Liberi di esprimerci o di… autocensurarci?

(Susanna Porrino)

La fine dell’estate segna ufficialmente l’inizio di un nuovo anno per gli studenti, per il giornale e per tante altre attività lavorative, oggi forse in una situazione particolarmente delicata a causa degli eventi che abbiamo vissuto in questo 2020.

Per quel che mi riguarda, questo settembre segna l’inizio del terzo anno di collaborazione con Il Risveglio Popolare, attività che mi ha dato modo di riflettere e di osservare da vicino e in maniera più attenta ed interessata il modo in cui la comunicazione e la divulgazione di idee viene percepita nella nostra realtà.

Oggi penso che ciò che più si impara crescendo siano le parole da non dire. Diventare adulti – secondo l’impostazione generale in cui veniamo educati durante tutta l’adolescenza – significa apprendere gradualmente come adeguare l’espressione e i confini dei propri pensieri agli standard e alle necessità di tutte quelle figure che presentano una qualche forma di influenza nella nostra vita.

Accanto alla democratica libertà di espressione che sulla carta ci appartiene, siamo continuamente chiamati a scontrarci con una società che vive di apparenza e consensi, la cui esistenza si basa fondamentalmente su dei meccanismi di selezione sempre più severi ed esigenti di fronte ai quali ci guardiamo bene dal mostrarci non all’altezza.

La censura è raramente praticata, perché ogni individuo impara spontaneamente ad autocensurare sia le proprie idee sia intere componenti della propria personalità per poter sopravvivere alla realtà in cui viviamo: ciò che non è vantaggioso mostrare (insicurezze, critiche, paure e debolezze) viene silenziosamente dimenticato e riposto in un angolo nascosto della nostra individualità.

Il contesto scolastico, universitario, lavorativo ci insegnano d’altra parte che spesso ciò che conta non sono le idee e la preparazione, ma il modo in cui siamo in grado di presentare noi stessi, rivestendoci di un velo di sicurezza e inappuntabilità che convinca il nostro interlocutore.

Per certi versi, la stessa dinamica compare a volte anche nei test di ingresso universitari, utilizzati per selezionare un potenziale studente non sulla base della dimostrazione concreta di una naturale inclinazione per il settore di interesse o di competenze specifiche, ma sulla verifica di una serie di conoscenze generali per la quale molti aspiranti, in alcuni casi anche potenzialmente dotati, si vedono sbarrate in partenza le porte d’accesso.

Da un lato, dunque, in una realtà sociale in cui conviene modulare in maniera curata il proprio modo di mostrarsi e pesare i propri pensieri per potersi inserire al suo interno; dall’altro, una realtà social che, anche se a volte ingenuamente considerata fin troppo sregolata e completamente priva di restrizioni, si piega in realtà alle stesse regole.

Chi sceglie di pubblicare qualunque cosa sul web, che si tratti di un’innocua fotografia della propria colazione o della più provocatoria e anticonformista allusione, sta obbedendo alle regole e ai canoni di un preciso tipo di pubblico da cui cerca approvazione e supporto. In ogni caso, il suo gesto raramente è slegato da confini e restrizioni che l’individuo si autoimpone per continuare a restituire di sé un’immagine accettabile agli occhi dei propri “sostenitori”.

La scrittura, in alcuni casi, è un mezzo potente per rompere con questi vincoli, perché si tratta di un’attività solitaria in cui il nostro unico interlocutore, almeno apparentemente, è solo un foglio bianco che non fa altro che restituirci noi stessi. Ma non è sempre sufficiente a riacquistare apertura e sincerità quando anch’essa è circondata da così tanti condizionamenti.

Per essere realmente liberi, in qualunque forma di espressione, occorre recuperare quella plasticità mentale che con gli anni tendiamo invece a perdere, incasellando noi stessi e la nostra vita in schemi e caselle ben definite che ci danno l’illusione che non esista nulla al di fuori di esse; il rischio di esporsi (sempre, ovviamente, nel rispetto – ma non nell’adulazione – di chi dovrà poi accogliere il nostro pensiero), o di rompere delle convenzioni che ci sembrano ormai insormontabili, è un rischio che vale la pena correre, ma solo nel momento in cui aprendo gli occhi ci si accorge che esiste un mondo altrettanto vivibile anche al di fuori delle caselle in cui ci siamo rinchiusi, e per stare nelle quali continuamente ricerchiamo consensi ed approvazione.

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