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Elettrificazione Rivarolo–Pont: i lavori saranno conclusi entro il 2026

I lavori di elettrificazione della linea ferroviaria Rivarolo – Pont saranno conclusi entro il 2026 mentre proseguiranno gli interventi di soppressione di diversi passaggi a livello lungo il percorso. È quanto emerso nel corso dell’incontro di aggiornamento tra Regione, Rfi e i sindaci del territorio, tenutosi nel Palazzo della Regione Piemonte a Torino.
Rfi ha illustrato il cronoprogramma del cantiere di elettrificazione, mentre il confronto si è poi concentrato sul tema del futuro esercizio ferroviario, strettamente legato alla presenza dei numerosi passaggi a livello lungo la linea. Regione e Comuni stanno lavorando dal 2020 a un piano di soppressione progressiva di alcuni attraversamenti.
Resta tuttavia aperto il nodo della sincronizzazione dei passaggi a livello: in assenza di un adeguamento tecnologico, si profilerebbe lo scenario di chiusure contemporanee fino a 40 minuti per ogni corsa del treno, con ricadute significative sulla viabilità locale.
Su questo punto è emersa una piena convergenza tra i sindaci e la Regione rispetto alla proposta progettuale presentata da Rfi, che prevede un ulteriore e già pianificato investimento, realizzabile nel 2027, per superare definitivamente la criticità.

Meloni alle prese col dilemma Trump, il “campo-largo” in cerca di un leader terzo

Mentre esplode lo scontro sul referendum, i due Poli sono impegnati su due temi politici essenziali: il destra-centro nel ridisegnare il rapporto con Trump dopo la sconfessione sui dazi della Suprema Corte USA; il “campo largo” nella ricerca di un terzo nome per la leadership, per porre fine alla “guerra” intestina Conte-Schlein.
Meloni-Trump. La premier, alleata del movimento MAGA che governa gli Stati Uniti, è messa a dura prova dalla sentenza dei 9 giudici “supremi”: il “no” ai dazi non entra nel merito specifico del provvedimento, ma censura Trump perché ha esorbitato dai suoi poteri, legiferando senza il voto del Congresso e quindi violando la Costituzione americana che divide le funzioni del Governo, del Parlamento e della Magistratura. In altre parole, l’inquilino della Casa Bianca ha compiuto un atto arbitrario e autoritario, contrario allo spirito liberal-democratico della Carta a stelle e strisce. Come può la Meloni, presidente di un Paese di tradizioni liberal-democratiche, restare alleata “silenziosa” del Tycoon? Come può accettare questa linea autoritaria?
L’attacco ai “principi” da parte della Casa Bianca ha conseguenze ben visibili in politica estera: la nascita del “Board of peace” presieduto da Trump è in aperta concorrenza con l’ONU e si caratterizza per l’assenza dei Palestinesi e per i poteri di veto concessi in esclusiva alla Casa Bianca; la Santa Sede, fedele al multilateralismo e all’eguaglianza di tutti i popoli, non ha aderito, diversamente dall’Italia (seppure come “osservatore”). Washington ha protestato per l’assenza del Papa “americano”, con una gaffe diplomatica che ricorda l’infortunio dell’URSS sulla chiesa di Pio XII: “Quante divisioni ha?”.
Il decisionismo di Trump ha in particolare effetti molto negativi sul conflitto russo-ucraino per la posizione filo-Putin con la richiesta di resa a Kiev (mentre il Papa continua a sollecitare per il martoriato popolo ucraino una pace giusta e duratura). La Meloni può stare con Kiev e al tempo stesso con Trump? Come può fare campagna elettorale per l’ungherese Orban, che blocca gli aiuti dell’Europa all’Ucraina bombardata e affamata?
Campo largo. Non si risolve il conflitto Schlein-Conte per la guida del centro-sinistra e la candidatura a Palazzo Chigi nel 2027. Alla segretaria Dem si addebita una linea radicale e movimentista, lontana dalla tradizione Ds e popolare, vicina alla Cgil di Landini sui temi sociali, all’Associazione Coscioni (erede di Pannella) sui nodi etici, ai Verdi sull’economia. A sua volta Conte è ritenuto poco “progressista” per l’esperienza del Governo giallo-verde con Salvini e Di Maio (ostili agli immigrati), incerto sulla politica estera per la “neutralità” sulla guerra Mosca-Kiev.
In questo stallo il “Quotidiano Nazionale” ha pubblicato un sondaggio autorevole sulle preferenze per Palazzo Chigi nel centro-sinistra: a sorpresa emerge la sindaca di Genova Silvia Salis (55%), dell’area riformista, che si dichiara “madre, moglie, cattolica”; staccati Conte (40%), Landini (39%) e Schlein (33%). La Salis, proposta inizialmente dall’ex premier Renzi (già co-autore della candidatura Mattarella al Quirinale), ha allargato i suoi consensi con una forte scelta “europeista”, rilanciando contestualmente il ruolo dei corpi intermedi e delle autonomie locali.
In altre parole riemerge il modello Prodi, con un’intesa tra sinistra e centro, superando lo schema bipolare destra-sinistra. Tra le componenti riformiste del “campo largo” sono presenti anche le eventuali candidature dell’ex premier Paolo Gentiloni e dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli (vicino a Draghi, di cui fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).
Intanto il Governo sta preparando una riforma della legge elettorale, che darebbe la maggioranza assoluta alla coalizione che superi il 40% dei voti espressi. Il cammino parlamentare delle nuove norme non si presenta facile, anche per il ruolo di due forze che si sono orientate a presentarsi da sole: “Azione” del centrista Calenda (ex ministro) e “Futuro nazionale” dell’ex leghista Vannacci, estrema destra. Resta poi la valutazione di ordine costituzionale del Capo dello Stato che, come si è visto nella vicenda referendaria, è rigoroso nella difesa della Carta.

EDITORIALE – Esequie

La preghiera come la conosciamo e pratichiamo nelle sue diverse forme e formulazioni, ha normalmente l’effetto di unire: l’uomo a Dio e gli uomini fra di loro. Se fosse divisiva non sarebbe più preghiera. Non è uno slogan, non è una bandiera, è un linguaggio universale che riconosce la fragilità umana. La preghiera può essere strumentalizzata, se esibita come antagonista a qualcosa o a qualcuno, se ad appannaggio di qualcosa o di qualcuno. Ma in quel momento non diciamo più che di preghiera si tratta. È altra cosa, che non appartiene né al Vangelo, né alla coscienza civile, ma alla tentazione di sostituirci a un giudizio che non è il nostro.
Il funerale del boss Domenico Belfiore, previsto per martedì pomeriggio nella parrocchia Madonna di Loreto a Chivasso, poi, per ragioni di ordine pubblico, collocato la mattina presto al Cimitero, era una forma di preghiera. C’è chi ha scritto di “funerali solenni” e chi, su quella nota scordata, ha interpretato una musica stonata. “Non si sarebbe trattato di funerali solenni e neppure di funerali come normalmente si intendono per tradizione tra la gente – ha dichiarato ad un giornale nazionale il vescovo di Ivrea monsignor Daniele Salera –. Si sarebbe trattato della Liturgia della Parola, una formula adottata dalla Chiesa cattolica, dove non c’è consacrazione e neppure la comunione e tutto è incentrato, appunto sulla Parola di Dio, una lettura biblica, un salmo e una lettura di un passo evangelico. E un commento alle letture seguite dalla preghiera dei fedeli e dal rito di commiato. Un rito semplice, sobrio, quasi austero, che ha comunque la sua dignità”.
Non era quindi una negazione del male compiuto dal defunto, non una provocazione, non un messaggio ideologico, non l’esaltazione del boss e neppure una cancellazione del dolore altrui. La preghiera non è contro la giustizia, non è un premio, non un riconoscimento pubblico di virtù, non una riabilitazione morale. È l’atto con cui si affida qualcuno a Dio. E affidare non significa assolvere. Non significa cancellare la responsabilità. Non significa dimenticare chi è vittima.

Edizione 26 Febbraio 2026

ANNO CVI – N° 8
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Libertà religiosa. approvata la Legge Regionale che istituisce una giornata in memoria dei fatti del 1848

Il nostro territorio nel 1848 fu apripista del riconoscimento dei diritti civili alle minoranze religiose. Il 17 febbraio 1848, infatti, Carlo Alberto firmò le Regie Lettere Patenti, che ponevano fine a secoli di discriminazione e persecuzione e riconoscevano ai cittadini sabaudi di religione valdese i diritti civili, i diritti politici e il diritto di frequentare gli istituti scolastici. Il 29 marzo dello stesso anno il Regno di Sardegna avrebbe emancipato anche gli ebrei piemontesi, che divennero finalmente cittadini.
“Grazie alla legge regionale approvata martedì 24 febbraio – dice Monica Canalis, prima firmataria della proposta – il cui iter è durato un anno e mezzo, il Piemonte continua ad essere un faro del dialogo e dello stato di diritto. La libertà religiosa e l’uguaglianza dei cittadini a prescindere dal credo professato è una conquista pionieristica piemontese che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta, dopo la parentesi delle leggi razziali, sino alla Costituzione italiana del dopoguerra e permane come impegno attuale. In un’Italia in cui le identità religiose e culturali si evolvono, ritengo fondamentale – conclude la sua dichiarazione Monica Canalis – che il nostro territorio continui a promuovere l’eguale libertà delle confessioni religiose, termometro di ogni altra libertà e tassello essenziale della convivenza democratica”.
La giornata della memoria verrà celebrata il 17 febbraio, in memoria della cittadinanza riconosciuta ai valdesi e agli ebrei nel 1848.

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