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lunedì 1 Giugno 2026

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TORINO E IL PIEMONTE CULLA DELLA STAMPA ITALIANA E CATTOLICA, ANCORA PIENAMENTE DA STUDIARE

Giornale locale e della comunità diocesana

Dal 1847 spazi aperti sul territorio, ai problemi sociali e alla promozione umana

(di Pier Giuseppe Accornero)

Foto: Giacomo Margotti (Sanremo, 1823 – Torino, 1887) è stato un presbitero, giornalista e...

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8xmille - INTERVISTA AL VICEPRESIDENTE CEI MONSIGNOR ERIO CASTELLUCCI

La firma è un gesto sinodale

8xmille alla Chiesa Cattolica: è più di quanto credi

ROMA – L’arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, monsignor Erio Castellucci, è...

EDITORIALE – 2 giugno ormai “lontano”

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Il 2 giugno 1946 gli italiani ebbero tra le mani una scheda elettorale con un titolo sintetico –“Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” –, due simboli e due parole: Repubblica e Monarchia. Un voto libero e a suffragio universale; era stato esteso alle donne e sancita anche l’eleggibilità femminile. La Repubblica ottenne oltre 12 milioni di voti, la Monarchia superò i 10 milioni. In Piemonte votarono 2milioni180mila454 cittadini, pari al 90,12%; 1milione244mila373 voti per la Repubblica, 936mila081 la Monarchia: il 57,1% contro il 42,9%.
Gianni Oliva con il libro “1946: Il 2 giugno in Piemonte” analizza il voto nella nostra regione, rilevando come le diverse zone del territorio si espressero per una forma istituzionale o l’altra, tenuto conto dell’antico radicamento monarchico del Piemonte, nel quale però era altrettanto, se non più rilevante, soprattutto nei centri urbani, la presenza dei partiti e movimenti di sinistra. Oggi cosa rappresenta quella data? Una parata, una bandiera al balcone, un giorno festivo infrasettimanale? La Festa della Repubblica nasce da qualcosa che fatichiamo ad immaginare: la fame di partecipazione di un Paese uscito dalla guerra, dalle macerie, dalla dittatura.
Nel 1946 gli italiani non votarono soltanto per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Andarono a decidere chi volevano essere. Un voto come un dovere e come una conquista. Non c’erano i social e campagne permanenti; c’era la consapevolezza che la democrazia fosse qualcosa di fragile e prezioso. Forse è questo il sapore che il 2 giugno ha perduto negli anni e ora appare lontano: il senso della scelta collettiva. Oggi la politica ci appare distante, inutile talvolta, il voto un gesto marginale, incapace di cambiare le cose. Nel 1946 gli italiani erano convinti del contrario. E avevano ragione.
La Repubblica non nacque da un’idea astratta di patria, ma dalla volontà concreta di costruire un Paese diverso dopo il disastro del fascismo e della guerra. Il 2 giugno non dovrebbe vivere solo di memoria, ma piuttosto di responsabilità. Ai più giovani, soprattutto, questa data dovrebbe raccontare che i diritti non sono mai scontati e che la democrazia non vive da sola: ha bisogno di partecipazione, di fiducia, di passione. Altrimenti resta una festa sul calendario, e sarebbe un impoverimento solenne.

Ritrovato il brevetto presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma dell’invenzione che il tonenghese padre barnabita e professor Pietro Monte presentò all’esposizione Universale di Parigi del 1867

La figura di Pietro Monte, insigne scienziato e insegnante, nonché fondatore dell’Asilo d’infanzia di Tonengo di Mazzè che cominciò a funzionare la prima volta nell’autunno del 1882, venne portata agli onori della cronaca grazie a un articolo di Fabrizio Dassano apparso nel 1994 sul “Bollettino della Società Accademica di Storia e Arte Canavesana”; egli, in seguito, pubblicò per i tipi di Bolognino editore di Ivrea nel 1998 il volumetto “Pietro Monte, scienziato, insegnante e fondatore dell’Asilo di Tonengo”. In tempi recenti, Il Risveglio Popolare si occupò del personaggio sulla pagina Storia e ricordi del 5 ottobre 2023. Le ricerche derivarono dallo studio del corpus di carte conservate dall’ultimo amministratore dell’Asilo Infantile, Ingegner Giuseppe Bruno, prima del trasferimento, avvenuto nel 1993, dell’edificio al Comune di Mazzè e all’insegnamento di Stato che prese il posto di quello delle suore d’Ivrea. Le carte, le lettere e i documenti coprivano gran parte della sua vita.
Nato nel 1823, dopo la formazione religiosa e scientifica presso i Chierici regolari di S. Paolo, conosciuti come padri barnabiti, si era affermato come insegnante e meteorologo negli stati del Ducato di Parma prima, e in Toscana, a Livorno, dopo, ove fondò un osservatorio. Trascorse la maggior parte della sua vita lontano da Tonengo senza recidere mai i collegamenti con il paese natio. Non a caso, verso gli ultimi anni della sua vita, si prodigò in animo e sostanza per la costituzione di un asilo infantile nel suo paese.
Le nuove ricerche per la riedizione del libro di Fabrizio Dassano, da lui ancora curate insieme al fisico e ricercatore Doriano Felletti, entrambi autori e redattori della rivista semestrale scientifica “L’Escalina” edita da i Luoghi e la Storia APS – ETS di Ivrea, e in collaborazione con l’Associazione “Tonengo del Canavese”, hanno portato ad un importante traguardo: “Siamo riusciti a trovare il brevetto conservato a Roma presso l’Archivio Centrale dello Stato, brevetto che ottenne un notevole successo all’Esposizione Internazionale di Parigi poiché la giuria internazionale gli assegnò un premio – afferma Fabrizio Dassano – e se nel 1989 non era altro che una notizia, oggi vi è la certezza avuta incrociando le banche dati di Gallica della Bibliothèque National de France e Google Books che hanno fornito il risultato esatto del titolo dell’invenzione: ‘Nuo-vo indicatore dello stato del vapore nei cilindri delle macchine’. (riproduzione che contiene la data di registrazione del brevetto qui sopra). Da questo dato, la ricerca presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ha dato il risultato”.
L’invenzione, da applicare alle macchine a vapore dell’epoca, venne registrata come privativa industriale il 30 ottobre 1865. Così Pietro Monte, attivo allora a Livorno come meteorologo e professore di fisica al Liceo “Nicolini e Guerrazzi” e poi fondatore dell’Asilo infantile con giardino froebeliano presso la propria grande abitazione a Tonengo, descriveva: “Il mio indicatore è formato di due piccoli cilindri eguali nei quali si muovono i loro stantuffi a guarnizione metallica d’acciaio. L’altra del 1° cilindro porta alla sua estremità un lapis nero; l’altra del 2° cilindro si piega ad angolo retto e a guisa di biella pendente termina e porta un lapis rosso”.
Il disegno che è stato ritrovato allegato aiuterà gli esperti a ricostruirne il funzionamento. Si tratta di un misuratore molto più semplice dei precedenti (Watt e Garnier) eccellente per la visualizzazione grafica, poiché utilizzava un nastro di carta molto simile a quello del telegrafo Morse, in grado di superare le indicazioni di un manometro e soprattutto tracciarne, nel tempo, un andamento e registrando il numero dei colpi fino a 120 al minuto, cosa che gli altri indicatori non reggevano.
Gli studiosi Dassano e Felletti stanno approfondendo anche un’altra vicenda centrale nel percorso umano e professionale e che non fu scevro di preoccupazioni per lo scienziato tonenghese: proprio la fondazione dell’Asilo d’infanzia ospitato nel “Palazzo”, la casa di famiglia posta in Via Garibaldi.
Venuto a mancare il fratello Isidoro nel 1860, unico erede dei beni di famiglia, l’operazione non sarebbe stata possibile senza ottenere, dal Padre Generale dell’Ordine dei Barnabiti, il breve di Secolarizzazione che gli avrebbe garantito di diventare un diocesano e di rientrare in possesso della casa natale. Raccontano Dassano e Felletti: “stiamo esaminando alcune lettere che ci sono pervenute per il tramite della famiglia Monti, unici discendenti ancora in vita di Pietro Monte, in cui è delineato l’iter che lo ha portato a richiedere il breve di Secolarizzazione perpetuo, non senza difficoltà. In quel periodo, infatti, il Governa-tore provvisorio in Toscana Ricasoli, in applicazione della Legge Casati, prima riforma organica della scuola italiana, chiese a Pietro Monte il passaggio in ruolo presso la scuola di stato e ciò irrigidì le posizioni del Padre Generale dei Barnabiti”.
Così Pietro Monte si rivolse a Don Luigi Moreno, allora Vescovo di Ivrea, per chiedergli di accoglierlo quale sacerdote della Diocesi, in modo da poter continuare con l’insegnamento, la ricerca scientifica e realizzare ciò che aveva nel cuore: un asilo per i bimbi della comunità tonenghese. Asilo che ha funzionato regolarmente fino a pochi anni fa.
La pubblicazione del libro, integrato dalle nuove scoperte, è prevista per l’inverno 2026/27 e, nel frattempo, altre iniziative verranno proposte dall’Associa-zione Tonengo del Canavese.
Il “Palazzo” a Tonengo di MazzèLa pagina del Bulletin de Musée de l’industrie del 1866 che contiene la data di registrazione del brevetto

Mi interessa la gente… ovunque essa sia! (di Filippo Ciantia)

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Il 26 maggio è uscita una raccolta delle lettere tra Primo Levi e gli studenti incontrati nelle scuole dopo le sue testimonianze. Il titolo è semplice e potentissimo: “Mi interessa la gente perché ne faccio parte”.
Mi ha colpito che pochi giorni fa il sindaco di Milano Giuseppe Sala abbia detto che “….trenta o quarant’anni fa tutti sentivano la responsabilità di fare sentire la propria voce per il bene della collettività: oggi non è più così”. La metropoli efficiente e internazionale appare sempre più fragile: si producono innovazione e ricchezza, eventi e grande moda, ma si sfalda quella trama di rapporti che l’ha resa davvero grande.
Due storie sportive lontane e ricche di rivalità, diventano così molto attuali.
Giuseppe Peruchetti, la “Pantera Nera” dell’Inter, era uno dei portieri più amati negli anni Trenta e Quaranta. Volava tra i pali con un coraggio tale da meritare quel soprannome. Ma il gesto più importante della sua vita non avvenne in uno stadio. Dopo l’8 settembre 1943 scelse la Resistenza nelle Langhe piemontesi. Arrestato, torturato e condannato a morte dai fascisti, si salvò rocambolescamente grazie all’intervento di Eraldo Monzeglio, grande difensore campione del mondo, amico personale del Duce e certamente ammiratore dello spettacolare portiere nerazzurro. Dopo la Liberazione, Peruchetti tornò a una vita semplice, senza cercare gloria né medaglie. Difese con lo stesso coraggio la sua porta e la libertà di tutti.
Anche Nereo Rocco, pur con una storia diversa, appartiene a questa stessa umanità nata dalle ferite della guerra. Triestino, cresciuto in una terra di confine segnata da occupazioni, nazionalismi e vendette, Rocco portò nel calcio italiano una novità profonda. Il suo Milan non era soltanto una macchina vincente: era una comunità. “El Paròn” sapeva proteggere gli uomini prima ancora dei campioni, convinto che il talento senza umanità sia inutile e che una squadra esista davvero soltanto quando ciascuno si sente responsabile dell’altro.
Peruchetti e Rocco ci ricordano la tradizione di uomini concreti e capaci di stare dentro la storia senza smettere di sentirsi parte del destino comune.
Oggi, più che di nuovi eroi, Milano ha bisogno di persone capaci di proteggere la libertà, la dignità e la speranza della gente. Persone che si interessano della gente perché ne fanno parte.

Dio ha amato il mondo… tanto! – Commento al Vangelo di domenica 31 maggio

“Dio ha tanto amato il mondo”.
Lo ha amato “tanto”. Non un poco, non quanto basta, non con misura. “Tanto”. Con quella “dismisura” che solo un Padre conosce.
Nicodemo va da Gesù di notte, quasi di nascosto, come chi ha una domanda troppo grande per formularla alla luce del sole. E Gesù, invece di rimproverarlo, gli apre il cuore di Dio. Gli consegna, in poche parole, il segreto dell’universo: non siamo qui per caso, non siamo qui “nonostante” Dio, siamo qui “perché” Dio ci ama.
E noi, ci siamo mai davvero fermati a sentire il peso di questa parola? Non a capirla con la testa, ma a lasciarla scendere dentro, fino in fondo?
Pensiamo a cosa significa donare un figlio. I genitori danno la loro vita per i figli senza troppa esitazione. Ma non li consegnano al dolore, al rifiuto, alla morte. Eppure il Padre lo ha fatto. Lo ha fatto liberamente, consapevolmente, per amore nostro. Per amore di ciascuno di noi.
E il Figlio? Gesù non viene come un giudice severo che tiene il registro dei nostri errori. Viene con una sola missione, scritta nel cuore della Trinità: “salvare”. Non condannare. Salvare.
Quanto spesso invece costruiamo dentro di noi un’immagine di Dio che punta il dito, che tiene il conto, che aspetta il momento giusto per punirci? Da dove viene questa paura? Non certo dal Vangelo.
C’è qualcosa che il testo non ci nasconde: c’è anche la possibilità del rifiuto. “Chi non crede è già stato condannato”. Parole dure, apparentemente. Ma guardiamole bene: non è Dio che condanna. È il rifiuto stesso dell’amore a diventare condanna. Come chi chiude le imposte in pieno giorno e poi si lamenta del buio.
Quali sono le porte chiuse dentro di noi che forse è tempo di riaprire?
L’amore di Dio non è un’imposizione. È un’offerta. La Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, non ci forza ad amarla. Ci “invita”. E nell’invito c’è il rispetto più grande che si possa ricevere: quello di essere trattati come persone libere, capaci di scegliere. Ogni mattina, quando apriamo gli occhi, si ripresenta quella scelta silenziosa: ci apriamo o ci chiudiamo? Accogliamo o rifiutiamo? Non è una scelta che si fa una volta per sempre, è una scelta che si rinnova ogni giorno, in ogni piccolo gesto, in ogni momento di fiducia o di paura.
Egli non viene per condannarci. Viene per salvarci. E questa salvezza ha già un nome, ha già un volto, quello di Cristo.
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Una presa di corrente contro l’esclusione: la vita dei “senza dimora” passa anche dallo smartphone

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A marzo sono stati pubblicati i primi risultati sulla rilevazione delle persone senza fissa dimora residenti nei 14 Comuni Centro di Area Metropolitana promossa dall’Istat ed in collaborazione con la Federazione italiana organismi per le persone senza fissa dimora.
I dati fanno riferimento al numero delle persone che, nella notte del 26 gennaio 2026, vivevano in strada, in sistemazioni di fortuna o erano ospiti delle strutture di accoglienza notturna. Nella città di Torino sono state censite mille036 persone senza fissa dimora, di cui 372 in strada e nei 14 Comuni ne risultano 10mila037 con età superiore ai 18 anni; i giovani (tra i 18 e i 30 anni) rappresentano il 15,3% (851 persone) degli ospiti delle strutture, quelli tra i 31 ai 60 anni il 61,3% (3mila413), mentre gli ultrasessantenni il 23,4% (mille299). Tra i conteggiati in strada, la quota di chi ha oltre 60 anni è significativamente più bassa, pari al 10,6% dei casi con età rilevata, a vantaggio di una maggiore concentrazione nella fascia d’età compresa tra i 31 e i 60 anni (73,2%).
Le persone senza fissa dimora sono in un grave stato di povertà materiale ed immateriale, portatori di un disagio complesso, dinamico e multiforme, che non si esaurisce ai soli bisogni primari ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, specie sotto il profilo relazionale, emotivo ed affettivo. Nella complessa lettura che le persona senza fissa dimora ci impone, emerge una riflessione dell’AGD – Agenzia Giornali Diocesani – in cui si evidenzia come lo smartphone sia un vero e proprio strumento di sopravvivenza ed anche un ultimo baluardo per salvaguardare la propria dignità.
La fragilità delle relazioni sociali di chi vive in strada sono appese a quei numeri, a quella rubrica telefonica nello smartphone, alla connessione con il mondo degli aiuti, dei servizi di assistenza ma anche alla pubblica sicurezza. Il progetto Helpinet attraverso una piattaforma facilita le connessioni tra le persone senza fissa dimora e i servizi disponibili, ma va garantita la possibilità di connessioni stabili, stazioni di ricarica e interlocutori competenti per favorire l’accesso ai servizi digitali delle Amministrazioni e la semplificazione delle procedure di accesso ai servizi in cui è ormai necessario lo smartphone.
Potrebbe che ogni piccolo esercizio commerciale, ogni cittadino si metta a disposizione per far ricaricare il telefono, concedere un po’ di connessione, rigenerare lo smartphone dismesso… Perché anche in questi casi una telefonata… può allungare una vita.

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