Il vero terremoto del voto amministrativo è l’astensionismo

(Mario Berardi)

Dopo il voto è più difficile la salita al Colle perché gli sconfitti dalle urne (il M5S e la destra di Salvini-Meloni) hanno disegni contrapposti. Fratelli d’Italia propone Draghi con l’impegno di elezioni anticipate in primavera, Salvini sembra sulla stessa strada (come aveva anticipato Giorgetti): per intanto ha cominciato a picconare il Governo, con l’assenza dei suoi ministri dalla riunione sulla delega fiscale. All’opposto Conte, che guida in Parlamento il partito più numeroso, ha l’obiettivo di evitare le urne e di giungere alla scadenza naturale della legislatura, nella primavera 2023. Berlusconi mantiene le carte coperte (oltre alla sua candidatura di facciata) e nel frattempo ha scagliato un duro attacco alla coppia litigiosa Salvini-Meloni, accusandoli di inadeguatezza alla leadership. Letta, vincitore delle amministrative, vorrebbe un nuovo mandato per Mattarella, ma la Meloni si oppone e il Capo dello Stato si è detto non disponibile; Renzi indica il centrista Casini e la ministra Cartabia, che tuttavia sembrano privi del sostegno di Conte e della destra per le stesse ragioni.

L’alternativa potrebbe essere costituita da una “maggioranza Ursula” (dal nome della presidente dell’Unione europea), ma per questo sarebbe necessaria una rottura tra Forza Italia e la destra.
I partiti, vinti e vincitori, sono scossi dal terremoto dell’astensione alle amministrative: 54% di votanti, ma solo una minoranza alle urne nelle grandi città; nella stessa Torino, dove il Pd è in testa sovvertendo i pronostici della vigilia, i voti per i Dem sono stati quarantamila in meno rispetto alle precedenti amministrative del 2016. E nel collegio di Siena, che ha eletto Letta deputato, gli astenuti hanno superato il 60%. Per questo Prodi e Veltroni invitano alla prudenza, anche se è clamorosa la vittoria al primo turno a Bologna, Milano, Napoli e un buon piazzamento ai ballottaggi di Torino e Roma. Il vero problema è politico: come costruire una coalizione dai centristi ai Grillini, visti i reciproci veti; Calenda ha confermato per Roma il “no” ai Pentastellati, Renzi ne prevede l’estinzione e propone un’alleanza neo-centrista con un pezzo del Pd e i berlusconiani. Un’impresa oggettivamente ardua.

L’ex premier Conte, a parte Napoli, eredita un movimento grillino allo sfascio, con la perdita dei Municipi a Torino e Roma, con risultati da prefisso telefonico al nord: 3% a Bologna e Milano, 8 a Torino. All’interno del Movimento ci sono spinte per tornare all’opposizione (area Di Battista), mentre i parlamentari sono ovviamente per la continuazione della legislatura. Conte propone un’intesa organica con il Pd, mentre Di Maio non esclude l’ipotesi di una sorta di “Lega del Sud”.

A destra Salvini registra la Waterloo a Milano, Meloni a Roma e Napoli (avevano scelto i rispettivi candidati-sindaco); ma il vero nodo è l’esplodere della contraddizione politica nella coalizione di centro-destra, con Berlusconi pro-Draghi, la Meloni contro, Salvini un giorno a favore e l’altro contro; le due vittorie alle regionali in Calabria e alle comunali di Trieste sono frutto di candidati moderati “forzisti”. Con Draghi è emersa centrale la questione europea e la crisi del “sovranismo”: non si può essere con Berlusconi e Giorgetti insieme alla Merkel e nel Ppe, mentre Salvini e la Meloni flirtano con i “populisti”, dall’ungherese Orban alla francese Le Pen. E la collocazione a Bruxelles è ancora più importante nel momento in cui l’Italia è impegnata nell’utilizzo dei massicci finanziamenti europei (sino al 2026), indispensabili per la ripresa del Paese dopo la tragedia della pandemia.

Come ricorda spesso il presidente Mattarella, l’Europa è lo snodo centrale per il nostro futuro; lo hanno capito, in ritardo, i Grillini, con il voto decisivo a favore della Presidente Ursula von der Leyen; l’ha compreso una parte dei leghisti (Giorgetti), sono sempre critici Salvini e la Meloni. Su questo discrimine europeo si giocheranno le prossime scadenze politiche, a cominciare dal dibattito avviatosi nella Lega tra le due correnti del partito, europeisti e sovranisti, si-vax e no-vax, Governatori del Nord e destra estrema che fiancheggia i nostalgici del passato (sempre presenti in FdI, come ha dimostrato una recente inchiesta giornalistica). D’altra parte lo stesso dramma democratico dell’astensione massiccia esige dalle coalizioni chiarezza politica e programmatica, non ammucchiate per conquistare il potere.

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