La battaglia più difficile…

Contro la minaccia (e la psicosi) del virus dalla Cina

(Cristina Terribili)

ROMA – “È il tempo dei fatti e non delle paure, è il tempo della scienza e non delle dicerie, è il tempo della solidarietà e non dello stigma”: così dichiara Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

E i fatti – veri – sono che all’Ospedale Spallanzani di Roma è stato isolato il nuovo coronavirus, responsabile dell’epidemia cinese che sta terrorizzando tante persone. È un fatto che dopo Roma, anche Padova e altri Ospedali e altre Università nel mondo stanno amplificando i loro sforzi per mettere a punto un vaccino in grado di contrastare la diffusione del virus, ma anche un cocktail di farmaci per curare chi è oggi malato.

È vero che tante persone nel mondo sono già guarite. È vero che le mascherine, in assenza di sintomi di malattie respiratorie, sono assolutamente non necessarie. È vero che la maggior parte delle persone asiatiche che risiede nel nostro Paese raramente sono state in Cina. È vero che il virus non sopravvive all’interno di un organismo morto e che dunque non può essere trasportato attraverso merci.

Il tempo che molti hanno perduto in giro a cercare mascherine da usare qui, quello speso per leggere notizie false e allarmanti, quelli che hanno rinunciato ad andare a cena nei ristoranti cinesi o asiatici in Italia, piuttosto che tutti quelli che hanno disdetto viaggi, annullato prenotazioni alberghiere, senza neanche preoccuparsi di consultare una carta geografica, avrebbero potuto spendere lo stesso tempo per informarsi correttamente, divulgando a loro volta informazioni corrette, mo-strando solidarietà alle persone cinesi residenti in Italia che potrebbero essere in allarme per i propri cari laggiù.

La battaglia più difficile è stata ed è, quella contro il virus dell’ignoranza, quella che ha richiesto misure di intervento specifiche e accordi anche con i sistemi di informazione popolare come Twitter.
Per fortuna siamo circondati da sconosciuti studiosi e ricercatori che impegnano la loro vita, spesso con il sostegno di sole borse di studio o di compensi non edificanti, a trovare soluzioni per il benessere mondiale.

Abbiamo una comunità scientifica internazionale che comunica correttamente e che si confronta su ricerche e risultati: e che, al di là del coronavirus, è impegnata tutti i giorni nello studio delle malattie, dalle più comuni a quelle più rare e che non demorde di fronte ai pochi finanziamenti, di fronte all’invisibilità, di fronte al fatto che il rapporto tra impegno e risultato non è sempre equilibrato.

Inoltre, un pensiero non può non essere rivolto a tutti quelli che hanno rinunciato a venire nel nostro Paese per paura di contagio: mi piacerebbe invitarli a continuare a rimanere nelle proprie case per un tempo molto lungo, perché viste le capacità che l’Italia ha mostrato per far fronte a questo virus e che aveva già mostrato con i virus dell’ebola e della Sars, troverebbero assistenza e cure.
Assistenza e cure che da sole bastano per dare fiducia al nostro Paese e a chi è impegnato nella ricerca in medicina.

Sicuramente ci piacerebbe anche avere la capacità di realizzare un ospedale in tempi record, come quello costruito in Cina, ma per questo dobbiamo trovare il modo di sconfiggere una piaga ancora più dilagante del nuovo coronavirus: la peste della burocrazia, che in Italia affligge e rende tutto tanto complicato.

Chissà se c’è qualche studioso che avrà voglia di cimentarsi contro questo mastodontico dramma?

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