Il nostro centenario: 1978 il rapimento di Moro e la strage di via Fani

Una Pasqua di sgomento e di Grazia, i commenti al sequestro dello statista

(Fabrizio Dassano)

Giovedì mattina, 16 marzo 1978, alle 9.15 un gruppo di 12 brigatisti rossi con una donna, con armi automatiche uccide 5 uomini della scorta di Aldo Moro e rapisce il presidente della Democrazia Cristiana. Andava in parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia al nuovo governo Andreotti (il quarto) che avrebbe sancito l’entrata del Partito Comunista Italiano nella maggioranza. Mai era stato portato così in alto l’attacco allo Stato da parte del terrorismo politico.

Il nostro giornale, stampato nella notte, era uscito proprio quella mattina del 16 marzo e l’unico accenno alla politica romana era la formazione del governo, mentre la cronaca cittadina verteva sul raid di teppisti di destra che aveva provocato l’incendio e la completa distruzione dell’asilo di Bellavista e la cucina delle mense scolastiche che forniva 700 coperti quotidiani alla comunità scolastica per un danno di 300 milioni di lire.

Il rapimento di Moro apparve in prima pagina sul primo numero utile successivo del 23 marzo 1978 con articoli di mons. Luigi Bettazzi, Beppe Scapino, Teresio Belletti.
Così esordiva Bettazzi: ”Questa Pasqua ci trova sgomenti di fronte all’intensificarsi della violenza e del terrorismo: dal sequestro politico dell’on. Moro con la fredda, barbara uccisione della sua scorta, all’assassinio misterioso a Milano di due giovani forse vittime della generosità con cui volevano combattere l’oscuro mondo della speculazione sulla droga e ai tanti altri delitti compiuti in tutta Italia”.

Si trattava di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci che frequentavano il centro sociale Leoncavallo, uccisi da killer rimasti ignoti e monsignor Bettazzi voleva sottolineare la stagione di molti omicidi politici: ”Se sempre dobbiamo riconoscere la leggerezza egoistica con cui ci si appella alla violenza, fin all’omicidio, troppi altri interrogativi vengono suscitati sulla finalità e sui mandanti di questi fatti più sconvolgenti e di tanti altri delitti.” Lo scritto puntava il dito contro il materialismo, contro chi mette il proprio interesse e il proprio profitto individuale o collettivo “al di sopra di tutto e ad esso è disposto a sacrificare tutto e tutti”, e richiama alle responsabilità di tutti: “nella misura in cui ci siamo chiusi in noi stessi, dimenticando o peggio ancora favorendo le tante emarginazioni che hanno colpito e vanno colpendo le categorie sociali più deboli, a cominciare dai giovani, esposti all’inoperosità e a mille insidie, in quella misura tutti – e me ne sento colpevole anch’io – siamo corresponsabili.”

Beppe Scapino invece portava la riflessione sul giudizio politico, oltre l’emozione del momento per una crescita democratica: “… il terrorismo perciò deve prescindere da ogni considerazione di rispetto per la vita umana e da ogni forma di partecipazione democratica. Questi sono gli elementi ideologici insiti nel terrorismo stesso. Solo l’impossibilità fisica ad esprimere il proprio dissenso – questo separa il terrorismo dalla Resistenza – potrebbe dare un altro significato morale a metodi di lotta violenti” .

Interessanti gli spunti di Teresio Belletti sulla figura di Moro appena rapito e il significato della Pasqua: “Non posso tacere allora il richiamo che già facevo alla “passione” come lettura teologica dell’oggi della nostra civiltà, una passione che se da una parte è perdita di vita, morte… dall’altra è momento privilegiato di fecondità, di servizio, di rinascita. ‘Questo è il tempo che ci è dato vivere e noi dobbiamo viverlo fino in fondo’. In questa sofferta affermazione di Moro ritroviamo quella profonda dimensione di responsabilità storica che deve essere propria di ognuno. Essa esige innanzi tutto il coraggio della chiarezza nell’analisi delle responsabilità, delle istituzioni del sistema, di tutte le forme di ingiustizia e di morte. Una chiarezza veramente difficile oggi per chi rifiuta i luoghi comuni della sicurezza e delle analisi ‘da tavolino’ o dei privilegiati delle ‘elezioni ideologiche o ecclesiali. Una chiarezza da Getsemani o da deserto là dove la Pasqua (passaggio dalla schiavitù alla libertà) è cammino faticoso attraverso il buio e la morte.

Sempre in questa prima pagina veniva poi riportato il dolore del Papa nell’Angelus della domenica per la strage e il rapimento e poi il punto sulla protesta di Ivrea all’efferato episodio: “Un manifesto del Consiglio Comunale ha immediatamente stigmatizzato l’attentato invitando a difendere con i mezzi della democrazia lo Stato nato dalla Resistenza. La Democrazia Cristiana di Ivrea diffondeva un comunicato in cui si denunciava “l’attacco a uno degli uomini più impegnati nella faticosa costituzione di una civile convivenza nel paese.”

Quindi seguivano gli altri partiti in città con altrettanti comunicati. Dopo la sciopero generale i lavoratori Olivetti si erano riuniti al Salone dei 2000 in assemblea dalle 11 alle 12 con le dichiarazioni sindacali. I lavoratori avevano poi nel pomeriggio alle 15 partecipato al Consiglio Comunale assistendo ai lavori dalla piazza del Municipio, collegata con gli altoparlanti alla sala consiliare. Vi erano poi le dichiarazioni del sindaco di Ivrea Barisione seguite da quelle di Cleto Cossavella di Cgil-Cisl-Uil , Paolo Parato per la Dc, Ferlito per il Partito Repubblicano Italiano, Strobbia per il Partito Socialdemocratico, Giorcelli per il Partito Comunista Italiano e Butti-glieri per il Partito Socialista Italiano.

Sempre in relazione al rapimento, nella rubrica religiosa di Radio Ivrea “incontro con i fratelli”, don Arrigo Miglio intervistava Beppe Marasso “nota figura del movimento nonviolento di ispirazione cattolica, insegnante al Cena e facente parte di una comunità ad Albiano”.

“Dobbiamo veramente evitare la tentazione della scorciatoia. Le scorciatoie ci portano nel precipizio, non ci portano in una società più giusta e più fraterna. Anzio io credo che gli stessi terroristi, le brigate rosse, il gruppo Baader Meinhof, in definitiva non sono costituiti da uomini pervasi da sentimenti cattivi. C’è probabilmente in Meinhof, se uno legge qualche cosa, una tnsione formidabile a cambiare il mondo, ad avere un mondo diverso. E lo sbaglio dunque non è nell’intenzione buona ma è nella scorciatoia, nel credere che si possa tagliare netto, nel semplificare, nella concezione manichea per cui il male è tuto da una parte e il bene è tutto dall’altra”.

Maurizio Perinetti firmava invece “Salvare la democrazia, isolare i terroristi” una risposta polemica ad un volantino studentesco.

Perinetti dopo aver sottolineato il clima di violenza politica inaudita che stava caratterizzando la vita della Repubblica in quegli anni, teneva come punto fermo l’inaccettabilità della violenza e affermava : “Non si costruisce una società migliore uccidendo degli innocenti. Il Paese si è reso conto di questo, rivelando un grande senso di maturità (…) Lavoratori, studenti, giovani, donne si sono uniti spontaneamente per dimostrare la loro solidarietà alle forze dell’ordine. Lo devono capire a anche quegli studenti che sabato scorso a Ivrea hanno distribuito un volantino a nome del ‘movimento degli studenti’ (ma quali studenti?). Costoro si devono rendere conto che chi tenta di giustificare in qualche modo queste azioni terroristiche dei terroristi stessi si rende complice.”

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