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domenica 5 Aprile 2026

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NACQUE AD AGLIE’, VISSE TRA TORINO E DRUSACCO; CONOSCIUTA, APPREZZATA E OSSERVATA DA MOLTI

Guido Gozzano anzi, sua mamma Diodata

“Tuta bianca, gentila, intelligenta, viva ‘d gioventù miracolosa” la celebrava Nino Costa

(di Andrea Tiloca)

Con la mamma vicina e il cuore in pace, s’aggira canticchiando un melodramma; sospira un po’…...

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I Giardini delle Arti nell’edizione 2026 di Ortoflora & Natura sabato 11 e domenica 12 aprile

Sabato 11 e domenica 12 aprile a Carmagnola è in programma la trentaseiesima edizione di Ortoflora & Natura, una delle rassegne piemontesi più importanti per il settore florovivaistico ed orticolo. Il tema dell’edizione 2026, patrocinata dalla Città metropolitana di Torino, è “I Giardini delle Arti”, un omaggio alla bellezza, alla creatività e alla natura.
Nei giardini del castello e nei giardini Unità d’Italia i visitatori troveranno stand e aree con espositori provenienti da tutto il Piemonte, dalla Liguria, dalla Lombardia e dalla Sicilia. A collegare le due aree florovivaistiche sarà la Società Orticola di Mutuo Soccorso “Domenico Ferrero”, con i suoi prodotti locali di alta qualità.
Nel centro di Carmagnola ci saranno anche laboratori e intrattenimenti per adulti e bambini, un’esibizione di rapaci in volo, il mercatino dell’ingegno e dell’artigianato, il mercato ambulante domenicale, il Mercantico e mostre d’arte nei palazzi del centro storico.
In via Silvio Pellico, davanti al Comune, sono in programma le rievocazioni storiche della semina, il laboratorio del sapone e quello per l’intreccio di ceste in vimini. Tutte le aree saranno a ingresso libero e le due giornate della manifestazione saranno arricchite da performance teatrali e musicali, mostre fotografiche e presentazioni di libri.
La Pro Loco Carmagnola e la sezione di Agraria dell’Istituto Baldessano-Roccati proporranno in degustazione il Ravanin, tipico ortaggio primaverile da consumare crudo insieme all’olio di oliva extravergine. I ristoranti carmagnolesi prepareranno menù a tema. In avvicinamento alla 77ª Fiera Nazionale del Peperone, ad Ortoflora & Natura verrà lanciata la quinta edizione del contest “Peperone Urbano”, a cura del Consorzio dei produttori locali. Si tratta di una simpatica sfida di coltivazione biologica del peperone tra i produttori del consorzio e chiunque voglia cimentarsi nel coltivare l’ortaggio nel proprio balcone o giardino.
Le piantine verranno consegnate a scuole, associazioni e cittadini e il risultato verrà valutato e premiato domenica 30 agosto, durante il tradizionale Concorso del Peperone nel contesto della Fiera Nazionale. In collaborazione con Turismo Torino e Provincia, sabato 11 aprile è in programma “Gravel di Fiore in Fiore”, una pedalata cicloescursionistica che, partendo da Torino, raggiungerà Carmagnola attraverso l’Oltre Collina Torinese, con tappe gastronomiche e florovivaistiche.

Don Tapparo, diari di guerra e prigionia

Foto: Il tenente cappellano don Ernesto Tapparo, ritratto a Srebreno, in terra dalmata, ai confini con il Montenegro. 
Nato a Rosario di Santa Fé in Argentina, tornato nella terra degli avi a San Benigno e divenuto sacerdote della diocesi di Ivrea, don Tapparo è mobilitato per esigenze belliche nel maggio 1941. Trascorre oltre sette mesi col Battaglione Ivrea in territorio dichiarato in stato di guerra sul fronte occidentale, poi viene imbarcato a Bari con lo stesso battaglione il 14 gennaio 1942 per destinazione sconosciuta, oltremare. Sbarca in Dalmazia, nel porto di Dubrovnik-Ragusa, il 16 successivo, e da lì segue l’Ivrea nelle operazioni in Jugoslavia. Nell’estate del 1942 le truppe vengono comandate di raggiungere il Montenegro e presidiare il Sangiaccato in sostituzione della Divisione alpina Pusteria. Nel frattempo, don Tapparo viene spostato alla Sezione Sanitaria Divisionale 305 dove continua ad esercitare, assiduamente e indefessamente, il suo ministero di vicinanza e di sostegno morale e spirituale ai militari: i suoi alpini e i suoi ufficiali.
Il presidio del Sangiaccato dura poco più di un anno; qui la Taurinense viene raggiunta dalla notizia del crollo del fascismo, il 25 luglio 1943. Due giorni dopo don Ernesto viene spostato al Battaglione Pinerolo (Divisione Taurinense 3° Reggimento Alpini). Ad agosto il territorio viene lasciato ai tedeschi e la Divisione viene avvicinata al mare: il Comando divisionale si insedia a Nikšić, il Pinerolo più in basso a sud-ovest, a Vilusi. Alla sera dell’8 settembre piomba su tutti la notizia dell’armistizio e l’incognita del futuro.
Sono 650mila uomini in tutti i Balcani, abbandonati dalla Patria, senza un ordine organico se non quello – generico – di cessare le ostilità contro gli angloamericani e reagire “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”, non coordinati, impreparati a quell’evenienza, disorientati; mentre i tedeschi attuano immediatamente, in modo ferreo e sistematico, il Piano Achse da tempo predisposto: in caso di armistizio italiano, occupare il territorio e disarmare le truppe; con le buone dove si può, altrimenti con la violenza e l’inganno.
Il destino del cappellano militare tenente don Ernesto Tapparo si gioca in questo contesto. Nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre partecipa col suo battaglione alle convulse, disorganizzate e disordinate operazioni di resistenza antitedesca ordinate dai comandi locali in soccorso della divisione Marche nella Dalmazia meridionale. Azioni suicide in cui vengono sacrificate le formazioni, senza una strategia, senza adeguato coordinamento, supporto e tempestività. Ed è durante una di queste azioni, la battaglia di Gruda, che viene ferito in un incidente e trasportato all’ospedale di Zelenika di Castelnuovo (Herceg Novi): “I tedeschi girano sulle nostre macchine, – appunta – quanta pena! I civili cominciano a svaligiare la nostra sussistenza e portano ogni ben di Dio alle loro case”.
Nel giro di pochi giorni, è preso dai tedeschi e tradotto in prigionia, ma nel frattempo assiste alla resa di tanti reparti italiani: “Scendono gli alpini che si sono arresi e passano in parte davanti al mio ospedale. È sceso pure tutto il mio battaglione”. Comincia il calvario della fame, del freddo, delle umiliazioni (internati militari senza tutele, IMI, e non prigionieri di guerra protetti dalle convenzioni internazionali), dello sdegno: “Siamo in 43 in carro bestiame con bagagli. Ci sono 1 colonnello, 3 tenenti colonnello, 2 maggiori e dei feriti. È questo il trattamento dei feriti? Porci. Ci chiudono nel vagone”.
Ma inizia anche la resistenza inflessibile, adamantina, alle richieste e alle profferte tedesche e saloine: “In mezzo a noi non possiamo fidarci perché ci sono dei filofascisti che ascoltano e fanno la spia; vigliacchi e traditori della Patria! Incominciamo bene, invece di essere tutti uniti. […] Il generale Baudino ci raccomanda propaganda fra i soldati, di non aderire. […] Parlo col tenente Sommariva (rappresentante di Salò incaricato di persuadere i prigionieri alla collaborazione con la repubblica, ndr) da solo e resto del mio parere”. Il 2 maggio ‘44 scrive alla zia: “Non aspettatemi fino alla fine della guerra, perché io sono cappellano degli ufficiali che non hanno aderito alla repubblica, quindi non rientreremo mai, fino a che non sia finito tutto. Rientrano solo gli ufficiali repubblicani fascisti”.
I suoi diari coprono l’intero 1943 e tutto il periodo della prigionia: dal 12 ottobre, quando inizia il lungo viaggio, pigiato in un vagone bestiame, fino al campo di Neu Versen nella Bassa Sassonia; poi il passaggio nei campi polacchi di Chelm e di Deblin e il ritorno nei lager della Bassa Sassonia (Oberlangen, Wesuwe, Sandbostel, Wietzendorf); fino alla liberazione portata dagli inglesi nell’aprile del 1945: “Ci svegliamo e i tedeschi non ci sono più. Deo Gratias. Quanta aria buona hanno respirato i miei polmoni… tutti si abbracciano e si baciano… Liberi. Vado a spasso pel paese, libero. [..] Ufficiali sulle piante, sui tetti, sui reticolati. – annota nel campo di Wietzen-dorf – Deo Gratias, Deo Gratias. Anche questo giorno è arrivato. Deo Gratias. Non so esprimere ciò che sento… Mille Deo Gratias”.
Attraverso i diari – uno dei quali, quello del ‘44, davvero stringato, essenziale, scarno, a testimonianza di condizioni di esistenza difficili, spesso estreme (La fame è tanta che non posso dirvelo. Il freddo è molto e il riscaldamento pressoché nullo. Non ti chiedo che pane…, scrive alla sorella) – prende vita la figura di un uomo, un cappellano militare, forte, determinato, profondamente calato nella sua missione di uomo di Dio al servizio dei soldati; pratico nelle valutazioni, nelle azioni e nelle decisioni; sicuramente poco diplomatico ma schietto, attento alle situazioni e ai bisogni di chi ha intorno, pronto a prestarsi ed a intervenire. Don Ernesto non si tira mai indietro, nonostante i frequenti momenti di debolezza fisica e di scoramento, vissuti comunque sempre con fede incrollabile e fiducia certa nell’aiuto dell’Alto: la Provvidenza non ci abbandona… E un Deo Gratias sempre accompagna i momenti più sereni come quelli più cupi.
Liberato nell’aprile del ’45, don Tapparo tornerà in Italia, nell’amata San Benigno dai suoi cari, solo cinque mesi dopo. Nel ‘50 verrà decorato con Croce di Guerra al Valor Militare, per aver mantenuto all’atto dell’armistizio “contegno consono alle leggi dell’onore militare” e per aver svolto, incurante del pericolo, nel corso di tragici eventi, “a sua nobile missione ravvivando tra gli alpini catturati il senso del dovere”. Nel 1983 otterrà il riconoscimento dell’autorizzazione a fregiarsi del distintivo d’onore per i patrioti Volontari della Libertà, “essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza”.
Tornato dal lager, don Tapparo trascorrerà il resto della vita intrecciando il suo ministero di sacerdote con un forte impegno rivolto ai giovani, come assistente della Gioventù Cattolica presso l’Oratorio San Giuseppe di Ivrea, prima, e poi alla casa alpina “Gino Pistoni” a Gressoney St. Jean, da lui fortemente voluta. Rivolgerà le sue cure anche agli anziani e ai sofferenti, per i quali sarà tra i fondatori della Casa di Inverso.
Venuto a mancare il 23 agosto 1998, riposa nel cimitero di San Benigno.
Le pagine iniziali del diario del 1943 di don Ernesto Tapparo

L’inquietudine del cuore (di Filippo Ciantia)

Per decenni, nella seconda metà del XX Secolo, la musica “seria”, quella che pretendeva di dire qualcosa di vero, è stata identificata con il rock. Chitarre, band, autenticità: un sistema culturale prima ancora che musicale. Col nuovo millennio di è però diffuso un altro paradigma musicale, originale e nuovo: il cosiddetto “pop globale” – interpretato da Rihanna, Beyoncé, Taylor Swift, Lady Gaga – che mescola lingue e attraversa culture.
Pochi giorni fa, dopo aver interpretato la sua canzone De Madrugá (all’alba), la cantante catalana Rosalía ha lasciato il palco per un malore. La “sua resa” sul palco del Forum di Assago mi è sembrata un’icona suggestiva del suo messaggio. L’inquietudine che ci comunica è una tensione costante tra corpo e spirito, tra desiderio e ricerca di qualcosa che lo superi. Non è mai risolta: resta una ferita aperta, che attraversa le sue canzoni. La mancanza di una vera risposta genera la forza della sua musica e provoca un’attrazione irresistibile e drammatica in tanti giovani fan.
Uno dei brani più enigmatici del progetto legato al suo ultimo album “Lux” (che fa da titolo anche alla sua tournée mondiale che tocca Europa e Americhe) è la canzone “Focu ‘ranni”, un brano mistico, sorprendentemente in lingua siciliana. Ci parla del grande fuoco del desiderio e del suo impossibile compimento: “Focu ’ranni mi ‘ncrucia lu cori / Mi chiamasti e persi la via / Santa o fimmina, cu sugnu? / “Bruciu e nun mi consumu” (“Un grande fuoco mi attraversa il cuore / Mi hai chiamata e ho perso la strada / Santa o donna, chi sono? / Brucio ma non mi consumo”).
L’uso della lingua siciliana rende evidenti i riferimenti alla figura di Santa Rosalia, la protettrice di Palermo e della omonima cantante.
Al di là di possibili ambiguità commerciali (santa o peccatrice) ed esistenziali (tra eros e agape, tra istinto e fede), Rosalía interpreta con potenza espressiva il desiderio di infinito di ogni essere umano: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino).
La Settimana Santa è detta autentica perché mostra la risposta del Dio che è Amore all’originale desiderio altrimenti disperato dell’uomo.
Esiste una strada e una risposta all’inquietudine del cuore, che, se non trova risposta, diventa angoscia e facilmente preda del male.
“In Cristo Risorto e nei suoi santi tutto può diventare grazia” (Papa Leone XIV)
Buona Pasqua.

CAMMINO DI RINASCITA – Commento al Vangelo di domenica 5 aprile

Proviamo a immaginarcela, Maria di Màgdala, mentre cammina nel buio, prima dell’alba, portando nel cuore il peso di una perdita insopportabile. Il buio fuori è lo specchio del buio dentro. Eppure, e qui sta il primo miracolo, lei si muove. L’amore non attende che faccia giorno.
Quando trova la pietra rimossa, non comprende ancora. Corre da Pietro, corre dall’altro discepolo. Corrono tutti. Ciascuno a modo suo: Pietro entra senza esitare, con la concretezza di chi vuole vedere prima di credere. Il discepolo amato arriva primo, ma si ferma sulla soglia, come se l’amore intuisse prima della ragione, ma aspettasse di essere pronto a ricevere. Poi entra. E vide e credette. E noi, nella nostra vita, ci siamo mai fermati sulla soglia di qualcosa di grande, incapaci di entrare davvero?
Il sepolcro vuoto non è uno scandalo: è un’eccedenza di vita. I teli posati, il sudario avvolto con cura; non i segni di una fuga precipitosa, ma di qualcuno che ha preso congedo con ordine, con pace. La morte non ha avuto l’ultima parola, né l’ultima mossa.
Come ci ricorda la tradizione dei Padri della Chiesa, noi non eravamo nell’arena quando Cristo ha combattuto. Non abbiamo faticato, non abbiamo riportato ferite. Eppure la vittoria è offerta anche a noi. Non automaticamente – questo è fondamentale – ma attraverso la fede, attraverso il riconoscimento vivo e personale di ciò che è accaduto per noi.
Questa vittoria a noi offerta, l’abbiamo mai fatta davvero nostra, o la Pasqua è ancora qualcosa che accade “fuori” di noi?
La risurrezione non è un ritorno alla vita di prima. È un salto in una qualità di vita totalmente altra, che supera ogni immaginazione.
I discepoli stessi, quel mattino, non capivano ancora. La comprensione viene dopo, viene lentamente, viene attraverso l’amore, come per il discepolo amato, che corre sulle ali dell’amore e inizia a intravedere il mistero.
Anche noi siamo invitati a questa corsa. Non una corsa competitiva, ma una corsa insieme, come Pietro e Giovanni, ciascuno col proprio passo, ciascuno con la propria storia.
Lasciamo che il Risorto illumini le nostre notti, i nostri lutti e chiediamoci quali “pietre” vogliamo che oggi siano rimosse dall’amore di Cristo.
Gesù è risorto perché ha vissuto tutto da Figlio, fidandosi del Padre fino in fondo. Questa è la via. Questa è anche la nostra via.
Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro
e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

C’era una volta “l’età dell’innocenza”: siamo ancora certi che finisca dopo i 14 anni? (di Cristina Terribili)

Quando finisce l’età dell’innocenza? La giovinezza è ancora l’età dell’innocenza? E quand’è che questa “presunta” innocenza viene meno? Quando si cominciano a comprendere il significato e le conseguenze dei propri comportamenti e quando inizia quella capacità di autodeterminarsi, di compiere scelte autonome, controllando i propri impulsi e fermandosi, al momento opportuno?
La legge stabilisce dei criteri e dei limiti ma, in una società che evolve e, con l’evoluzione di tanti sistemi e mezzi evolvono anche la mente e le competenze cognitive, sorge il dubbio che alcuni riferimenti debbano essere rivisti e riconsiderati. I bambini possono essere considerati appieno dei soggetti attivi in grado di autodeterminarsi, di raccogliere ed interpretare informazioni, di trarre significati e di costruirli attivamente, così come sono abili nell’influire e modificare l’ambiente che li circonda per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. Sappiamo anche che i bambini a partire dagli 8-9 anni di età sono in grado di valutare le intenzioni che sottostanno ad un determinato comportamento e che ne presuppongono un giudizio morale.
Quando allora possiamo considerare “intenzionale” un’azione e definire quali sono gli elementi che la caratterizzano? Possiamo fare riferimento ad un modello teorico che suddivide la volontà di azione in tre componenti su cui la decisione si basa: “quale” azione eseguire, “quando” eseguirla e se “metterla in atto” o arrestarla. Possiamo davvero definire “non intenzionale” un’azione che nasce da una decisione lucida e si sviluppa attraverso passaggi precisi? Eliminare ciò che provoca fastidio, procurarsi gli strumenti necessari nei tempi giusti, pianificare ogni fase, coinvolgere altre persone e arrivare infine all’esecuzione: tutto questo non è forse il segno di una volontà consapevole?
Se così fosse, emerge un interrogativo ancora più delicato. Quando un giovane, consapevole che a 13 anni non è penalmente perseguibile, agisce seguendo questo schema, possiamo continuare a sostenere che sia incapace di intendere e di volere? Ha ancora senso il presupposto secondo cui non sarebbe in grado di comprendere il significato delle proprie azioni o di controllare i propri impulsi? Tutte domande che mettono in discussione un paradigma giuridico consolidato e che, oggi più che mai, richiedono una riflessione attenta.
Non sarebbe forse utile allontanare la visione romantica dell’infanzia ripensando ai bambini in virtù della loro capacità di autodeterminarsi e, attraverso questo, rivedere le azioni educative e rieducative?

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