La dedica finale

(Filippo Ciantia)

Un’estate indimenticabile. Dopo anni di umiliazioni, torniamo sugli altari dello sport: non solo nel calcio (grazie alla banda di Mancini), ma anche nell’evento sportivo per eccellenza, le Olimpiadi. Abbiamo dimostrato di saper correre, saltare, marciare, combattere, pedalare, vogare, sollevare pesi, eseguire esercizi ginnici. E meglio degli altri! Ed ora una commovente capacità di inclusione e valorizzazione degli atleti speciali che stanno mietendo successi alla Paralimpiade.

Nessuno dei campioni ha mancato di dedicare la propria impresa e la medaglia a qualcuno di caro. Si sono rivelati amori finora celati, oppure già noti e semplicemente confermati. Si sono festeggiate le famiglie, genitori e nonni, paesi interi e le regioni di provenienza. È stata l’occasione per ringraziare allenatori e compagni di squadra, amici e parenti scomparsi e tanto amati, degni dell’onore raggiunto.

Anche chi ha perso, oppure ha deluso, non solo le aspettative, ma anche se stesso, ha dovuto riconoscere di dover ringraziare qualcuno: solo per il fatto di essere arrivati fino a Tokyo, comunque meta che esige capacità eccezionali.

Il Comitato Olimpico alla vigilia dei giochi ha deciso di cambiare il proprio motto. De Coubertin chiese al suo grande amico, il domenicano Henri Didon di individuare una massima per celebrare le prime olimpiadi moderne. Padre Didon creò la frase latina “citius, altius, fortius”. Alle note parole quest’anno si è quindi aggiunto “communis”: insieme, anche per sconfiggere la pandemia. Oltre che essere andati più veloci e più in alto e dimostrato in tante discipline di essere i più forti, lo abbiamo fatto insieme, tra staffette e canottaggio o vela.

Tutti hanno avuto il bisogno di dedicare, al di là delle formalità, la propria impresa. Al fondo della nostra natura e della nostra anima, capiamo bene che abbiamo, sempre, bisogno di qualcuno. Per questo, sia vincendo sia perdendo, occorre, soprattutto per andare avanti, la gratitudine che riempie il cuore e spalanca al domani.

“Mi hanno salvata le persone. I medici e i loro staff… Mauro, il fisioterapista… Peppone, il preparatore… i maestri della nazionale… Le mie compagne di squadra… tutti i miei amici … Infine ringrazio la mia famiglia: la mia forza, il mio tutto” (Bebe Vio)

Esegui l'accesso per Commentare