L’ingresso a Fruttuaria del cardinal Delle Lanze

(Marco Notario)

SAN BENIGNO – Il 15 ottobre 1749 (esattamente 270 anni fa) il Cardinale Carlo Ignazio Amedeo delle Lanze faceva il suo ingresso a Fruttuaria, dopo esserne stato nominato abate – su proposta del re Carlo Emanuele III di Savoia – il 5 agosto del medesimo anno. In precedenza era stato creato cardinale il 10 aprile 1747, a 35 anni, da papa Benedetto XIV, aveva ricevuto il Galero cardinalizio nella Cappella della Sindone il 23 maggio 1747, era stato consacrato vescovo al Quirinale, con titolarità arcivescovile sulla cattedra di Nicosia, il 24 settembre 1747.

La chiesa in cui il prelato fece il suo ingresso non era certamente quella attualmente visibile (fatta edificare poi proprio da lui), ma non era nemmeno più quella romanica voluta poco dopo l’anno mille da Guglielmo da Volpiano. Vari interventi di sistemazione/restauro erano stati tentati lungo i secoli, soprattutto dai suoi predecessori commendatari, ma la situazione se non era disastrosa era certamente preoccupante.

A proposito dell’impressione che dovette ricavarne il Delle Lanze, dice un cronista (il Canonico Giambattista Avenati): “Nell’anno 1749, epoca ben augurata!, fece la sua solenne entrata in questa nostra la Dio mercè Inclita Abazia…ma questi luoghi visitando nulla quasi più vi trovò degno della rinomata Fruttuaria, fuorché il prezioso tesoro delle reliquie de’ Ss. Martiri Tiburzio, Primo e Feliciano: I segnali della consecrazione del Tempio fatta dal vescovo Ottobiano sulle rovinose pareti, l’arme gentilizie e le colonne degli Incliti suoi predecessori; perciocché le continue guerre, la pestilenza e gli incendi nulla quasi più ne aveva lasciato, fuorché miseri avanzi della passata grandezza…”.

Ciò che accadde dopo è noto a tutti, con la sostituzione delle antiche forme architettoniche con quelle imponenti di gusto settecentesco, con una totale riedificazione in uno stile tra il barocco e il neoclassico firmata dagli architetti Bernardo Vittone e Mario Ludovico Quarini sul modello di San Pietro.

Chi scrive rimane un “difensore” del cardinale per quanto riguarda il suo intervento “fisico” sulla chiesa: probabilmente delle vestigia medievali c’era ben poco ancora da salvare (e peraltro non fu toccata l’unica struttura ancora tutta a posto, il campanile) e quindi egli non fece il “disastro” che spesso gli si imputa con la costruzione della basilica superiore.

Qualche riserva la si può semmai avere sull’eccessivo entusiasmo celebrativo sempre del solito cronista: “cangiossi ora in questa magnifica, nobilissima e stupenda forma… Eccovi, o Fruttuariensi, questo augustissimo Tempio alla moderna, che colla sua altezza le esistenti cime, coll’ampiezza i termini, colla vaghezza e nobiltà dell’ordine corinzio il mosaico, colla sodezza dei marmi, degli acciari, dei bronzi, le pietre, i cotti, i legni della prima mole di gran lunga avanza… L’altare il più maestoso… Dipinture, stucchi, bassi rilievi, finissimi marmi, preziosi legni… I sacri bronzi…Organo portento dell’arte sonora… I sacri vasi, i paramenti, i lini… Limini sotterranei, o scurolo al raccoglimento di spirito… Urne e teche ripiene d’autentiche reliquie…Tutti tutti questi inestimabili tesori riconoscono autrice la magnificenza del Santo cardinal delle Lanze”.

Come si sarà notato ad un certo punto c’è un accenno al mosaico. L’Avenati gli preferisce il corinzio e su questo oggi si avrebbe molto da ridire… Comunque almeno non fu distrutto e noi lo abbiamo riscoperto esattamente quarant’anni fa. E anche di questo anniversario non mancherà occasione di parlare.

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