Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

domenica 18 Ottobre 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

domenica 18 Ottobre 2026

⚠️ AVVISO – RIPRISTINO LINEA TELEFONICA ⚠️

Informiamo che la linea telefonica della redazione de Il Risveglio Popolare è stata ripristinata.

IERI L’ASSEMBLEA GENERALE A IVREA: LE SFIDE DEL PRESENTE E QUELLE DEL FUTURO

Cambio ai vertici di Confindustria Canavese

AUGUSTO GEMINIANI SUBENTRA A PAOLO CONTA

Giornata impegnativa per Confindustria Canavese, che nel primo pomeriggio di mercoledì 7 ottobre,...

Caricamento

EDITORIALE – Indietro e avanti

Immagine generata con IA.
Sabato 24 ottobre (weekend della prossima settimana) tornerà l’ora solare: un’ora indietro, la sensazione di un tempo già vissuto, giornate più corte avvolte da un buio precoce. Nulla di drammatico: a marzo rimetteremo le lancette avanti. Tuttavia, l’idea di tornare indietro non ci piace granché. Nella vita, nel lavoro, nelle relazioni siamo abituati a considerare il progresso come un movimento in avanti: stiamo andando verso un obiettivo.
“Le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (scriveva San Paolo ai Corinzi), che non è un invito a buttare via ciò che viene da prima, né a inseguire ogni novità per il solo fatto che è nuova. È, piuttosto, il riconoscimento che la vita non si lascia imprigionare dal passato e che il futuro non deve fare paura; ci chiede di custodire ciò che merita di restare e di avere il coraggio di cambiare ciò che non ci porta più avanti.
Un passo indietro può essere utile, qualche volta persino necessario; ma se a ogni passo avanti ne corrisponde uno indietro, non è il tempo a essersi fermato, siamo noi a rischiare di rimanere fermi, esattamente dove si era partiti, con la fatica in più e l’insoddisfazione per aver concluso ben poco, mentre tutto intorno continua a cambiare.
Consoliamoci, allora, pensando che a marzo tornerà l’ora legale. Le lancette andranno avanti e la luce della sera ci accompagnerà più a lungo. È un appuntamento che si ripete ogni anno, quasi a ricordarci che indietro non si torna per sempre. Ma sarebbe bello che, nel frattempo, anche noi imparassimo a distinguere i movimenti delle lancette da quelli della vita. Perché il tempo passa comunque; la questione è capire se, insieme al tempo, avanziamo anche noi.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Adriano Olivetti e il pedagogista Aldo Visalberghi: la questione della valutazione delle competenze (di Doriano Felletti)

Foto: Un allievo alle prese con le prove psicotecniche (fonte www.storiaolivetti.it).
Nel febbraio del 1954 comparve, sulla rivista Comunità, un articolo del pedagogista Aldo Visalberghi dal titolo Il testing del profitto scolastico. Adriano Olivetti ne fu profondamente colpito, a tal punto da chiedere a Visalberghi di approfondire l’argomento e scrivere un vero e proprio saggio sull’argomento. Fu così che, il 25 giugno 1955, la casa editrice Edizioni di Comunità, fondata da Adriano Olivetti nel 1946 sulla base della precedente esperienza delle Nuove Edizioni Ivrea, pubblicò il volumetto Misurazione e valutazione nel processo educativo. Nel saggio, Visalberghi associava il termine misura, proprio delle discipline scientifiche e atto ad individuare l’operazione di confronto di una grandezza fisica con un’unità di riferimento, al profitto scolastico, ovvero l’esito del processo di apprendimento: le conoscenze, le competenze e le abilità che uno studente raggiunge nei diversi contesti del sapere.
Aldo Visalberghi fu l’ispiratore della trasformazione della pedagogia in scienza dell’educazione. Nacque a Trieste il 1º agosto 1919 e morì a Roma il 12 febbraio 2007. Frequentò il liceo-ginnasio Dante Alighieri di Trieste, dove ebbe tra i suoi insegnanti Giani Stuparich.
Successivamente entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove studiò filosofia e fu allievo di Guido Calogero. In seguito, orientò i propri interessi sulla pedagogia, attraverso lo studio del pensiero di John Dewey. Durante la Seconda guerra mondiale fu sottotenente dei Granatieri di Sardegna e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla difesa di Roma a Porta San Paolo, dove venne ferito. Raggiunto il Piemonte, entrò nelle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà, partecipando alla Resistenza e arrivando a collaborare con il Comando regionale. Fu arrestato due volte e rimase in clandestinità fino alla Liberazione. Dopo alcune esperienze di insegnamento, Visalberghi intraprese la carriera universitaria. Insegnò a Torino e Milano e nel 1962 venne chiamato alla cattedra di Pedagogia dell’Università di Roma.
Nelle sue opere scritte intorno alla metà degli anni Cinquanta, Misurazione e valutazione nel processo educativo e Esperienza e valutazione, Visalberghi mise al centro della propria attività di ricerca il concetto di “valutazione”; in questi lavori sollevò il problema della creazione di standard affidabili per valutare l’efficacia dei processi di insegnamento e di apprendimento. Da sempre, in campo scolastico, gli studenti ambiscono al “voto giusto”, ottenuto attraverso strumenti che rendano l’attribuzione nel modo più oggettivo possibile; gli insegnanti spesso utilizzano batterie di test di valutazione del profitto, simili ai test psicometrici utilizzati nell’ambito delle scienze sociali. In quegli anni si era infatti diffuso, anche in Italia, l’entusiasmo per i test oggettivi che venivano già utilizzati nel mondo anglosassone.
Ma, secondo il pedagogista, i voti così determinati erano i residui di una concezione superata, improntata ad una “inumana preminenza della funzione selettiva”. Essi, pur costituendo una necessità amministrativa, “saranno sperabilmente tolti di mezzo dal progresso educativo quando le scuole saranno volte al libero e armonico sviluppo delle attitudini individuali e delle disposizioni sociali degli allievi considerati come persone dotate di un loro valore singolare e incommensurabile”. La valutazione non può essere basata esclusivamente sulla misurazione quale meccanismo automatico di selezione, ma è espressa attraverso un giudizio complessivo che deve tener conto di molti elementi e che non può essere dedotto dal punteggio di un test oggettivo. La misurazione produce informazioni quantitative sugli esiti dell’intervento didattico, ma parziali, poiché non costituiscono il giudizio sulla complessità dell’intervento didattico.
Adriano Olivetti individuò in Aldo Visalberghi un interlocutore adatto a trattare il tema della valutazione scientifica dell’educazione. Olivetti concepiva l’impresa come una “comunità”, all’interno della quale tutti cooperavano per il progresso sociale e culturale, sia in campo scientifico e tecnico, sia in campo umanistico; per primo, fece suo il concetto di “lifelong learning”, attraverso i corsi del Centro Formazione Meccanici e dell’Istituto Tecnico, la biblioteca, le attività del Centro Culturale e le pubblicazioni delle Edizioni di Comunità.
Egli si discostò così dal taylorismo classico, che conobbe ed apprezzò durante il suo viaggio negli Stati Uniti, teoria che riteneva la formazione funzionale alla mansione: secondo Olivetti, la formazione doveva invece contribuire allo sviluppo integrale della persona, delle sue competenze, della sua cultura e delle sue possibilità di crescita professionale e sociale. Per Olivetti, la selezione del personale non era solo una verifica delle competenze tecniche e combinava diversi strumenti: le prove scritte e pratiche sulle conoscenze e sulle competenze proprie della mansione, il colloquio individuale, ove il candidato raccontava i propri interessi, le aspirazioni e le aspettative, i test psicotecnici, utili a valutare le attitudini intellettive, il colloquio psicologico e, infine, una valutazione complessiva della persona.
A tal fine, Olivetti costruì intorno alla procedura di selezione del personale una vera e propria rete di psicologi, sociologi, intellettuali e responsabili, tra cui si ricordano, fra gli altri, Cesare Musatti, che nel 1943 fondò il Centro di psicologia del lavoro su impulso di Adriano, e Francesco Novara.
Emerge così in modo chiaro la convergenza tra la visione del pedagogista Aldo Visalberghi e la concezione olivettiana della formazione e della centralità della persona. E forse, la definizione contrattualistica di scuola quale “comunità educante di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, […] volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni” deve tanto ad Adriano Olivetti e ad Aldo Visalberghi. Di recente, l’Associazione Gessetti Colorati di Ivrea ha riscoperto la figura del pedagogista.
La copertina dell’opera di Visalberghi Misurazione e valutazione nel processo educativo.Il QR Code per scaricare le pubblicazioni di Aldo Visalberghi. Il portale è quello della Biblioteca digitale del Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università Roma Tre.

Un cuore per l’Africa, una vita per la libertà (di Filippo Ciantia)

Immagine generata con IA.
Il 10 febbraio 1993 Giovanni Paolo II giunse a Khartoum per una visita di appena nove ore, tra forti tensioni e la guerra nel Sud. Alla Messa nella Green Square partecipò una folla immensa, stimata da alcuni in oltre un milione di persone. Al centro dell’omelia, Josephine Bakhita, già schiava, beatificata l’anno precedente. Il Papa rimase sorpreso da quell’oceano di cristiani in un Paese islamico: erano i figli di Comboni. Tornato in Italia, volle accelerarne la causa di canonizzazione, avviata nel 1928. Dichiarato venerabile nel 1994, Daniele Comboni fu proclamato beato il 17 marzo 1996, appena tre anni dopo quella storica visita.
Il 10 ottobre dello stesso anno, per la prima volta, anche in Uganda si celebrò la festa del beato Daniele Comboni, padre della Nigrizia: quell’Africa che egli aveva sognato come Perla Nera della Chiesa.
Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 1996, i ribelli di Joseph Kony rapirono 139 studentesse ad Aboke, nel Nord Uganda. Suor Rachele Fassera, insegnante comboniana, li inseguì attraverso fiumi in piena e paludi per raggiungere le “sue figlie”. Dopo un drammatico confronto con il comandante Mariano Ocaya Lagira, ottenne la liberazione di 109 ragazze. Da allora, come una vera madre della Nigrizia, si dedicò instancabilmente, insieme ai genitori, alla liberazione delle trenta rimaste prigioniere.
Fratel Elio Croce, comboniano a Gulu, annotò nel diario: “Certo che il Comboni non doveva permettere queste cose proprio il giorno della sua festa, e io proporrei di metterlo in castigo con la faccia al muro finché non fa ritornare sane e salve le ragazze rimaste nelle mani dei ribelli”. Ricordava così, con audacia, che anche Comboni “metteva in castigo” San Giuseppe quando tardavano ad arrivare i soldi per la missione.
Non so se Comboni sia rimasto così a lungo in castigo; certamente accompagnò suor Rachele e i genitori nella lotta per liberare non solo le ragazze, ma tutti i bambini rapiti. Venticinque delle trenta ragazze tornarono: l’ultima nel marzo 2009, dopo oltre dodici anni. Cinque morirono durante la prigionia.
Nel trentesimo anniversario del rapimento, ricordiamo il dolore di quelle ragazze e il coraggio di chi non le abbandonò. La tenacia di suor Rachele e dei genitori rende viva la promessa di Comboni:
“[…] il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la mia vita per voi” (Scritti, 3159).

Siamo moneta di Dio: a Lui apparteniamo – Commento al Vangelo di domenica 18 ottobre

Farisei ed erodiani, nemici giurati, si siedono allo stesso tavolo: li unisce soltanto l’odio per Gesù. Il nemico comune fa alleati anche i più lontani. Non accade anche a noi, quando ci si stringe attorno a qualcuno per escluderlo?
Poi arriva l’adulazione: “Maestro, sappiamo che sei veritiero”. Parole dolci, veleno dentro. Chi ci loda troppo chiede sempre qualcosa. Quante volte ci siamo lasciati incantare da un complimento? E quante volte abbiamo lisciato qualcuno per ottenere un favore?
La domanda è una tagliola: sì o no alle tasse? Se Gesù dice sì, tradisce Dio; se dice no, si mette contro Roma. Vince chi cambia livello. Gesù non risponde con un sì o con un no, ma ci porta più in alto. Li chiama ipocriti: la parola greca per dire colui che interpreta (attore) o risponde. Sapremmo dire con onestà quante maschere indossiamo in una sola giornata? Chi siamo davvero quando nessuno ci guarda?
Poi chiede una moneta. Notate: lui non la possiede, loro sì. Sono i suoi accusatori ad avere in tasca l’immagine di Cesare! E domanda: “Di chi è questa immagine?”. “Di Cesare”. Allora rendete: non “date”, ma “restituite”. Ciò che porta il suo volto, tornerà a lui. Gesù non fa di Cesare un rivale di Dio: distingue, e così libera. Lo Stato non è un nemico: pagare le tasse, vivere onestamente, servire il bene comune è parte del nostro essere cristiani.
Ma Gesù non si ferma. “E a Dio quello che è di Dio”. E di Dio cos’è? Di chi è il volto impresso su di noi? La moneta porta l’immagine di Cesare; noi portiamo l’immagine di Dio. Siamo noi la moneta di Dio, coniata con amore, uscita dalla sua zecca. Nessuna tassa e nessun potere possono toccare questo sigillo. Allora la domanda cambia: non più “quanto devo a Cesare?”, ma “a chi appartengo?”. Stiamo restituendo a Dio la vita, il tempo, gli affetti, o li teniamo nascosti in tasca come un tesoro che crediamo nostro? Rendiamo a Cesare il denaro, e a Dio il cuore.
Mt 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli:
«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere:
è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo».
Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare
quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Caricamento