Il “gran rifiuto” di Mattarella obbliga i partiti a scelte coraggiose. Il “commissariamento” non può durare a lungo

(Mario Berardi)

Sergio Mattarella, nel reiterare il deciso no alla propria rielezione come Presidente della Repubblica, ha invitato i partiti a un più alto senso di responsabilità, non solo per la scelta del Quirinale. Siamo infatti a uno snodo della politica di grande rilievo, destinato a influire sulle scelte del Paese per i prossimi anni. Non è solo in discussione il piano europeo di ripresa e resilienza o l’efficacia delle misure anti-pandemia. Al primo punto c’è il rapporto tra il super-tecnico Mario Draghi e le forze politiche, legittimate dalla Costituzione “a determinare la politica nazionale”. Con la caduta del Governo Conte-bis si era creata una situazione istituzionale drammatica, risolta dal Capo dello Stato con un sostanziale commissariamento dei partiti, con la scelta per Palazzo Chigi dell’ex Presidente della BCE.

Oggi le forze politiche della larga maggioranza insistono per il mantenimento di Draghi alla guida del Governo sia per giungere alla scadenza naturale della legislatura, sia per evitare che il “commissariamento” duri 7 anni. Sarebbe una sconfitta epocale del sistema dei partiti, su cui si regge la Repubblica parlamentare.

Ma le forze politiche – per riconquistare il legittimo ruolo, sottolineato da Mattarella – debbono uscire dal tatticismo quotidiano, per compiere coraggiose scelte di prospettiva. Anzitutto debbono dire agli elettori se le due coalizioni, centro-sinistra e centro-destra, esistono ancora, viste le polemiche quotidiane, senza respiro. I centristi – da Renzi a Mastella, da Toti all’Udc – sono in fermento con l’obiettivo di costruire una “terza forza”, che renderebbe senza maggioranza assoluta sia l’asse Letta-Conte sia l’accoppiata zoppicante Salvini-Meloni, con Forza Italia a rischio di esplosione, nella concreta ipotesi di fallimento della candidatura di Berlusconi al Quirinale. Le stesse alleanze Pd-M5S e Lega-FdI sono lacerate all’interno: sia i “moderati” del Pd sia i leader pentastellati (da Fico a Di Maio) presentano l’intesa come scelta tattica, mentre sull’altro fronte i moderati della Lega guardano allo scenario europeo e rifiutano il “sovranismo” di Salvini e della Meloni.
In questa condizione non c’è oggi nel panorama politico una maggioranza programmatica alternativa a quella dell’unità nazionale. Perché non riconoscerlo onestamente davanti all’opinione pubblica, evitando che l’astensionismo cresca ulteriormente, dopo il boom delle recenti amministrative?

Con la costituzione del Governo Draghi il presidente della Repubblica ha fatto emergere l’inadeguatezza della formula destra-sinistra, nata alla caduta della Prima Repubblica e impersonata nello scontro Berlusconi-Occhetto (quest’ultimo poi sostituito da Prodi). Dopo quasi un anno di guida dell’ex Presidente della BCE, questa linea è ancora più in crisi: basti citare i recentissimi interventi del presidente della Camera e del numero due della Lega: Fico ha escluso una nuova esperienza dell’Ulivo, auspicata da Letta; Giorgetti spinge il Carroccio nel PPE della Merkel.

E anche sul piano programmatico “le bandierine” dei singoli partiti non ottengono la necessaria maggioranza. Sui temi etici è stato evidente lo stallo determinato dalla sinistra del Pd sul ddl Zan, mentre l’attacco ingeneroso di Salvini e della Meloni sui migranti si è infranto sulla giusta fermezza della ministra degli Interni Lamorgese. Analogo stallo sui temi economici e sociali, con la Confindustria e i sindacati molto distanti dalle proposte dei partiti, sia pure con obiettivi opposti. In particolare il leader degli industriali Bonomi continua ad attaccare le forze politiche con toni di disprezzo, al limite del rispetto doveroso per le istituzioni democratiche. Nei fatti la scelta di Mattarella dell’unità nazionale si dimostra non solo contingente ma di larga durata, anche per la confermata parcellizzazione degli orientamenti politici, con le prime tre forze (Pd, Lega, FdI) attorno al 20% e i Grillini, in crisi, in calo costante verso il 15%.

Senza l’accettazione della realtà, i partiti rischiano di allontanarsi ulteriormente dall’opinione pubblica, con o senza Draghi. Con il suo rifiuto di una supplenza presidenziale, Mattarella costringe le forze politiche a uscire dalle logiche di parte, per assumere scelte doverose nell’interesse primario del “bene comune”. L’Italia, nonostante tutto, è in ripresa, come testimoniano anche le agenzie di rating. È un cammino che non va interrotto, cominciando da Montecitorio e Palazzo Madama. Ma lo sciopero di Cgil e Uil, la Cisl contraria, non aiuta.

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