Il lungo lockdown ha posto l’accento sull’importanza di apparire “belli”

(Susanna Porrino)

A un anno di distanza si iniziano a riscontrare le conseguenze che lockdown e pandemia hanno avuto sul nostro modo di percepire noi stessi e la realtà. Andrea Suarez, una dermatologa statunitense particolarmente attiva sul web, ha parlato nel suo intervento “Why you think you’re ugly” dello straordinario aumento di richieste di ricorso alla chirurgia estetica in seguito alla riapertura delle attività: i dermatologi parlano di Zoom dysmorphia, una tendenza a guardare alcune caratteristiche del proprio viso ripreso dalle videocamere da Pc in maniera distorta ed eccessivamente critica, che sfocia in una forma di disturbo tale da far sentire la necessità di modificare ciò che non appare accettabile.

Se è vero che uno dei due specchi in cui ci riflettiamo è sempre rappresentato dallo sguardo degli altri, non riesce difficile immaginare come l’analisi continua dell’immagine con cui ci rapportiamo con il mondo esterno possa caricarsi, soprattutto in giovane età, di una gravità e di una severità tali da rendere l’immagine riflessa nella webcam oggetto di un giudizio privo di delicatezze. La ricerca della perfezione estetica non è una novità, e se ne parlava ampiamente anche prima della pandemia.

È del 2006 uno degli studi più importanti sull’argomento, “Why beauty matters” (“Perché la bellezza conta”) di Markus Mobius e Tanya Rosenblat, in cui si indaga il modo in cui l’aspetto esteriore condizioni il giudizio della persona, sia nel settore lavorativo, sia nella vita quotidiana, e in cui si dimostra che la bellezza rappresenti di fatto un vantaggio a livello sociale: è il cosiddetto “pretty privilege”, che spinge chi non è all’altezza degli standard richiesti a cercare in ogni modo di conformarvisi, nel tentativo di ottenere un riconoscimento che altrimenti si vedrebbe negato.

Tuttavia è curioso notare come i mesi passati in lockdown, guardando solo da lontano alla malattia e vivendo invece in prima persona le restrizioni che essa comportava, hanno fatto sì che un’esperienza che avrebbe potuto far riscoprire le componenti essenziali dell’esistenza abbia in realtà rivelato il bisogno di curarne con attenzione ancora maggiore la superficie.

Mi domando che conseguenze tutto questo possa aver avuto per i giovani, che, proiettati in maniera così incisiva nella propria ristretta dimensione individuale e costretti a fare continuamente i conti con se stessi nella solitudine, si trovano chiamati a riflettere sul modo in cui vorranno muoversi nel vasto mondo esterno fatto di relazioni e frenesia.

La difficoltà di capire cosa si vuole fare, in un momento della vita in cui è spesso quasi impossibile stabilire cosa si vuole essere, si è scontrata con una situazione in cui il tempo per la riflessione e l’attività introspettiva è aumentato, ma è diminuita la tendenza a programmare e studiare il futuro.

Ritengo sarebbe fondamentale che anche la scuola, oltre che le famiglie, si attivasse per risvegliare negli studenti quella dinamicità e quella capacità di entusiasmarsi senza la quale è impossibile intraprendere qualunque strada verso il futuro.

I ragazzi hanno la necessità di recuperare le conoscenze e le competenze che in questi due anni sono forse state trasmesse in maniera più labile, ma ancora di più hanno bisogno di recuperare il dialogo e il confronto con persone e idee che si collochino al di fuori della bolla limitata all’interno della quale sono stati costretti a rimanere per tutti questi mesi.

Le lacune nell’insegnamento sono un problema, ma la mancanza di vitalità e di voglia di colmarle si riveleranno un problema ancora maggiore: è dunque essenziale che il mondo adulto trovi in sé le capacità e il desiderio di guidare di nuovo i giovani verso il mondo e verso il futuro, e non si limiti a caricarli di valutazioni e aspettative.

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