Iperprotetti, dunque fragili

Riflessioni “fuori dal coro” dopo la tragedia nella scuola di Milano

(Cristina Terribili)

Alcune notizie non si vorrebbe mai ascoltarle: la morte di un bambino di 6 anni che cade dalla tromba delle scale (in una scuola di Milano) è sempre una tragedia. Una tragedia talmente grande che non trova plausibili spiegazioni, che conduce alla ricerca spasmodica di un colpevole, per dare un volto ad un dolore così straziante.

Nella rete dei possibili colpevoli ci sono tutti: insegnanti che permettono ai bambini di accedere al bagno in orari diversi da quelli della ricreazione, personale scolastico in numero inferiore a quello atteso per vari tagli alle scuole, e le scuole stesse, che sono poco sicure se costruite su più piani. Eppure mi chiedo perché un bambino di quasi sei anni non sia in grado di discriminare tra azioni che si possono e azioni che non si possono fare. Cos’è che ha portato un bambino di prima elementare, a trasportare una sedia vicino ad una ringhiera, salirci sopra e sporgersi in avanti?

I bambini cominciano intorno ai 24 mesi ad arrampicarsi, a sperimentare le capacità del proprio corpo, anche con qualche ruzzolone a cui segue – normalmente – una bella sgridata dei genitori che gli dice “questo non si fa!”. Il bambino, cadendo, piangendo, scoprendo che il fuoco brucia o che dalla sedia si cade e si batte la testa, seleziona quello che si può fare e quello che è meglio evitare. Poi riproverà a misurarsi con il proprio corpo e le proprie abilità da adolescente. Per questo motivo è comune dire che i ragazzi mettono in atto “comportamenti a rischio”, cioè che non sono in grado di valutare le conseguenze di ciò che fanno. E anche per gli adolescenti la differenza la fa la famiglia, che sanziona o permette, che protegge o rimprovera.

Mi chiedo se eccessive “protezioni” non abbiano come effetto l’impossibilità dello strutturarsi di una serie di leggi non scritte ma che ci aspettiamo tutti che vengano messe in pratica. Non si spiega altrimenti come abbia fatto a sopravvivere la maggior parte di chi ha superato i trent’anni, che andava a scuola a piedi, che portava da solo il proprio zaino, che frequentava una scuola su diversi piani, che giocava per la strada e così via…. Oggi ai bambini, spesso, non è permesso di sporcarsi, di fare da soli, di tagliarsi, di pungersi, di arrampicarsi senza che un genitore sia lì presente, ansioso a bloccarlo non appena mette il piede in fallo (o, più spesso, prima ancora che ciò possa avvenire). Ma se non torna tutto macchiato o con l’angolo della maglia strappato o anche con qualche graffio sulle ginocchia, non riuscirà mai ad imparare come si fa e soprattutto se si può fare.

Di più. Oggi non si rimproverano i figli se non hanno fatti i compiti, semmai si accusano gli insegnanti che ne assegnano troppi; oggi non si accetta che un allenatore tenga un ragazzo in panchina, deve per forza farlo giocare anche se non si è presentato agli allenamenti. Anche quando crescono i ragazzi e i giovani hanno sempre qualcuno che evita loro di assumersi la responsabilità di ciò che fanno. Viene sempre messa in discussione l’autorità che ha posto la regola, la legge. Però poi si vorrebbe abbassare l’età del voto a 16 anni, magari anche in quel caso facendo cadere la colpa delle proprie scelte infantili su qualcun altro.

Non vorrei mai trovarmi nei panni di quei genitori che hanno perso il figlio a Milano, ma non vorrei neanche trovarmi nei panni di quelle persone che ora si trovano indagate per mancata sorveglianza. Quello che è accaduto nella scuola di Milano non dovrebbe accadere mai più. Non serve però costruire solo scuole da un piano, recintare scale, aumentare i sorveglianti, obbligare le insegnanti a far uscire dalla classe i bambini solo al momento della ricreazione o altre misure restrittive. Servirebbe che ogni genitore permettesse ad ogni figlio di fare esperienza: il che non significa essere negligenti nel seguire la crescita del figlio, significa donargli la possibilità di capire cos’è un limite e che quella cosa non si fa. E che non si fa perché ci si fa male.

Qualcuno di noi ha forse avuto un genitore che diceva: “Se ti fai male ci aggiungo io il resto!”. Nessuno, forse, ha mai realmente preso quel famoso “resto”, ma il monito era sufficiente ad evitare di fare sciocchezze. E chi andava oltre, tornava a casa in silenzio, senza mostrare le lacrime o il livido che veniva puntualmente scoperto nel giro di poche ore. Forse varrebbe la pena di ripensare a certe modalità educative e pedagogiche, soprattutto quando, dopo una tragedia tanto grande, la colpa non appare di nessuno.

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