La crisi Konecta approda in Regione
13 gennaio manifestazione sotto il Grattacielo della Regione Piemonte a Torino dei lavoratori e lavoratrici di Konecta provenienti dalle sedi di Ivrea e Asti
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Manifestazione, ieri mattina, martedì 13 gennaio sotto il Grattacielo della Regione Piemonte a Torino, dei lavoratori e lavoratrici di Konecta provenienti dalle sedi di Ivrea e Asti. Vicinanza ai dipendenti è stata espressa dalla Presidente del Gruppo Pd in Consiglio regionale Gianna Pentenero e dai Consiglieri regionali Pd Alberto Avetta e Fabio Isnardi. Si tratta di far recedere l’azienda dall’attuare il nuovo piano che prevede la chiusura dei siti di Ivrea e Asti e lo spostamento di oltre mille dipendenti a Torino, col forte rischio che a causa dei contratti part-time e salari medio bassi, il pendolarismo non sia sostenibile, spingendo i dipendenti ad abbandonare il posto di lavoro. “E’ necessario individuare soluzioni alternative all’accorpamento delle sedi – hanno dichiarato i tre esponenti del Pd-. Per questo è fondamentale che la Regione intervenga, ascolti i territori e contribuisca a costruire un percorso che salvaguardi l’occupazione e mantenga aperti i presidi di Ivrea e Asti”.
E sempre ieri mattino all’incontro in Regione hanno partecipato i sindaci di Asti e Ivrea, gli amministratori dei territori coinvolti, i consiglieri regionali e le rappresentanze sindacali. Il tavolo, coordinato dall’assessore alle Attività Produttive Andrea Tronzano, ha visto la partecipazione in videocollegamento da Bruxelles del presidente Alberto Cirio, oltre agli assessori Marco Gabusi e Maurizio Marrone, e sarà ora portato avanti dal vicepresidente e assessore al Lavoro Elena Chiorino.
“Nei prossimi giorni convocheremo l’azienda con l’obiettivo di aprire un confronto diretto, sia con i vertici italiani sia con la casa madre spagnola” ha detto il Presidente Cirio. “Su queste vertenze non ci saranno scorciatoie né rassegnazione: lavoreremo pancia a terra, insieme ai sindacati e agli amministratori locali, perché nessuno venga lasciato solo di fronte a decisioni che rischiano di avere pesanti ricadute sociali sui lavoratori e sulle loro famiglie” ha detto la vicepresidente Elena Chiorino. “Siamo pronti a ripartire 3,7 milioni di euro, provenienti dal MEF, per promuovere la digitalizzazione dei servizi delle ATC agli inquilini e aiutare i servizi socio assistenziali dei comuni piemontesi a dotarsi delle cartelle informatizzate dei cittadini assistiti – ha annunciato l’assessore alle Politiche sociali Maurizio Marrone -. L’auspicio è che queste risorse welfare possano contribuire a dare ossigeno ad un settore che rischia un’emergenza disoccupazione sui nostri territori, come dimostra la crisi Konecta, e ha bisogno della presenza della Regione”.
(foto da https://www.cittametropolitana.torino.it)
(elisabetta acide) La tradizione centenaria della comunità di Borgo Revel, è stata ancora “rispettata”: in occasione della festa di S. Antonio abate, la comunità si riunisce a “rendere grazie” a Dio per il dono della terra.
Domenica 18 gennaio 2026 alle ore 9,00, nella Chiesa parrocchiale in occasione della S Messa festiva, si è si è fatta memoria di S Antonio abate, monaco, uomo di preghiera che aiuta a riflettere anche sulla contemplazione del creato e delle creature “cose buone”, dono meraviglioso di Dio , uomo che ha saputo “rinnegare se stesso” per abbracciare l’ amore di Dio” come ha ricordato nell’ omelia il parroco don Valerio D’ Amico.
Se prendiamo in mano il Benedizionale, ci accorgiamo che è presente in esso una ricca proposta celebrativa che prende in considerazione diverse circostanze della vita, luoghi e attività dell’uomo strumenti di lavoro, vita dei campi, mense, pasti, spazi, elementi e le cose che hanno attinenza con le manifestazioni della pietà popolare … Una lettura attenta ai formulari nel Benedizionale contenuti poi, offre e rivela una particolare attenzione a diversi elementi dei linguaggi e delle manifestazioni popolari, dunque esso, offre una preziosi elementi per la catechesi “in comuntà” e “di comunità”.
Una “occasione”, dunque, per aiutare bambini, famiglie, adulti e comunità parrocchiale, proprio in occasione delle celebrazioni dei santi, di festività e ricorrenze, a “collocare” elementi e spazi della catechesi e rendere “fruibile” e “comprensibile” il messaggio del Vangelo.
L’occasione della “catechesi” è stata fornita dalla festa del ringraziamento per i frutti della terra, il lavoro agricolo e la benedizione degli animali tradizionalmente collocata nella festa di S. Antonio abate (che ricorre il 17 gennaio).
Festa di “ringraziamento” e “celebrazione di comunità”, occasione per aiutare bambini, famiglie, adulti e tutti coloro che hanno partecipato alla s. Messa ed alla successiva benedizione di animali e mezzi agricoli, a comprendere il valore del “grazie a Dio” per la vita, per il lavoro dell’uomo e della realtà creata, in particolare per sottolineare ed aiutare a cogliere le presenza di Dio nella storia degli uomini e per rileggerne la portata salvifica, favorire la riflessione sull’ importanza dell’armonia della persona con il Creatore e con l’intera realtà creata e aiutare a riconoscere il valore del lavoro in vista della propria santificazione di della cooperazione al progetto divino.
La celebrazione di domenica 18 gennaio, allora, è diventato memento per la comunità di riflettere, anche sulle funzioni simboliche e rituali, delle benedizioni e della loro sequenza: segno di croce, saluto liturgico, monizione introduttiva, responsorio, proclamazione della parola di Dio, esortazione, intercessioni, preghiera di benedizione, benedizione, e delle azioni gestuali, degli atti del linguaggio, in considerazione della natura ecclesiale del rito, della ministerialità liturgica e della presenza della comunità cristiana riunita nel giorno del Signore per celebrare e ringraziare.
Per “sostenere” il valore delle tradizioni locali ed accompagnare alla comprensione dei riti e all’importanza della celebrazione, la comunità parrocchiale,in particolare i priori delle feste ed i catechisti, insieme agli agricoltori locali, ha provveduto ad un allestimento della Chiesa di” S. Anna”, che aveva l’intento di sottolineare la varietà e la ricchezza della pietà popolare ed orientare, nel pieno rispetto delle sue specificità espressive, alle esigenze della Lex orandi-celebrandi.
La liturgia si compone di gesti, riconoscibili, dignitosi e semplici che rimandano alla realtà non è divina; si compone di cose: lo spazio, le immagini, gli arredi, le suppellettili, i paramenti… ed a volte anche “segni”, anch’essi possono essere efficaci nella loro semplicità e possono essere elementi utilizzati per definire le forme del coinvolgimento rituale, per integrare la complessità del gesto liturgico con la complessità della condizione umana.
I bambini dei laboratori di catechesi, hanno dunque, “fatto esperienza” di celebrazione e partecipazione, di “vita liturgica” nella comunità credente per una integrazione tra catechesi e liturgia, evangelizzazione e edificazione della fede.
“E’ necessario che in tutto quello che riguarda l’Eucaristia vi sia gusto per la bellezza. Rispetto e cura dovranno aversi anche per i paramenti, gli arredi e i vasi sacri” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis n.41) e tutto ha avuto la sua “convergenza”.
La composizione floreale e l’allestimento dello spazio sacro, è diventata arte e azione didattico catechistica, che con misura, discrezione, economia di mezzi, creatività e disciplina, ha fornito occasione per parlare al cuore, perché “questo mondo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione” (Paolo VI, Messaggio del Concilio agli artisti 8/12/1965.
Il parroco, don Valerio D’Amico, durante la celebrazione eucaristica, ha condotto, con particolare attenzione, una “catechesi” che ha coinvolto bambini, ragazzi, famiglie ed adulti presenti, sottolineando ogni elemento significativo dell’allestimento: la tavola con i frutti della terra e del lavoro dell’uomo ( sia nella componente quotidiana che in quella liturgica), la processione offertoriale, i benedizionali sul pane e sui mezzi agricoli ed animali (sottolineando il senso dei sacramentali), facendo rilevare la significativa collocazione di oggetti e allestimento (ad esempio del pane nella capanna del presepe quale elemento per ricordare quella “casa del pane” che risuona nel nome di Betlemme, quel “pane di vita” e quella preghiera a Dio che Gesù stesso ha insegnato: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”), fornendo uno “spazio” di annuncio semplice ma efficace, capace di una “catechesi” bella, appassionante, vera e credibile.
Annuncio e catechesi illuminata dalla carità ( i frutti della terra offerti dagli agricolotri e da alcuni parrocchiani sono stati devoluti in beneficenza) e dalla sensibilizzazione alla cura e custodia del creato e delle creature; esperienza viva e vera per “scoprire” la vita della comunità che celebra, che prega,che benedice, attraverso l’incontro con la Chiesa nella sua pienezza, con la Chiesa guidata dallo Spirito vivo di Dio, permette di comprendere come la provvidenza divina operi nella storia.
S.Antonio abate, ha sottolineato il parroco, sottolineando la preghiera di colletta di inizio celebrazione, con la sua esistenza, ci fornisce un “modello” di conversione, di preghiera, di vita per condurci a Dio, sorgente di ogni grazia.
Al termine della s. Messa, nella piazza, la benedizione dei mezzi agricoli, degli strumenti del lavoro dei campi e della terra e la benedizione degli animali, da parte del parroco, nella logica del Benedizionale: “Molti animali, per disposizione della stessa provvidenza del Creatore, partecipano in qualche modo alla vita degli uomini, perché prestano loro aiuto nel lavoro o servono di sollievo. Nulla quindi impedisce che in determinate occasioni, per es. nella festa di un santo, si conservi la consuetudine di invocare su di essi la benedizione di Dio” (Rituale Romano, Benedizionale , cap. 34 – Benedizione degli animali, n. 1058).
Il gruppo dei lettori parrocchiali e dei cantori “Andar a Messa cantando”, ha accompagnato con meditazioni e canti adatti, la celebrazione e la benedizione.
Legame con la natura e rispetto delle creature e degli esseri viventi,lode a Dio, come è stato sottolineato dalla preghiera di intercessione letta comunitariamente in onore di S. Antonio, è stata allora una occasione per aiutare a comprendere come essere “santi” è la chiamata di tutti i cristiani a vivere con fiducia ed amore per rispondere all’Amore di Dio.
E’ bello ricordare l’ espressione di S. Tommaso D’Aquino: “Per questo bisogna pregare non soltanto i Santi più sublimi, ma anche quelli inferiori. Altrimenti bisognerebbe limitarsi a implorare la misericordia di Dio. Del resto capita talvolta che in certi casi sia più efficace l’invocazione dei santi minori: o perché vengono invocati con più devozione, o perché Dio vuole glorificare la loro santità” (Somma teologica, II-II, 83, 11) che ci aiuta a comprendere, l’importanza della preghiera come la comunità ha imparato nella catechesi in corso sul “Padre nostro” dove Gesù insegna a pregare ed a rivolgersi al Padre: “In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). Il significato della preghiera di intercessione non è di “ottenere” che Dio cambi la sua volontà per i nostri desideri, ma di far sì che nella preghiera tutti arrivino a desiderare quanto egli vuole donarci che è sempre la salvezza.
Momento di festa per quel “cammino insieme”, che sottolinea l’integrazione tra catechesi e vita comunitaria, capace di trasformare il cammino di fede personale, in esperienza ecclesiale vissuta e testimoniata, pregata e celebrata.
Due anni fa, raggiunta la pensione dopo essere stata per 12 anni coordinatrice della scuola primaria Manfredini di Varese, Luisa aveva annunciato agli amici di essere in partenza per il Brasile! La sua vita professionale poteva già considerarsi “particolare”, annoverando 2 anni nella scuola italiana di Kampala in Uganda e 2 anni in Brasile in un progetto educativo.
Aveva detto sì all’invito di Rosetta Brambilla, educatrice e missionaria italiana che da 58 anni vive nella favela “Primeiro de Maio” di Belo Horizonte, capitale dello stato del Minas Gerais, nel sud-est del Brasile. In questo slum sessant’anni prima il milanese Pigi Bernareggi aveva iniziato la sua presenza pastorale e sacerdotale: condividendo in ogni aspetto la vita dei poveri, aveva scoperto la loro dignità e la loro cultura popolare e tradizionale. A lui si era presto unito don Virgilio Resi ed era iniziata una delle esperienze più importanti di riqualificazione e urbanizzazione di quartieri informali e periferici.
I favelados, uniti e solidali, diventarono protagonisti del cambiamento, grazie a leggi socialmente illuminate ed influenzate dalla Chiesa. Nacquero quattro asili, una comunità residenziale psico-educativa e una scuola di calcio. Mai come progetti, ma sempre partenze da incontri che suscitavano il desiderio e l’impegno di rispondere alle enormi sfide del vivere quotidiano di quelle periferie, immerse nella povertà, ferite da violenza e ingiustizie.
Bambini e famiglie, spesso in difficoltà, sono accolte al solo fine di far scoprire la bellezza della vita. Tutti – maestre e inservienti, cuochi e personale amministrativo – sono educatori, perché la prima mossa dell’educazione è condividere la propria vita. Si educa alla grandezza attraverso il proprio lavoro. Il mondo non sperimenta più che ogni aspetto della vita è bello e buono: per testimoniarlo occorre semplicemente svolgere bene il proprio compito quotidiano. I bambini ci guardano!
Così cambiano le persone. Da miserabili forse rimangono povere, ma le loro vite diventano piene di dignità e gioia, consapevoli di contribuire al bene della propria comunità.
All’inizio pareva un’impresa irraggiungibile, ma Dio aveva sognato – anche attraverso Luisa, l’ultima arrivata – di realizzare l’impossibile!
Quale grazia ci viene donata attraverso la testimonianza del Battista raccontata nel vangelo di questa domenica!
Giovanni ci indica Gesù con parole che squarciano il velo: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo“. Non un agnello qualsiasi, ma “l’Agnello”: quello vero, quello definitivo.
Riflettiamo: l’agnello pasquale che liberò Israele dalla schiavitù, il servo sofferente che porta su di sé le nostre iniquità, simbolo di mansuetudine e innocenza. Tutto questo si compie in Cristo!
Egli arriva nel punto più basso della nostra miseria per risollevarci, si lascia trafiggere pur di convincerci del suo amore, dona la vita per salvare la nostra.
E noi, riconosciamo davvero in Gesù questo Agnello che ci libera? O ci siamo assuefatti alle parole che il sacerdote pronuncia prima della comunione, lasciando che scivolino via “nell’acqua della banalità”?
Giovanni annuncia anche che Gesù “battezza nello Spirito Santo“, ci immerge nella vita intima di Dio. Questo cambia tutto!
La vita cristiana non è uno sforzo morale, ma innanzitutto vita nuova nello Spirito. È Dio che trasforma il cuore, rinnova desideri e azioni.
Quando ci scoraggiamo nel cammino di conversione, riduciamo forse la fede a sporadici sforzi volontaristici? Invochiamo con fiducia questo dono dello Spirito, oppure contiamo solo sulle nostre forze?
C’è poi un altro aspetto che tocca il cuore della testimonianza: Giovanni non porta a sé, ma a Gesù. Giovanni è come un dito puntato verso il cielo, un segnaposto del “Totalmente Altro”.
E noi? Nelle nostre relazioni, sappiamo farci da parte quando necessario? O cerchiamo di legare a noi chi ci è affidato, diventando ostacolo anziché ponte verso Cristo?
Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
In Italia, nel primo semestre del 2025, sono scomparse 16mila285 persone (come se 2 abitanti su 3 di Ivrea sparissero d’improvviso): il 70% sono minorenni, il 25,74% adulti tra i 18 ed i 65 anni, mentre la fascia di età superiore ai 65 anni è del 4,18%. Le denunce di scomparsa dei minorenni sono state 11mila411 (8mila059 sono stranieri non accompagnati e 3mila352 sono italiani) e di questi, ne sono stati ritrovati 5mila375.
Dal 1974 ad oggi, in Italia, risultano scomparse – e mai ritrovate – circa 63mila persone. Con la definizione “persone scomparse” si fa riferimento a chi non ha dato notizie di sé in seguito ad un allontanamento dai luoghi abituali di vita, per un ampio lasso di tempo. Sono persone che lo hanno fatto volontariamente o per intervento di altri individui o per cause accidentali (disturbi mentali, vittime di reati, smarrimento in luoghi sconosciuti, problemi di salute o legati al reddito, alla povertà, a eventi traumatici…). Sono persone di cui non si può accertare né lo stato in vita, né lo stato di morte.
Studi e ricerche cercano di affinare i metodi di ricerca delle persone scomparse, ma molto si può e si deve fare nella prevenzione di questi fenomeni, soprattutto sulle fasce di età più fragili e vulnerabili, come quella dei minori.
Sovente, chi decide volontariamente di scomparire senza lasciare traccia, cerca di rispondere allo stress e alle emozioni negative che vive nel suo contesto di vita cercando così di riprendere il controllo della propria vita, attraverso una “nuova identità” offerta dalla fuga in quanto tale. A fronte di una persona che scompare ce ne sono altre – quelle a lui/lei legate – che vivono una condizione di profonda angoscia, preoccupazione, sensi di colpa, frustrazione, colpevolizzazione per non essere riusciti a comprendere i segnali di un possibile allontanamento.
Affrontare questi temi a scuola e in famiglia può essere utile per cercare di capirne i meccanismi. Infatti, il disagio che porta all’allontanamento può essere riconosciuto, accolto, ascoltato e sostenuto dalla rete delle relazioni, dei servizi e dalle opportunità che ognuno può offrire all’altro in modo che il “desiderio” di scomparire rimanga solo una fantasia e non una pratica per risolvere dei problemi.