Le cinque donne samaritane

Cuba festeggia i 500 anni della sua capitale, L’Avana. È stata l’occasione per rendere più bella la città e la rinnovata Habana Vieja, tesoro di architettura coloniale spagnola.

C’è stata la prima visita ufficiale sull’isola dei sovrani spagnoli: Felipe e Letizia, nell’estremo sud ovest, a Santiago di Cuba, hanno ricordato i caduti spagnoli della guerra ispano-americana del 1898.

Era presente anche il vescovo Dionisio Guillermo García Ibáñez, che aveva chiesto all’arcivescovo di Milano sacerdoti per la sua diocesi di 1 milione di abitanti e 30 preti. Il vescovo sapeva che, mentre partecipava al grande evento, essi erano sparsi nelle umili parrocchie tra la povera gente.

Don Adriano, mentre evitava le buche della pista che da Palma Soriano portava a San Luis, rimpiangeva le strade della sua Brianza. Gli inevitabili sobbalzi della vettura non gli impedivano però di ammirare il verde del lussureggiante paesaggio che lo circondava, mentre la strada si faceva sempre più stretta e tortuosa.

Ad attenderlo non c’erano le folle festanti che avevano circondato i reali di Spagna in un tripudio di bandierine cubane e spagnole. Alla fine della salita verso il piccolo villaggio lo aspettavano solo 5 donne anziane. Si aspettava di più: non c’erano né giovani né uomini, solo 5 donne sulla via del tramonto.

Dopo un breve dialogo, le aveva confessate. Vite di povertà, stenti e peccati, che gli avevano ricordato la vita affettiva della Samaritana del racconto evangelico. Durante la Messa avevano le lacrime agli occhi. Esse erano rimaste fedeli alla Chiesa durante la grande persecuzione seguita alla rivoluzione castrista. Era valsa la pena arrivare fin lì per quella semplice testimonianza di fedeltà e per vedere le loro lacrime nell’incontro con Gesù. E i loro sorrisi di gratitudine.

“La logica della missione è la sproporzione – lo aveva esortato l’arcivescovo Delpini –. La missione è sproporzionata alla disponibilità degli operai: vien da dire che siamo pochi, siamo vecchi, siamo inadeguati e, dunque, cerchiamo di essere prima missionari a casa nostra, poi penseremo al resto del mondo. Ma quello che sembra buon senso è viltà, quello che si presenta come saggezza è pretesto per adeguarsi alla logica del mondo: invece, proprio tale sproporzione è la ragione per andare”.

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