Le ‘divergenze parallele’ degli alleati minano la strada di Draghi

(Mario Berardi)

Negli anni Sessanta Aldo Moro propose le “convergenze parallele” per giustificare una nuova alleanza tra la Dc e l’area laica; oggi siamo al Governo Draghi, sostenuto dalle “divergenze parallele” destra-sinistra. Così la strada si fa difficile, perché ogni provvedimento è un problema.

Sul disegno di legge sulle semplificazioni, il primo richiesto dall’Europa, si è già al rinvio perché la destra chiede l’annullamento del codice degli appalti per accelerare gli investimenti, la sinistra lo difende perché teme l’esplodere della corruzione e delle infiltrazioni mafiose. Sul blocco dei licenziamenti la destra si è schierata con la Confindustria che ne chiede l’abolizione, la sinistra con i sindacati che vogliono protrarlo per tutto l’anno; la mediazione del premier Draghi (dal 1° luglio cassa integrazione gratuita per le aziende che non licenziano) ha parzialmente sconfessato il ministro del Lavoro Orlando e ha scontentato i sindacati che minacciano lo sciopero. Su un altro tema delicato, la proposta di legge Zan sull’omotransfobia, si registra un analogo scontro: il presidente leghista della Commissione Giustizia ha proposto oltre cento audizioni, la ministra chiede di destituirlo; ed è fallita la mediazione dei “moderati” del Pd e di “Italia viva” per la strada delle modifiche al ddl.

Quanto potrà reggere questo braccio di ferro, tenendo conto delle decine di leggi necessarie per i fondi europei del Recovery-plan? Il rischio della paralisi parlamentare è reale.

A favore del premier pesa l’obiettivo successo della campagna di vaccinazione avviata dal commissario straordinario Figliuolo: l’obiettivo dell’immunità di gregge entro settembre appare a portata di mano. È inoltre in atto – come ha rilevato il presidente Mattarella – la ripresa dell’economia: un bene da non disperdere. L’Esecutivo ha inoltre rapporti sempre difficili con le Regioni: lo stesso generale Figliuolo ha scritto una lettera di richiamo al presidente dei Governatori, il friulano Fedriga, lamentando le scelte autonome sui vaccini, a scapito delle persone fragili e degli ultra-sessantenni.

Un altro rimprovero è giunto dalla ministra degli Interni Lamorgese alle Regioni del Nord che dicono “no” all’accoglienza di un centinaio di migranti. A riguardo, la Chiesa subalpina ha detto parole molto ferme sul dovere dell’accoglienza, mentre sul piano istituzionale va rilevato che la politica interna ed estera è di esclusiva competenza del Governo, né sono possibili confini regionali: ne va dell’unità reale del Paese.

Le coalizioni contrapposte dei partiti sono poi ulteriormente divise al loro interno, com’è emerso in questi giorni nella vicenda delle elezioni amministrative di ottobre. Dopo lo strappo Pd-M5S per le elezioni comunali a Torino, Milano, Roma, Bologna, ora è scoppiato apertamente il dissidio Salvini-Meloni, con Tajani spettatore (incide l’assenza per malattia di Berlusconi). Il destra-centro non ha indicato alcuna soluzione per Milano, Roma, Bologna mentre è stata ribadita la rottura sulla presidenza del Copasir, il Comitato per i servizi segreti: la Lega non accetta la candidatura di Fratelli d’Italia con D’Urso e quindi l’organismo di controllo degli 007 è bloccato, insieme alle indagini sugli incontri tra agenti segreti e politici.

Sul piano politico la crisi dei partiti trasforma lo stesso voto amministrativo, con una caduta della dimensione nazionale e il prevalere delle logiche municipali. Paradossalmente le forze politiche sono più deboli sia nei confronti del Governo sia nel rapporto con le realtà locali, ove prevalgono i municipalismi e i personalismi (emblematico il caso Milano ove il sindaco Sala, alla vigilia del voto, ha lasciato il Pd, ritenuto debole, e ha scelto una nuova sponda con i Verdi).

I media, in una situazione così complessa, sono in larga parte schierati sulla linea Mattarella-Draghi; ma ci son altre nubi all’orizzonte perché lo scontro destra-sinistra potrebbe rendere molto difficile la prossima elezione del Capo dello Stato. I quattro maggiori partiti (Lega, Pd, FdI, M5S) cercano tutti di rilanciare una forte identità di riferimento: ma così rischiano di rendere molto difficile il cammino dell’Esecutivo di unità nazionale, nonostante l’entità dei problemi da affrontare.

Ci si chiede: che cosa possono valere uno-due punti in più nei sondaggi, di fronte al “bene comune” dell’intero Paese?

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