Non ci sono soluzioni miracolistiche per uscire dall’emergenza

(Susanna Porrino)

Per gennaio si attende la tanto attesa riapertura delle scuole, ormai divenuta motivo propagandistico per offrire un miraggio di normalità e speranza, al punto che nessuna misura preventiva è stata presa per evitare che anche la realtà extrascolastica cui i ragazzi devono accedere (co-me i mezzi di trasporto, di cui si è molto discusso senza prendere iniziative concrete) possa presentare rischi. Così come la chiusura delle scuole superiori era stata per un po’ elemento centrale del dibattito (in primis per il disagio dei ragazzi, poi per i problemi delle famiglie), la riapertura sembra ora configurarsi come l’evento che riporta un po’ d’ordine nel caos in cui ci muoviamo. Anche se, è evidente, non può essere così.

L’istruzione a distanza rappresenta indubbiamente un grande sacrificio per i ragazzi, ma non più di quanto non lo siano le limitazioni al contatto con gli amici, la chiusura di locali pubblici e centri sportivi, la prospettiva di trascorrere le feste lontani da amici e parenti. Per non dire, per quanto riguarda i giovani vicini al termine degli studi, delle difficoltà a intraprendere o immaginare una qualunque carriera lavorativa, dell’aspettativa di uno o più esami di cui è impossibile prevedere le modalità, del disordine provocato dalla continua sovrapposizione tra attività lavorative, di studio e di svago, tutte da svolgersi negli stessi spazi e circondati dallo stesso alone di noia e ciclicità.

Attribuire alla sola chiusura delle scuole il disagio degli adolescenti in momento di pandemia e incertezze legate non solo al futuro, ma spesso e volentieri anche al presente, sarebbe assai riduttivo e apparirebbe solo come l’ennesimo tentativo di nascondersi dietro a una presunta incapacità di comprendere e interpretare la situazione che stiamo vivendo.

Esaltare la funzione di una “scuola–parcheggio” in cui i ragazzi possano essere abbandonati per ore sotto la sorveglianza di un adulto significa dimenticare il ruolo autentico, e assai più nobile, dell’istruzione. Come hanno ben dimostrato i casi di sovraffollamento (ingiustificabili, sì, ma più che prevedibili) che tanto hanno turbato e confuso le autorità, l’unico bisogno che oggi viene percepito è quello di una dimensione sociale e non vincolata da distanziamenti e numeri chiusi; e di fronte a una necessità così netta e definita, lo spazio per il compromesso è difficile da trovare. Se delle due vie possibili, repressione e concessione, si sceglie la seconda, allora occorre farlo con la piena consapevolezza delle conseguenze che da essa scaturiranno; riversare la responsabilità di scelte affrettate o non ben ponderate su chi ne esprime le conseguenze, non permette né di compiere passi avanti nella risoluzione del problema, né di instaurare un rapporto di fiducia reciproca tra chi emana le leggi e chi dovrebbe rispettarle.

Aprire le scuole senza curarsi di ciò che vi sta intorno, in termini di misure precauzionali rispetto ai contagi ma soprattutto con nel vano intento di colmare le lacune del sistema educativo prescindendo dalla situazione attuale, non rappresenterà un riavvicinamento alla normalità quanto piuttosto un nuovo motivo di frustrazione in caso di un ulteriore fallimento.

Lo stesso discorso, peraltro, si applica molto spesso anche ad altri fenomeni a cui dovremmo essere in grado di agire in maniera molto più calcolata e scrupolosa rispetto a ciò che stiamo facendo. Mentre il mondo insegue affannato e affannoso gli effetti e le vicende della Pandemia, sullo sfondo continuano a dilagare gli effetti di una crisi climatica ed ecologica in corso da anni, nei confronti della quale si sta adottando lo stesso approccio del compromesso unito ad una buona dose di terrorismo, con vantaggi sporadici e poco consistenti sia per quanto riguarda il presente sia il futuro. Il desiderio di compiacere quella parte di popolazione che la comprende e ne teme gli effetti devastanti viene espresso, ma l’azione è sostituita da un silenzio rassicurante che soddisfa chi rifiuta i cambiamenti.

Forse siamo una generazione, o una società, incapace di affrontare i problemi, diseducata al sacrificio e al bisogno di trovare soluzioni urgenti ed efficaci che possano operare sul lungo periodo. Se è così, ci troviamo allora più che mai costretti a sviluppare una capacità di vedere molto più lontano di quanto facciamo adesso, e imparare a sviluppare sistemi che esprimano e dimostrino una consapevolezza molto più netta e disinvolta. Nascondersi dietro rassicuranti frasi a effetto finora non ha aiutato; forse affrontare una realtà un po’ meno ad effetto lo farà.

Esegui l'accesso per Commentare