La pausa pranzo in zona rossa

(Fabrizio Dassano)

Anche la pausa pranzo è cambiata dopo l’istituzione della “zona rossa” e il confinamento a casa degli studenti. Non si può più usare il bar interno, perché… non c’è più. Non ha retto la chiusura dalle vacanze di Carnevale di quest’anno e comunque con l’ultimo Dpcm ha dovuto chiudere di nuovo. Come non ci sono più nemmeno i colleghi con cui passare una ventina di minuti in allegria e spensieratezza al bar interno. Lavorano tutti da casa.

Io e pochi altri invece siamo in presenza e comunichiamo con lo smartphone a distanza. Gli orari d’ingresso sono stati variati e sono differenti per ognuno: io entro alle 7.50 e il mio collega alle 7:55. Se per disgrazia ci incontriamo nei lunghi corridoi, ci defiliamo in maschera, chi in un’aula e chi in bagno.

Nella moria del coprifuoco, quando sono in preda ai morsi della fame non ho alternative all’uscire a caccia di un trancio di pizza o di una piadina nei meandri vicini a via Palestro. Ieri sono andato nel giardino dei mille colori dell’autunno. Una signora su una panchina a 50 metri da me faceva le foto alle mirabili essenze del parco; poi in un battibaleno ha estratto un sacchetto dedicandosi a mangiarne il contenuto. Un signore era piazzato su un’altra panchina, ma a 100 metri di distanza: impossibile capire che cosa fa. Nessun altro in giro, a parte un giovane runner in tuta da ginnastica gialla.

Ordinate e ritirate la piadina e la lattina, mi siedo su una panchina anch’io. Fa freddo, ma al sole si sta bene. Mangio e ragiono.

Fingo di essere ad Hamelin dopo che il pifferaio magico, non ricompensato per aver precedentemente liberato la città dai topi, s’è portato via tutti i fanciulli per vendetta…

Il parco giochi è tristemente deserto. Ricordo che però un tempo all’ora di pranzo c’erano i bambini, con le maestre sotto gli alberi; i più piccoli, quelli del nido, viaggiavano su un treno di carrettini molto simpatici che passavano sul lungo Dora, osservati da mamme e nonne con i passeggini. Fisso un’altalena immota, mentre il piccolo bar del giardino sta chiudendo l’unica serranda alzata. Appena in tempo!

Sto ormai finendo la mia piadina sulla panchina. Arriva una giovane donna con uno zaino in spalle e un cane piccolo e simpatico, lo riconosco: è un Giacomo Rosselli (cioè un “Jack Russell”). Mi punta da lontano. O meglio punta la mia piadina e arriva prima della padrona che lo richiama inutilmente e anzi, mi lancia l’avviso di stare attento al cane perché potrebbe rubarmi il cibo. Chiedo se posso dargliene una lacrima, ma lei è irremovibile e da dietro la mascherina mi intima: “Assolutamente no!”. Sapendo di deludere il mio nuovo amico Giacomo, inghiotto l’ultimo boccone in un sol colpo. Il cane mi guarda e sembra che un insulto in stile canino sia partito attraverso il suo sguardo che mi fulmina. Anche i cani hanno l’anima e l’appetito!

Mi alzo e, prima di rientrare, guardo il nastro d’argento della Dora che splende sotto il sole d’autunno. Sarà anche rossa, ma è pur sempre una gran bella zona, la nostra.

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