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venerdì 10 Aprile 2026

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CAPPELLANO MILITARE, DOPO L’8 SETTEMBRE SI RIFIUTÒ DI SCHIERARSI CON I TEDESCHI E I REPUBBLICHINI

Don Tapparo, diari di guerra e prigionia

Saranno presentati giovedì 9 aprile a Ivrea, a cura della Giovane Montagna

Foto: Il tenente cappellano don Ernesto Tapparo, ritratto a Srebreno, in terra dalmata, ai confini...

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Il rischio oscuro dell’assuefazione alla violenza che diventa indifferenza (di Lorenzo Iorfino)

Di storie assurde, in questi giorni, ne abbiamo lette diverse, e non serve per forza andare a cercarle sul profilo Truth di Trump: basta guardare le nostre piccole realtà. A Biella il bambino che rapina l’ufficio postale con la pistola giocattolo, a Ivrea i giovani che si picchiano fuori dalla stazione, nel bergamasco il ragazzo che accoltella l’insegnante… tutto accompagnato da un velo di indignazione degli adulti verso questa “perversa” generazione.
Questa reazione mi sembra abbastanza, e purtroppo, scontata da parte di quella generazione che può permettersi di guardare il mondo dall’alto della propria età ed esperienza. Ma noi, noi giovani, noi quasi coetanei dei fautori di tali violenze, come ci poniamo a riguardo? Una prima, triste risposta, che non vale per tutti sia chiaro, è l’indifferenza: abbiamo un reticolo neuronale talmente esteso virtualmente, ai confini del cosmo e oltre, che queste piccole cose ci passano sopra senza nemmeno scalfirci. È il callo: come quando la scarpa fa male e, dopo un po’, ci si abitua; così ci si abitua alla violenza nel mondo.
E come ci si abitua alle piccole cose che succedono attorno a noi, ci si abitua ben presto, e ancora più facilmente in quanto distanti, ai grandi disastri del mondo. Qualche testa più pensante indaga poi sulle cause di queste violenze: c’è chi parla di disturbi riconducibili alla pandemia e al lockdown nei più fragili, chi delle difficoltà nel socializzare, chi della mancanza di educazione all’affettività…
In ogni caso, la mera età anagrafica sembra non essere sempre e automaticamente sintomo di maturità. A me fa bene rileggere questa situazione in ottica pasquale e portare il messaggio del Cristo Risorto dentro queste dinamiche sociali. Penso che chi si professa cristiano – aggiungendo poi magari “non praticante”, “a modo mio” o “all’acqua di rose” – non dovrebbe rischiare di indurire il cuore, di chiudersi nell’indifferenza e di smettere di guardare il mondo, sostituendolo con una propria proiezione. Si sta nel mondo, non lo si abbandona, non ci si isola da esso. Soprattutto, non si finge che tutto vada bene e non si chiudono gli occhi davanti alla violenza, sia essa una quisquilia minuscola o qualcosa di scala devastante a livello mondiale.

La tregua in Medio Oriente non scioglie in Italia le tante contraddizioni interne ai due poli

L’invocata ma apparentemente fragile tregua raggiunta in Medio Oriente su iniziativa del Pakistan, alleato sia degli Stati Uniti sia dell’Iran, ha temporaneamente sollevato il mondo dopo la gravissima minaccia di Trump di ridurre l’ex Persia all’età della pietra (parole “inaccettabili”, prontamente respinte da Leone XIV).
In particolare la pausa bellica (che non riguarda il martoriato Libano) dà respiro all’economia italiana e al Governo, stretto tra le critiche agli USA del ministro della Difesa Crosetto e la permanente ricerca della premier Meloni di mantenere un rapporto con la Casa Bianca, nonostante i “distinguo” sull’intervento in Iran di USA e Israele, giudicati “fuori dal diritto internazionale”. In un’intervista al “Corriere” Crosetto ha parlato di “follia” nella politica internazionale, con un linguaggio non dissimile dalle critiche alla Casa Bianca avanzate negli Usa da parte dei Democratici.
Il punto debole della Meloni è l’alleanza con la Destra mondiale, che la porta a sostenere nel voto ungherese il premier Orban, nemico dell’Europa unita e grande alleato di Putin e Trump (che non a caso ha mandato a Budapest il suo vice Vance a far campagna elettorale).
Senza risolvere i rapporti politici con il movimento MAGA (e il suo programma “Prima l’America”), sarà difficile per l’Italia svolgere un ruolo adeguato in Europa: come chiedere a Bruxelles agevolazioni sul “patto di stabilità” e sulla politica energetica essendo al contempo alleati di Trump e Orban? Come conciliare la solidarietà europea con il sovranismo della Casa Bianca? Il multilateralismo, sempre rivendicato da Mattarella, è l’opposto della concezione autoritaria di Trump, caratterizzata dal primato del danaro anziché delle persone (in queste settimane di conflitto il tycoon si è molto preoccupato del petrolio, ignorando del tutto il crescente numero di vittime civili).
Nella maggioranza è confermata la scelta europeista di Forza Italia, mentre la Lega di Salvini non soltanto sostiene Orban ma chiede al Governo di acquistare petrolio dalla Russia, superando l’embargo deciso da Bruxelles dopo l’invasione dell’Ucraina. Salvini vuole concorrere con il “nemico” Vannacci, filo-Putin, ma in questo modo aggrava le difficoltà del Governo Meloni in politica estera, in aggiunta ai problemi sollevati dai casi Delmastro, Santanchè, Bartolozzi, Piantedosi…
L’opposizione, unita nel “no” a Trump e alla guerra contro l’Iran, permane divisa tra Pd e M5S sull’Ucraina. Secondo i media Conte e Schlein avrebbero deciso una pausa di silenzio; ma l’aggressione di Putin, amico di Trump, fa parte della stessa logica di potenza. L’opposizione, prima delle primarie, deve ascoltare il suggerimento di Prodi: definire un programma “unico” e credibile.
Dopo il successo referendario, le primarie rischiano di trasformarsi in una “via Crucis”: Schlein le vuole ristrette ai leader di partito, Conte aperte alla società civile e via Internet, Ruffini si presenta come “forza esterna”, la sindaca di Genova Silvia Salis è contraria, salvo una situazione di stallo politico… Secondo il “Corriere” sarebbe meglio non farle, presentandosi alle elezioni ogni partito con il suo leader; per l’autorevole foglio della borghesia lombarda, la proposta di riforma elettorale della Meloni non andrà in porto, per l’indebolimento della premier dopo la vittoria del “no”.
A sua volta il leader centrista Calenda non esclude un nuovo governo prima delle elezioni dell’autunno ‘27, anche per i nodi politici posti dalla guerra, mentre l’ex presidente della Camera Casini teme una situazione economico-sociale come quella del Covid, se la guerra non si chiude in modo definitivo. L’agitazione della politica è confermata dai movimenti della Famiglia Berlusconi, che punta al rinnovamento di Forza Italia, anche con un nuovo segretario al posto di Tajani. Per andare dove? Sempre con Meloni e Salvini, in modo più aggressivo, o con una nuova aggregazione di centro?
Le guerre (ed i risultati referendari) stanno cambiando il volto della politica, anche prima delle “politiche”. L’economia e il quadro sociale sono in sofferenza, mentre il solo Quirinale è fermo nella difesa dei principi basilari della nostra Costituzione e nel rilancio dell’europeismo contro tutti gli autocrati, dell’Est e dell’Ovest.

EDITORIALE – Il fragore e il silenzio

Da una parte ci sono il fragore delle armi, i bollettini di guerra, la mappa del mondo variamente colorata. Dall’altra il silenzio assoluto dello spazio percorso dalla navetta Orion della missione Artemis II, fin dietro quel lato della Luna che per secoli abbiamo chiamato “oscuro”, come se fosse un luogo misterioso più dell’animo umano. Da una parte si combattono guerre che paiono non finire mai, dall’altra si progetta il ritorno dell’uomo su un altro corpo celeste.
Da una parte, la nostra specie dimostra di saper costruire tecnologie straordinarie: razzi che sfidano la gravità, moduli che si poseranno in regioni mai esplorate della Luna, che promettono un ritorno umano entro pochi anni. Dall’altra, quella stessa intelligenza continua a essere impiegata per perfezionare strumenti di distruzione. È difficile non cogliere la contraddizione: quale delle due è la nostra vera natura? Forse entrambe.
Il racconto dello spazio è qualcosa di più di una notizia scientifica: è una via di fuga, una pausa necessaria, il ricordo che esiste un altrove dove il rumore si spegne. È come se lo spazio ci offrisse una prospettiva che sulla Terra perdiamo troppo facilmente. Essa appare per ciò che è: una sfera fragile, luminosa, incredibilmente bella. Un luogo che, visto da lontano, sembra incompatibile con l’idea stessa della guerra e con le conseguenze con cui ci dobbiamo confrontare.
In questo contesto, il recente viaggio intorno alla Luna e il progetto di rimetterci piede tra un paio di anni sembrano avere qualcosa di terapeutico. Non risolvono i problemi della Terra. Non fermano le guerre. Ma ci ricordano che siamo capaci anche di altro, tanto altro e tanto di meglio. Ci ricordano che la stessa specie che si divide e si combatte, è anche quella che guarda il cielo e decide di tornarci, con rispetto e meraviglia; quella distesa silenziosa aiuta a ritrovare un senso di misura, a ridimensionare l’odio, a ricordarci che siamo parte di qualcosa di immensamente più grande. E che essere piccoli, dentro qualcosa di immenso, ci può far tornare a essere più responsabili.

Edizione 9 Aprile 2026

ANNO CVI – N° 14
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