Violetta 1892. Il suo nome sulla pietra d’inciampo

Il Carnevale di Ivrea è un ottimo esempio di catarsi aristotelica di tipo teatrale: una rappresentazione “non sacra” di massa che però sortisce i propri effetti: Violetta taglierà la testa al tiranno e quindi rinnoviamo ogni anno il dramma della donna contro la violenza maschile e l’epilogo giustizialista. Così evitiamo di farlo sul serio negli altri giorni: scarichiamo le tensioni di un anno gettando le arance anziché il portamatite in ferro che teniamo sulla scrivania (già la Preda in Dora ci aveva evitato di gettare lo smartphone nel fiume). Insomma, tutto perfetto.
Carnevale e Quaresima ricordano che “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…”, come recita Qoèlet, che aggiunge esistere: “Un tempo per uccidere e un tempo per guarire…”. Forte contrasto: il carnevale con le arance, il berretto frigio come segno distintivo, il senso dell’appartenere alla comunità del carnevale della nostra città, e poi alzi lo sguardo su una TV e c’è la ragazzina carina, propensa alla droga “smembrata” dentro le valige abbandonate, i pusher di colore, il ragazzo italiano che spara con la sua Glock a seconda del colore della pelle che incontra per strada e che dice “Viva l’Italia” quando lo catturano.
Esattamente 126 anni fa (1892) a Ivrea Violetta sfilava acclamata per le vie della Città, come adesso. A impersonarla era Perla Foa. Chi era? Ve lo riassumo da “Ivrea UniTre Notizie” del 31 Gennaio 2005: “Era nata ad Ivrea il 16 novembre 1873 da Mosè Foa e da Giuditta Jona. Ebrei sefarditi che abbandonarono la Spagna al tempo delle persecuzioni religiose messe in atto dalla monarchia spagnola nel ‘500. Ad Ivrea Mosè Foa (medaglia al valor militare in Crimea contro i Russi nel 1856) aprì un laboratorio artigianale per la confezione di divise militari per il regio Esercito sabaudo. Lo poté fare grazie allo Statuto di re Carlo Alberto del 1848. Perla Foa andò sposa ad Astolfo Faluomi, militare di carriera del Distretto di Ivrea. Ebbe tre figli e poi venne il 1938 con le leggi razziali di Mussolini controfirmate da re Vittorio Emanuele III. Quindi fu censita come “appartenente alla razza ebraica” come il fratello Giuseppe, direttore di una casa editrice tipografica cittadina e Davide, cancelliere del tribunale di Torino. Nel 1942 fu convocata presso il Comune di Ivrea, confermò la propria appartenenza alla religione ebraica e poco tempo dopo, l’arresto e l’incarcerazione nel Castello delle Rosse Torri. Con lei i fratelli e la moglie di Davide, Giuditta, che in cella morì di peritonite. Dopo alcuni mesi tutti e tre vennero scarcerati. Restarono a Ivrea, in fondo Perla era stata la Violetta della città. Ma poco tempo dopo vennero nuovamente prelevati dalle SS dalla casa di via Palma (Quattro Martiri), internati a Fossoli nei pressi di Modena e, nell’estate del 1944, con uno degli ultimi convogli spediti ad Auschwitz. Alla frontiera riuscì a consegnare ad un ferroviere italiano un biglietto per la figlia Olga: fu l’ultimo segnale di vita di Perla Foa. Secondo le informazioni raccolte dai nipoti presso il Centro di Documentazione ebraico di Milano, i tre fratelli furono gasati il giorno stesso del loro arrivo ad Auschwitz. Perla aveva 71 anni, Davide 75 e Giuseppe 78. Oggi ci sono tre luminosi piccoli tasselli di bronzo con i loro nomi, a pochi passi dal percorso del Carnevale di Ivrea”.
Indispensabile non dimenticare.

Fabrizio Dassano