L’Addio. Stefano e il ricordo della lezione di nuoto alla “Granda”

MEMORIE D’ALTRI TEMPI IN UN RACCONTO D’AMBIENTE VALDOSTANO

(Alessandro Crotta)

La salma fu composta nello stesso letto in ferro in cui madame Thérèse Blanchérèt spirò. Come allora usava, arrivarono le amiche della defunta a occuparsi di quegli aspetti attinenti alla preparazione della salma.

Il giorno dopo, fu Ietta ad occuparsi di quegli obblighi procedurali attinenti al decesso “dla Granda”. Fatto sta che al podere “dla Rosin-a” la morte di Marianin fu di tale portata che, come sempre accade in campagna, finanche gli animali ne percepirono l’eco. Silenziose le mucche nella stalla, come lo erano le galline nel pollaio; attorniato dai micini di Micia, nell’aia dietro casa era Lampo con quelle sue insolite alternanze di guaiti, quasi fossero giaculatorie, a esprimere la sua partecipazione. Micia, la decana della dinastia dei Miceti, pure lei si associò a quell’andirivieni di villici che di quando in quando venivano a offrire ai Borghi e ai Blanchérèt le loro condoglianze.

A porgere il cordoglio della borgata arrivò anche don Aristide. Alle parole che non furono solo di circostanza, il sacerdote fece seguire il “Requiem aetérnam dona eis Dòmine, et lux perpétua lùceat eis” per finire con il “De Profundis”. Prima di andarsene, si accordò con i familiari della defunta per la “corun-a” che sarebbe stata recitata dopo cena.

Poco prima delle ventuno arrivò don Aristide. Dopo qualche episodico ricordo ammantato di humour e di tenerezza attinente alla figura della Blanchérèt, il reverendo si portò nella capace cucina e poco dopo iniziò la “corun-a”. Alla recita del rosario parteciparono soprattutto le donne.

Gli uomini, per una supposta seppur imbarazzata sufficienza, coerente con il loro modo d‟essere, si esclusero appartandosi nel tinello accanto al cucinone.

Così, a quell’infinita serie di Ave Marie, Sante Marie, di Ora Pro Nobis e di Gloria che anticipavano quei misteri più dolorosi che gaudiosi, che avevano comunque il sapore di un corale arrivederci, si arrivò a quell’altra serie di Virgo Clemens e Virgo Fidelis per finire, tra un colpo di tosse e l’altro, al De profundis clamavi te Domine. Dopo un’ulteriore serie di condoglianze rivolte soprattutto alla signora Rosa, i convenuti sfollarono. Alla veglia della salma oltre alla figlia Rosa parteciparono il Gioanin dla Pin-a, la stessa Pina, il nipote Federico, Ietta, e le due amiche della defunta, Margherita e Lucia.

Nel pomeriggio del giorno dopo, quell’andirivieni del giorno prima s’intensificò e proseguì sino a sera. Arrivarono anche i nipoti dalla Vallée e quell’altra figlia della defunta, tale Lucy Blanchérèt, e da Milano, Lella Borghi, la maggiore delle nipoti. Come in altre simili circostanze, anche in questa fu il Gioanin dla Pin-a a “sigrir” per qualche giorno la stalla dei Borghi. Sul modo di accudire del Gioanin vi fu sempre, da parte delle varie Carin-e, Mòre, Bionde e Robbie, la massima collaborazione e, verso le sue inadeguatezze, comprensione.

Il giorno del funerale, già un’ora prima che questo iniziasse, il cortile di fronte alla casa mezzadrile si affollò come mai si era visto in altre occasioni. Arrivò anche lo “strassé” per prendersi, “a vintedoi sòld l’un-a”, le due pelli di coniglio promessegli da Stefano tre settimane prima. Bofonchiò le sue condoglianze e se ne andò: sarebbe ripassato la settimana dopo.

Con l’arrivo di don Aristide, il feretro fu portato nel cortile di fronte all’ingresso principale e posto su quattro sedie precedentemente disposte per la bisogna. Poco prima delle quattordici, trainato da due cavalli, arrivò il carro funebre il quale, senza fretta, si portò all’ingresso del podere. Iniziarono le orazioni. A queste concluse, con la sistemazione del feretro nel carro funebre, dietro a questo si formò il corteo il quale, dopo qualche incertezza iniziale, s’incamminò sino a inserirsi, poco prima della stradina adducente alla cascina del Gioanin dla Pin-a, nella via principale. Fu da questo punto che il corteo funebre si dispose secondo costume: il crocifisso con il chierichetto in testa, al quale seguivano, disposte ai lati della strada e recitanti il rosario, e riconoscibili dai loro foulard bianchi, le Figlie di Maria. Frammiste a queste le donne di alcune confraternite religiose valdostane; infine, tra queste e il carro funebre, don Aristide.

Dietro al “caross”, Rosy con i figli Rita e Stefano sottobraccio, i Borghi, i Blanchérèt e via via tutti gli altri. Fu all’ingresso del curvone “dl’ingigné” che il pensiero di Stefano si portò alla sua Mamy, alla nonna.

Il curvone gli rammentò ciò che accadde proprio in quella curva, un giorno di agosto di qualche anno prima. Solo per miracolo lui, Mamy e la bici non volarono oltre il basso muretto per finire, non propriamente in gloria, nel sottostante prato “dl’ingigné”. Fu in quell’occasione che la nonna di Stefano tanto supplicò il nipote che quest’ultimo, pur tra non poche incertezze e timori, alla fine l’accompagnò al lago per impartirle quella lezione di nuoto che la progenitrice aveva in gozzo sin dagli anni dell’adolescenza.

Che la nonna fosse astuta come la volpe, e in ciò il nipote gli assomigliasse, Stefano l’arguì dal modo con cui la “Granda” condusse il gioco. La scaltrezza con cui Stefano fu coinvolto nei disegni ludici della nonna fu tale, gli sovvenne, che quando dall’alto dei suoi verdi anni s’accorse del tiro giocatogli dall’ava, capì che ormai era cosa fatta. D’altro canto una nonna così, con quella sua unicità così diversa dalle nonne dei suoi amici, a Stefano non solo garbava, ma ne era visibilmente orgoglioso.

I due andarono quindi al lago in bicicletta; Stefano ai pedali e manubrio, lei sul tubo orizzontale. Non era la loro, con quella bici, un’immagine inconsueta in borgata. La nonna aveva predisposto ogni cosa. Per quei motivi di carattere pratico di cui madame Blanchérèt era maestra, la nonna aveva già indossato il costume da bagno acquistato sessant’anni prima.

Quando poi i villici si riferivano al duo, a Stefano ma soprattutto a quell’esile figura di nonna scarrozzata in bici per strade e stradine, scuotevano il capo, poi, con un gesto di commiserazione finivano per dire l’un l’altro, “mai vist ëd mat parèj!”. Per fortuna poi che gli stessi non videro quando nel “curvon ëd l’ingigné”, il duo andò quasi a rompersi l’osso del collo. La rievocazione dell’ottantatreesimo compleanno della nonna ebbe termine quando il corteo funebre era ormai alle porte della città.

(2 – continua)

Legenda. “Corun-a”: il Rosario; “Sigrir”: accudire la stalla; “Strassè”: straccivendolo; “A vintedoi sòld l’un-a”: per ventidue soldi ciascuna; “Caross”: carro funebre; “Mai vist ëd mat parèj!”: mai visti dei matti così!

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