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Era arrivato in Italia dopo un lungo viaggio, pieno di speranze e sicuro di trovare una vita agiata. Dopo pochi mesi una stanchezza strana lo aveva invaso: non riusciva più a fare le camminate tra i vari paesini, dove trovava sempre qualcuno che gli apriva la porta. La testa non era più quelle di una volta: “Non sono giovane, ma neppure così vecchio da non farcela più!”. Poi il mal di denti e la fatica a camminare a lungo, non solo per la stanchezza, ma per dolori forti alle gambe. E le dita dei piedi gli sembravano “morte”.
Aveva perso peso e non poteva più cercare chi lo aiutasse con un lavoretto. Si era accorto di essere solo. Il clima, dopo i mesi estivi e autunnali, era cambiato e trovare dove dormire diventava sempre più difficile. La bocca poi gli doleva: aveva perso alcuni denti. E la gamba era un fardello.
La disperazione aveva preso il sopravvento.
Ma in quel posto dedicato a San Francesco, lo avevano accolto, lavato e vestito. Quelle persone “strane” che pareva lo avessero conosciuto da tanto tempo, mentre era invece un estraneo e uno straniero, lo avevano guardato e trattato come nessuno mai, come un principe. Gli avevano fatto capire che era malato e che lo zucchero nel suo sangue era troppo e che la gamba era molto malata. Questi nuovi fratelli o amici, non sapeva come chiamarli, avevano cominciato a fargli iniezioni ogni giorno e a nutrirlo meglio. La forza era tornata e anche i muscoli che erano quasi spariti, ora lo portavano avanti come prima. Il piede però andava male e continuava a zoppicare. Ma ora era tornato a essere il Mohamed che era partito dall’Africa con tante speranze.
Non poteva far altro che ringraziare. Gli dispiaceva non poter fare altro. Era pieno di gratitudine per queste persone che lo avevano aiutato, ma non poteva fare altro.
Aveva iniziato a dare una mano per le pulizie, anche se la gamba era un ostacolo. Aiutava le donne che preparavano i pacchi di cibo per le famiglie. Portava sacchi dei vestiti usati al primo piano, dove venivano lavati, stirati e preparati per tanti come lui.
È diventato il sacrestano di una parrocchia di periferia e ha capito che aiutare gli altri fa bene, non solo a chi riceve, ma anche a chi dà. Adesso può restituire quello che ha ricevuto. La gratitudine ha fatto nascere la gratuità. Ora sta bene, anche se i denti non ci sono tutti, un piede è più corto e il passo è incerto.

Filippo Ciantia

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