa da quella prospettata nel giugno 1940: la vittoria sicura non poteva essere conseguita dall’Italia senza sacrifici (la popolazione l’andava toccando con mano) e all’eroismo dei combattenti doveva corrispondere la laboriosa e paziente fiducia della popolazione. A maggior ragione quando dall’estate la strabiliante penetrazione nazista in Unione Sovietica ridiede per alcuni mesi fiato alle trombe, con grande uso di toni epici e di affermazioni categoriche. La partecipazione italiana all’invasione tedesca, foriera poi di immani tragedie, permise allora di rispolverare l’antica propaganda antibolscevica, corredata dall’enunciazione della missione civilizzatrice europea dell’Italia contro la barbarie rossa.

La propaganda radiofonica fu costretta ad arrampicarsi sugli specchi soprattutto a fronte degli insuccessi militari destinati a rovesciare le sorti del conflitto: El Alamein e Stalingrado. Si provò ad equiparare, con toni di indiscutibile rifiuto, il “supercapitalismo di stato bolscevico”, il mercantilismo britannico e l’affarismo americano, per poi ripiegare su temi più compatibili con una situazione sempre più grave: la difesa dell’italianità intesa come autonomia economica e politica, la valorizzazione della rivoluzione fascista come superamento dell’ideologia borghese.

Con la fine del 1942, dato il costante deterioramento della posizione militare italiana, andò decisamente aumentando l’interesse verso il fronte interno: il Ministero della Cultura Popolare ritenne evidentemente necessario concentrare gli sforzi sul problema del morale della popolazione civile. Per lo più si fece appello ad una dignitosa fierezza, alle virtù di sacrificio dell’uomo nuovo fascista e autarchico; ed in effetti con la riduzione a 150 grammi della razione di pane giornaliera, il disagio alimentare particolarmente acuto rappresentò la principale minaccia per il mantenimento del morale e della disciplina.

L’inverno del 1942-1943 riservò ancora due avvenimenti che produssero indirettamente significative conseguenze in ambito radiofonico: nel febbraio Mussolini diede il via all’ultimo “cambio della guardia” nel Governo, esonerando Ciano, Bottai, Grandi, Borla e Buffarini; nel marzo gli scioperi di Torino, i più efficaci e unitari che il Paese avesse mai visto in più di vent’anni, furono il segnale della crisi incipiente del regime.

Nelle ormai rade conversazioni politiche, il miserando crepuscolo del fascismo venne celebrato con la minaccia delle sciagure che si sarebbero abbattute sul Paese in caso di vittoria nemica; lo spauracchio della catastrofe risultò così l’ultimo vessillo rabbiosamente agitato dall’EIAR fino al 25 luglio 1943.

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