Incapaci di rimanere soli con se stessi?

(Susanna Porrino)

È idea generalmente diffusa che la società moderna non sia in grado di interfacciarsi in maniera sana con la solitudine. La presenza di dispositivi che in qualunque momento offrono distrazioni e compagnia ha permesso di rifuggire la sensazione di essere soli, ma ha contemporaneamente fatto venire meno la millenaria occasione di riflessione e crescita offerta dal silenzio e dall’assenza di ulteriori stimoli.

Paradossalmente, però, il culto della solitudine e dell’individualità è molto più esplicito e incoraggiato adesso di quanto non lo fosse un tempo. Proprio perché divenuto oggetto di una scelta e non più momento obbligato, il tempo speso lontano dal contatto con gli altri viene celebrato come momento di riscoperta interiore; e d’altra parte la ricerca di individualità è motivata da un sempre più sentito bisogno di accordare tutte le dimensioni di sé in una realtà fluida e bombardata dal confronto imposto con canoni sempre più opprimenti.

Non a caso il concetto di “self love” (l’amare e il coccolare se stessi) è uno degli oggetti di discussione e propaganda più gettonati nel web, che si va ad incastrare perfettamente in un sistema (economico, sociale, lavorativo) in cui l’individualismo è la chiave essenziale per avviarne il motore: l’indipendenza dai vincoli affettivi è certo tratto antropologico di una società che ha paura di soffrire, ma è anche l’unica speranza di sopravvivenza in una cultura che impone ritmi mentali e lavorativi che subordinano il concetto di produttività ad un totale assorbimento della persona.

Tra le ragazze americane si è diffusa, come una vera e propria moda, l’abitudine di prendere “appuntamenti con se stesse”: giornate in solitudine a cui prepararsi con la stessa cura con cui ci si prepara per le giornate trascorse con altri, ponendo al proprio aspetto (e, generalmente, anche a tutto ciò che permette di modificarlo: trucco, vestiario, accessori) l’attenzione che normalmente non è necessario presentare quando si è lontani dal giudizio esterno.

La domanda sorge spontanea: l’obiettivo è quello di educarsi ad apprezzare il tempo speso in propria compagnia, o di educarsi alla convivenza con un’immagine distorta di sé? Da dove nasce l’esigenza di queste ragazze di prepararsi e modificarsi per rendersi all’altezza dell’incontro con se stesse?

Il confine tra la cura di sé e l’annullamento della nostra forma più autentica è rappresentato da una linea estremamente labile, entro cui tutti i tentativi di modificare il proprio aspetto oscillano in maniera pericolosamente traballante tra il tentativo di apprezzare ciò che si è e il tentativo di far sì che altri lo apprezzino. È forse la noia dei momenti in cui ci accorgiamo di essere soli contro la nostra volontà, costretti a elemosinare da uno schermo lo stimolo per rimanere svegli e vivi, a rendere meno valido il tempo speso con la versione naturale e trasandata di sé? O lo è il pensiero di fondo che lo sforzo impiegato nel conformarci agli standard e ai canoni di bellezza e realizzazione sia l’unica cosa in grado di renderci finalmente degni di amore e riconoscimento, anche da parte di noi stessi?

Se infatti parte della percezione di noi stessi può nascere in maniera indipendente attraverso il nostro sguardo, abbiamo però un’identità sociale da cui non possiamo svincolarci completamente. Come già avveniva al dr. Jekyll del romanzo di Stevenson, anche oggi il rischio è quello di dover gestire due versioni di sé così distanti e così contraddittorie da non riconoscersi più in una, o da sentire il bisogno di fondere entrambe.

La paura, forse ancora più spiccatamente femminile, di vedere riflessi allo specchio (o di lasciare osservare da altri) i segni del tempo o le imperfezioni proprie della natura umana, così come il bisogno di presentarsi in qualche modo “filtrate” anche nel confronto con sé stesse, non è altro che l’interiorizzazione di pressioni ed esigenze esterne che si sono fatte troppo invasive per permettere la coesistenza di due immagini di sé (l’una conforme ai canoni moderni, l’una fedele a ciò che si è realmente).

Rompere questo circolo vizioso significherebbe acquisire la consapevolezza che non è tanto il tempo in compagnia di noi stessi a mancarci, quanto il tempo speso in compagnia della nostra forma imperfetta, riconoscendoci, almeno nella solitudine, un valore che va oltre l’apparenza e che al tempo spesso la accoglie come parte di un tutto indivisibile: e gradualmente imparare a coltivare lo stesso sguardo anche verso chi ci circonda, accettando che, per quanto esseri individuali, abbiamo bisogno di una dimensione collettiva in cui sentirci liberi di esprimerci.

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