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Pavone dice addio al suo sindaco Endro Bevolo

L’annuncio è comparso sul sito ufficiale del Comune: “L’Amministrazione comunale di Pavone Canavese informa la cittadinanza con profonda tristezza che questa mattina è mancato il nostro sindaco Endro Giacomo Bevolo”. Sindaco dal 2019, era stato rieletto nel 2024 alla testa della lista civica La Svolta per Pavone. Bevolo, settantenne, nato e residente a Pavone, era sposato e aveva due figli. Il Risveglio Popolare si unisce al cordoglio di familiari e pavonesi tutti.
Il ricordo dei colleghi dell’Amministrazione comunale
“Nonostante gli ultimi due anni segnati dalla malattia – dicono i componenti della sua Amministrazione -, Endro è stato un amministratore instancabile, rimanendo sempre presente a fianco dei cittadini e delle associazioni locali. Con straordinaria forza d’animo e dedizione al ruolo, amava ripetere che stare in Comune lo aiutava a gestire la malattia… Tra le sue opere più significative figura la realizzazione del nuovo Centro Polifunzionale, un’infrastruttura da lui fortissimamente voluta e seguita con passione fino al giorno del taglio del nastro, avvenuto lo scorso 5 settembre. In quell’occasione, il primo cittadino ha speso tutto se stesso per condividere con orgoglio questo fondamentale traguardo insieme alle autorità, alle associazioni locali e all’intera cittadinanza”.
Sabato pomeriggio l’ultimo saluto
La camera ardente è stata allestita presso la Sala Consiliare del Comune in piazza Municipio 1 e resta aperta venerdì 6 novembre fino alle 22 e sabato 7 novembre a partire dalle 9. Il Santo Rosario verrà recitato venerdì alle 20 in chiesa parrocchiale, dove sabato alle 14.30 si svolgeranno le esequie.

In provincia di Torino scatta l’obbligo di gomme da neve o catene

Dal 15 novembre al 15 aprile, sulle strade della provincia di Torino indicate dall’ordinanza, i veicoli a motore devono montare le gomme da neve o tenere le catene a bordo. Il provvedimento è del Dipartimento Viabilità e Trasporti della Città metropolitana di Torino e vale per la stagione 2026-2027.
Su alcune provinciali di montagna l’obbligo scatta prima, il 1° novembre, e resta in vigore fino al 30 aprile.
Dall’obbligo sono esclusi ciclomotori a due ruote e motocicli. Possono circolare solo se sulla strada non ci sono neve o ghiaccio, e comunque mai durante una nevicata.
Gomme e catene ammesse
Le gomme da neve ammesse sono quelle omologate secondo la direttiva europea 92/23 o il regolamento UNECE. Un marchio applicato in fabbrica ne certifica l’omologazione.
Per le catene e i dispositivi con la stessa funzione, come le calze da neve, vale il decreto del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti del 10 maggio 2011, che riguarda i veicoli delle categorie M1, N1, O1 e O2. Per le categorie M, N e O superiori sono ammessi anche i dispositivi conformi alla norma ONORM V5119. Restano validi quelli già in dotazione, se rispondono al decreto ministeriale del 13 marzo 2002.
I dispositivi antisdrucciolevoli devono essere compatibili con le gomme del veicolo e vanno montati almeno sulle ruote degli assi motori, seguendo le istruzioni del costruttore. Sulle categorie M1 e N1 si raccomanda di montare le gomme da neve su tutte le ruote. Le gomme chiodate sono ammesse solo per la marcia su ghiaccio e, per M1, N1 e O1, vanno montate su tutte le ruote.
Le provinciali chiuse in inverno
Otto strade provinciali in quota chiudono per la stagione fredda, ciascuna in un tratto preciso. Dal 15 ottobre è chiusa la provinciale 32 della Valle di Viù, dal km 32+500 al km 37+160 a Usseglio, tra Margone e il Lago di Malciaussia, fino al 30 aprile. Stessa data di partenza per la provinciale 50 del Colle del Nivolet, dal km 6+700 al km 18+460, chiusa fino al 15 maggio. La provinciale 1 delle Valli di Lanzo, da Balme a Pian della Mussa (dal km 57+200 al km 62+744), è chiusa dal 30 ottobre al 30 aprile.
Dal 1° novembre chiudono altre cinque strade. Restano chiuse fino al 30 aprile la provinciale 169 della Val Germanasca (dal km 22 al km 23, a Prali), la 255 della Val Clarea (dal km 1+700 al km 4+200, a Giaglione) e la 256 del Rifugio Levi-Molinari (dal km 4+100 al km 8, nei territori di Exilles e Salbertrand). Più a lungo restano chiuse la 172 del Colle delle Finestre, dal km 3 al km 28+650 nei Comuni di Meana, Usseaux e Fenestrelle, fino al 15 giugno, e la 173 del Colle dell’Assietta, dal km 6+900 al km 35+090 nei Comuni di Exilles, Fenestrelle, Oulx, Pragelato, Sauze d’Oulx, Sestriere e Usseaux, fino al 30 giugno.
L’elenco delle strade con obbligo di gomme da neve o catene è pubblicato e aggiornato sul sito della Città metropolitana, all’indirizzo www.cittametropolitana.torino.it/viabilità/percorribilita-strade. Nella stessa sezione c’è anche l’elenco delle strade in quota chiuse d’inverno.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Vangelo di domenica 8 novembre, le dieci vergini e l’olio

Commento a Mt 25,1-13
Domenica 8 novembre la liturgia propone il Vangelo delle dieci vergini (Mt 25,1-13) .
Le dieci vergini escono tutte insieme, con la stessa lampada accesa e lo stesso desiderio di incontrare lo sposo. Da fuori sembrano uguali. La differenza sta in un dettaglio che non si vede: l’olio, portato in piccoli vasi. Lo sposo tarda, tutte si assopiscono, e solo nella notte si capisce chi si è preparato davvero.
Che cos’è l’olio nel Vangelo
Il testo dà degli indizi. Le stolte si sentono dire «non vi conosco», e l’olio ha a che fare con un legame personale, con una comunione vissuta con il Signore. «Stolto» e «saggio» tornano poi alla fine del discorso della montagna: stolto è chi ascolta la Parola ma non la pratica, saggio chi la custodisce e la vive.
L’olio è allora la fede perseverante, fatta di tanti piccoli vasetti: i nostri «sì» quotidiani alla preghiera, al lavoro ben fatto, alla tavola apparecchiata. E poi i «sì» che costano. Un povero accolto, una critica evitata, un gesto d’affetto donato quando è faticoso.
Perché le sagge non cedono l’olio
Non è mancanza di carità: nessuno può dire «sì» al posto nostro. Possiamo pregare gli uni per gli altri e sostenerci, ma i passi concreti toccano a ciascuno. Nessun santo può renderci santi al posto nostro. Intercede, ma il cammino è il nostro.
Quante volte ci siamo fermati a cercare un colpevole, scaricando su altri le nostre responsabilità? Le ferite e gli scandali pesano, certo. Ma il Signore ci chiama a prendere in mano la nostra vita e a esserne protagonisti.
Allora ci chiediamo che cosa c’è oggi nei nostri vasetti. Quanti «sì» abbiamo detto questa settimana, anche piccoli e nascosti? Quale passo rimandiamo da tempo, nella direzione che il Signore ci ha fatto intuire? E se lo sposo arrivasse questa notte, ci troverebbe svegli, con la lampada accesa?
Vegliare non è vivere nell’ansia, ma custodire ogni giorno la fiducia di chi ama. Non sappiamo né il giorno né l’ora, e per questo ogni giorno è l’occasione buona. Il bene che posso fare io non lo può fare nessun altro.
Mt 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini
e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

La stupidità secondo Cipolla, come riconoscerla e difendersene (di Cristina Terribili)

Foto generata con IA
«Stupido è chi lo stupido fa», diceva a Forrest Gump sua madre. Tra essere stupidi e agire stupidamente il confine è sottile. Ma chi è, allora, lo stupido?
Per Carlo Maria Cipolla, storico ed economista, è stupido chi con le proprie azioni provoca un danno a un’altra persona o a un gruppo senza ricavarne alcun vantaggio. A volte danneggia anche se stesso. Cipolla ne ha scritto nelle sue riflessioni sulla stupidità umana, dove ne indica la pericolosità anche sul piano economico.
La stupidità non dipende da titolo di studio e classe sociale
Nelle sue leggi, ricorda il testo, la stupidità è trasversale: non dipende dal livello culturale né dalla condizione sociale. Cipolla mette in guardia soprattutto da due cose. I comportamenti stupidi sono imprevedibili, e si diffondono.
La questione è complessa e non ammette risposte definitive. Alcuni atteggiamenti però possono alimentare la stupidità. Aderire senza riflettere a stereotipi e condizionamenti irrigidisce il pensiero, e a forza di non mettersi in discussione si smette di farlo.
Stupidità e conformismo vanno spesso a braccetto. Dire «tutti fanno così» o «si è sempre fatto così» è comodo. Permette di non usare il pensiero critico, di superare le insicurezze e di sentirsi forti perché c’è un gruppo alle spalle.
Lo stupido, scrive l’autore del testo, liquida in fretta ogni osservazione costruttiva e rifiuta il confronto con chi potrebbe saperne più di lui. Frequenta chi la pensa come lui o chi ne sa meno, e così la sua idea di essere superiore resta intatta. Gli mancano empatia e capacità metacognitiva, cioè la possibilità di riflettere sui propri processi mentali.
Per questo è inutile contraddirlo o spiegargli dove sbaglia. Resterà fermo sulle sue posizioni e vi farà perdere le staffe. E ai suoi occhi sarà solo un’altra prova della vostra incapacità. Mai della sua rigidità.
Come difendersi dalla stupidità
Per l’autore si può fare. Bisogna prendere coscienza di capacità e limiti, imparare a dire «non lo so» e ammettere i propri errori.
A tutti capita di fare stupidaggini. La differenza sta nel rendersene conto.

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