Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

sabato 1 Agosto 2026

Reale mutua
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SUA LA FLORA PEDEMONTANA DEL 1785 ANCORA OGGI APPREZZATA OPERA SCIENTIFICA

Carlo Ludovico Allioni, rivoluzionario della botanica

Ribattezzato il “Linneo del Piemonte” scrisse anche della pellagra che dilagava in Canavese

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)...

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

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LA “GINO PISTONI’ DI GRESSONEY HA COMPIUTO 75 ANNI, E CONTINUA LA SUA MISSIONE

Una “Casa” per migliaia di giovani

La costanza del fondatore don Tapparo, alpinista-educatore

(di Severino Morgando)

Foto: la Casa Alpina com’era nel 1951 Il Risveglio popolare del 21 giugno 1951 così...

EDITORIALE – Dall’atomo al bit: il futuro

Immagine generata con IA
In primo piano, pagina 3, abbiamo deciso di mettere una notizia che solo apparentemente è fuori dai “confini” della distribuzione del nostro giornale. Scriviamo, volendo centrare degli obiettivi, del “Cavour Hyperscale Campus”, che sorgerà nell’ex centrale “Galileo Ferraris” di Trino.
La recente storia di quel sito, legata anche al nucleare, è stata il simbolo di un’energia che prometteva il futuro ma che ha lasciato in eredità il silenzio della dismissione. Oggi, Trino si appresta a diventare il cuore di una nuova rivoluzione, non più fatta di atomi, ma di bit.
Un progetto che è una notizia economica di eccezionale portata a 50 chilometri da Ivrea, e anche un fatto che domanda un giudizio. La trasformazione di Trino da area industriale depressa a centro nevralgico (europeo!) del digitale, interroga il nostro modo di intendere lo sviluppo, il lavoro e il bene comune. Non possiamo limitarci a guardare con stupore alle cifre imponenti o alla potenza dei megawatt; dobbiamo chiederci quale volto avrà la comunità (anche la nostra) che crescerà attorno a questi server.
L’innovazione, come spesso ricordiamo, non è mai neutrale. Essa assume il volto di chi la pensa, la finanzia e, soprattutto, di chi ne governa le ricadute sociali. Il passaggio dall’economia dell’energia a quella della conoscenza digitale è una sfida epocale che non può essere delegata solo ai tecnici o ai mercati globali.
Se il Campus di Trino restasse una “cattedrale nel deserto“, un’isola tecnologica iperconnessa, ma estranea alle fatiche e alle speranze del territorio, saremmo di fronte a un impoverimento solenne, mascherato da progresso.
La strada di giudizio che proponiamo non è quella di un rifiuto nostalgico, né di un’accettazione acritica. È la strada della partecipazione e della responsabilità. La sovranità digitale di cui tanto si parla in questi giorni ha senso solo se diventa sovranità delle persone sul proprio destino.
Questo investimento deve tradursi in occupazione dignitosa per i nostri giovani, in sinergie reali con le nostre università e in una custodia rigorosa dell’ambiente. La velocità del bit non deve travolgere la lentezza necessaria della cura umana e della solidarietà di prossimità.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Il miracolo nasce dalla condivisione: il poco che cambia il mondo – Commento al Vangelo di domenica 2 agosto

Il Vangelo di domenica ci mostra Gesù che, appena udita la notizia della morte di Giovanni Battista, cerca il silenzio e la preghiera, ritirandosi in un luogo deserto. Ma la folla lo raggiunge, camminando a piedi, portando con sé fardelli pesanti: malattie del corpo, ferite dell’anima, smarrimento, fame di senso e di Dio. Non è forse vero che anche oggi, dentro di noi, portiamo simili pesi, cercando qualcuno che li veda e li accolga? Gesù vede quella folla e sente compassione: non un sentimento fugace, ma un dolore che nasce dentro e si fa gesto concreto di guarigione. La compassione autentica non resta a distanza, ma si sporca le mani, si china, si dona.
Viene la sera, e i discepoli, con logica umana, dicono: “congeda la folla, che vada a comprarsi da mangiare“. Sembra saggio, giusto persino. Ma Gesù va oltre la giustizia: “date loro voi stessi da mangiare“. Che cosa significa, per ciascuno di noi, andare oltre il compitino fatto, oltre il minimo dovuto? “Abbiamo solo cinque pani e due pesci“, rispondono i discepoli, spaventati dalla propria povertà. Non è forse questa la nostra stessa scusa, quando di fronte al bisogno del fratello diciamo “non posso, ho già dato, ho poco per me?” Siamo davvero certi di non poter fare nulla, o è piuttosto il nostro cuore che si è fatto piccolo, chiuso, avaro?
Gesù prende quel poco, alza gli occhi al cielo, benedice, spezza e dona. Ecco il miracolo: non la magia che moltiplica dal nulla, ma il segno che la condivisione, benedetta da Dio, diventa abbondanza per tutti. Chiediamoci allora, in questa settimana: c’è un pane, piccolo o grande, che posso spezzare oggi per qualcuno? Un tempo, un ascolto, un gesto di attenzione che sembra poco, ma che messo nelle mani di Dio può saziare una fame più grande del pane? Lasciamoci commuovere come Gesù, lasciamoci coinvolgere: perché condividere, in Dio, è sempre moltiplicare.
Mt 14,13-21
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

In vacanza cerchiamo condizioni diverse, ma devono adattarsi all’idea che ce ne siamo fatti…! (di Cristina Terribili)

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In un paesino lombardo di montagna, alcuni turisti si sono lamentati del suono dei campanacci delle mucche al pascolo. Troppo rumore, dicono. Non li lasciano dormire.
È curioso. Si parte per le vacanze sognando un luogo diverso da quello in cui si vive: lontano dal traffico, dal cemento, dal caos cittadino. Si cerca il silenzio, la natura, il contatto con ciò che dovrebbe riconciliarci con noi stessi. Poi, però, basta una mucca con il campanaccio, una vespa che osa avvicinarsi al pranzo o una zanzara fuori programma per trasformare il paradiso in un incubo.
In fondo desideriamo qualcosa di diverso, ma soltanto se corrisponde esattamente all’idea che ci siamo costruiti. L’erba deve avere il verde giusto, il ruscello la temperatura ideale, gli animali vanno bene purché restino sullo sfondo e facciano il meno rumore possibile. Anche la natura, a quanto pare, dovrebbe rispettare gli orari del nostro riposo.
Del resto, con il meteo impazzito, il caldo soffocante e le vere ingiustizie della vita, ci sentiamo spesso impotenti. E allora! Che almeno sui campanacci delle mucche si possa esercitare il nostro diritto a protestare! Sarebbe molto più comodo se fossero loro ad adeguarsi alla stagione turistica, invece di pretendere che siano gli esseri umani ad adattarsi alla montagna.
Forse, però, il problema è un altro. Non manca solo la pace tra i popoli o nella società: manca spesso la pace dentro di noi. Quella che permette di vivere in armonia con ciò che ci circonda, accettando che il mondo non sia un set costruito su misura per le nostre aspettative. La natura è fatta di suoni, odori, insetti, animali e imprevisti. È proprio questo a renderla vera.
Se tutto questo ci sembra insopportabile, una soluzione esiste sempre: restare a casa, tapparelle abbassate, condizionatore acceso, acqua della vasca alla temperatura perfetta e cuffie ben indossate, così da ascoltare soltanto i rumori che abbiamo scelto noi. La natura, almeno lì, non disturberà più.

CANAVESE – Al cinema nel weekend

Cuorgnè, Cinema Margherita
Dal 30 luglio al 4 agosto
SPIDER MAN – BRAND NEW DAY
Orario: giovedì e lunedì 21.15; venerdì e martedì 18.30; sabato 21.30; domenica 15.30-18.15
Dal 31 luglio al 4 agosto
ODISSEA
Orario: venerdì 21.30; sabato 17.30; domenica e martedì 21.15; lunedì 18
Ivrea, Cinema Politeama
Dal 30 luglio al 3 agosto
SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY
Orario: 17.45-21
Ivrea, Cinema Splendor Boaro
Fino al 18 agosto
CHIUSO PER FERIE
Valperga, Cinema Ambra
Fino al 18 agosto
CHIUSO PER FERIE          

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