L’unicità non è un valore aggiunto, ma innato

(Susanna Porrino)

Il bisogno di distinguersi è uno dei bisogni più controversi e sentiti del nostri tempo.

Tutti noi vorremmo essere unici e distinti dalla massa, ma al tempo stesso vorremmo sentirci riconosciuti e accettati da essa; temiamo di essere ignorati e cerchiamo dei motivi per essere ricordati, ma nel farlo assecondiamo quegli standard che la realtà esterna ci pone come modelli degni di attenzione.

Ci sono ragazzi per cui l’unicità è diventata un pressante obiettivo da perseguire, da esibire e dimostrare agli altri molto prima che averlo riconosciuto da se stessi.

La realtà consumistica in cui viviamo ci ha insegnato a vederci come massa informe e senza volto in cui a determinare chi siamo sono le cose che facciamo (il tanto ambito mito della “produttività”, che di per sé è positivo ma che a volte nasconde semplicemente una ricerca ossessiva e disperata di trovare in se stessi una sorta di utilità) e le cose che acquistiamo.

Si viene educati tra il peso di mille pressioni, influenze e responsabilità, convinti che al mondo non esista chi abbia il tempo e la voglia di aspettarci e conoscerci a fondo. E allora l’unico modo per farci riconoscere in maniera chiara e immediata è quello di mostrare delle evidenze concrete che possano essere recepite velocemente e a primo impatto.

Da donna, posso dire che, soprattutto in età adolescenziale, la paura di risultare “come le altre” è spesso determinante sul piano pratico, sia che si presenti come paura di non avere nulla di unico da offrire, sia che si manifesti come forma di difesa in situazioni in cui si ha paura di non essere all’altezza.

Da qui nasce spesso il rifiuto di tutto ciò che possa essere considerato “comune” in termini prettamente commerciali, dall’utilizzo del trucco ai capi d’abbigliamento.

L’insicurezza che può sorgere nel confronti di sé, indipendentemente dalle circostanze esterne, si cristallizza così in una continua lotta contro se stessi, nel tentativo di guadagnarci quel valore che non ci vediamo riconosciuto attraverso competenze acquisite e l’allontanamento da ciò che percepiamo come “tipico”.

Quello che a primo impatto si manifesta come desiderio di distinguerci ed “essere noi stessi” è in realtà spesso paura di perderci tra l’infinità di sguardi che ci circonda, di rimanere risucchiati e paralizzati in una società che ha imparato ad uniformare i nostri desideri e a modellarli subdolamente attraverso le mode e le pubblicità.

Il desiderio è di non essere “come gli altri”, senza accorgersi che “gli altri” in realtà sono solamente una categoria scaturita dal confine e dalla distanza naturale che la mente pone tra il sé interiore e il mondo esterno.

Chi teme di perdere se stesso in realtà, molto probabilmente, non si è ancora mai trovato; chi ha già cominciato a conoscersi, ed è riuscito a rompere la paura di rimanere solo aprendosi al confronto sincero e profondo con gli altri, ha avuto presto modo di scoprire che l’unicità non è un valore aggiunto, ma un valore innato; e non ha niente a che vedere né con le scelte commerciali, né con le nostre capacità acquisite.

Nella vita reale non esiste individuo uguale ad un altro, perché la diversità trova modo di esprimersi in modi molto più spontanei e meno appariscenti di quello che pensiamo.

L’unica chiave per coglierla è quella di imparare a guardare a se stessi e agli altri non come un insieme di tasselli e caratteristiche frammentarie, applicabili solo in alcuni settori della vita, ma come ad un complesso armonico e indivisibile, che non ha bisogno di essere ostentato, ma di essere conosciuto.

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