Intrighi e complotti a “Viverone Beach”

(Fabrizio Dassano)

Al lago di Viverone ci si rilassa sia in barca che nelle passeggiate sulla riva canavesana. È domenica mattina e c’è molta gente in giro, sia tra i locali che lungo i sentieri che circondano il lago lasciando all’occhio del turista squarci naturalistici di tutto rispetto. Tra i boschi rigogliosi, un tappeto verdissimo di micro foglie lacustri ricopre la palude; dalle piante di loto emerge una testa di un rettile e poco dopo emerge una grossa tartaruga d’acqua; grosse libellule solcano l’aria che si fa via via più calda…

Eppure, anche la domenica mattina, non mancano dei conoscenti in grado di rompere quella idilliaca quiete e quella pace vacanziera. Infatti, dal telefono arriva il trillo che segnala l’arrivo di un sms. “Lo guardo? Non lo guardo? Lo guardo senza aprirlo, così il rompiscatole non vede se l’ho letto”, penso tra me e me. Ma c’è un’immagine e allora guardo. C’è l’immagine di un lago e la scritta “Viverone beach”. L’autore è un amico pavido e acquafobico: l’anno scorso l’avevo invitato a fare un giro in barca, ma al momento di salire non si è fidato, rimanendo fisso e ben piantato sulla banchina del porto.

Ovviamente ho pensato che fosse ritornato per tentare di vincere la sua paura dell’acqua. E così mi sono messo a cercarlo. L’immagine del messaggio telefonico presentava un prato che finiva nel lago, esattamente come quello che avevo visto pochi minuti prima. Così sono tornato indietro sempre in compagnia del mio fido Penny cane al guinzaglio e sono giunto in quel prato che mi ricordava quella foto. Ma dell’amico nessuna traccia.

Poiché ormai la mia pace e serenità era incrinata dalla sua presenza in zona, segno che mi stava evidentemente cercando, ho provato a chiamarlo al telefono ma invano. Ho ancora gironzolato qua e là finché mi sono accorto che era quasi mezzogiorno e dovevo rientrare a casa per il pranzo. Così, imboccata la strada a ritroso, me ne torno a casa smettendo di pensare all’amico rimasto chissà dove al lago, e che si negava al telefono.

Prima di svoltare e raggiungere il veicolo butto ancora un occhio verso il lago, in quella specie di spiaggetta dove i ragazzini si tuffano dal pontile e fanno il bagno. Ci sono delle anatre che camminano in gruppo sull’erba e vicino a loro c’è un signore che sembra proprio il mio amico, in procinto di scimmiottare inopportunamente i gesti di quei simpatici pennuti, imitandone la falcata con i piedi messi a papera e oscillando la testa avanti e indietro. Mi avvicino ancora ma non è lui, per quanto gli somigliasse molto, almeno nell’atteggiamento.

Nel pomeriggio poi ricevo una sua telefonata e vengo a sapere che era si al lago, ma quello d’Orta e la fotografia di quel lago con la scritta relativa a Viverone, era il nucleo del suo grande inganno in cui ero cascato. Ho raccontato questa cosa al mio ex vicino che era rientrato la sera nel suo appartamento.

L’ho fermato sulla porta dopo averlo osservato arrivare alle prime ombre della sera dal mio balcone. Ha dovuto sorbirsi tutta la storia e lo vedevo che aveva fretta, si spostava da un piede all’altro con fare impaziente. Finalmente ci siamo salutati e non ho potuto fare a meno di osservare che camminava con una strana falcata, come se stesse imitando, muovendo anche la testa ritmicamente, l’incedere dell’anatra.

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