Francesco in Iraq accarezza i sogni di un popolo che ha bisogno di pace

(Cristina Terribili)

Era il 2005 quando una ONG mi propose una missione in Iraq. C’era bisogno di qualcuno che collaborasse con il Ministero degli affari sociali di Bagdad per l’aggiornamento del personale alle dipendenze di quel dicastero: soprattutto psicologi, sociologi, educatori e operatori impegnati nei servizi per i minori, negli orfanotrofi, nei riformatori. In Iraq non voleva andarci nessuno. Non era passato molto tempo dal rapimento delle due Simone e il numero degli attentati e delle esplosioni era indicibile. Per motivi di sicurezza la sede della ONG era stata spostata nel nord del Paese, nel Kurdistan Iracheno: lì avrei lavorato.

Il viaggio per arrivare a Dohuk era lungo: da Roma ad Istanbul e da lì a Diyabakir e poi con un taxi fino alla frontiera con l’Iraq dove un’auto dell’organizzazione mi sarebbe venuta a prendere per portarmi alla destinazione finale. Fu proprio alla frontiera che conobbi Haveen, una delle nostre collaboratrici, divenuta amica negli anni di lavoro insieme: anche dopo il mio rientro in Italia non abbiamo mai mancato di sentirci, vederci, scriverci… È lei la prima persona che risponde al mio messaggio in cui chiedo impressioni a caldo della missione del Papa in Iraq.

Ovviamente ho conosciuto tante altre persone e tutte rimangono nel mio cuore: con molti ci scriviamo regolarmente, la maggior parte di loro continua l’impegno e la militanza a fianco dei più deboli sempre con il sorriso, sempre con la speranza di poterci rivedere. Anche loro ho interpellato su questo storico viaggio del Pontefice.

Così Haveen, Khabat ed Abduljabar mi raccontano i loro pensieri, da attivisti, da musulmani, da donne e da uomo. Sicuramente interlocutori sensibili ed intelligenti, con uno sguardo anche critico verso quello che accade nel loro Paese e nel mondo. Le parole sono chiare e parlano di riconciliazione, di accordi, dell’assoluta urgenza di appianare definitivamente le incomprensioni tra religioni. Sperano nel rientro delle famiglie cristiane che sono emigrate altrove a causa dell’ondata di odio che li ha travolti.

In Iraq la ferita procurata dall’Isis è tangibile, non ha lasciato macerie solo per i cristiani. Tutti ne sono stati colpiti. Haween e Khabat mi riferiscono del piacere di ascoltare il Papa parlare delle donne Yazidi, popolo che ha subito un genocidio da parte dello Stato Islamico. Le donne Yazidi che non sono morte nelle esecuzioni di massa sono state ridotte in schiavitù, sono state stuprate sistematicamente e la comunità intera è stata dispersa. Queste donne, questo popolo, hanno bisogno che venga riconosciuta la sofferenza patita e il Papa, con questo viaggio e con le sue parole, non ha escluso nessuno.

Haveen punta sulla riconciliazione perché oggi, nell’università dove insegna, c’è una grande mescolanza di persone con la voglia di vivere in pace, in un Paese aperto a tutti, dove si possa convivere senza temere per la propria vita, senza sentirsi cittadini di serie A o di serie B. Per lei questa è una priorità. E lo è stato anche per Papa Francesco, per quanto ha detto e ha fatto durante la visita. I problemi oggi in Iraq sono ancora tanti, dalla protezione della popolazione in generale ai diritti delle donne e l’uguaglianza di genere.

Abduljabar aggiunge la povertà e la disoccupazione, la corruzione che aumenta differenze e diffidenze tra cittadini e sostiene l’animosità degli uni contro altri, e poi quei piccoli conflitti, anche armati, ancora diffusi, che non rendono sicura la vita nel Paese. Anche di questo il Papa ha parlato e ha dato forza e speranze nuove alla gente.

La luce che ha portato il Papa con il suo viaggio e il suo coraggio nell’attraversare quel territorio tanto bello e che ha tanto bisogno di pace – sperano fortemente i miei amici iracheni – che possa rinvigorire gli aiuti per la ricostruzione delle chiese ma anche delle case, del tessuto umano e per la rinascita di un popolo senza divisioni, affinché l’Iraq torni ad essere la culla della civiltà e della pace.

Lo storico viaggio di Papa Francesco in Iraq ha certamente contribuito a cambiare – in meglio – le sorti di quel Paese nel quale, tra l’altro, personalmente, spero di poter tornare per rifare il pieno di quell’amicizia che si trova in chi è capace, al di là delle tante differenze, di saper riconoscere donne e uomini ricchi di ideali, valori e passioni.

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