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DOPO UN PERIODO DI SERVIZIO, 250 MILITARI VENIVANO ASSUNTI DALLE FERROVIE DELLO STATO OGNI ANNO

La Chivasso-Aosta del Genio Ferrovieri

Ne curò la gestione dal 1915 fino al 2000, sostituito dalla “nuova” tecnologia

(di Severino Morgando)

Foto: Il Genio Ferrovieri, foto tratta da fsnews.it. Come sanno tutti gli eporediesi, e non solo,...

CANAVESE – Al cinema nel weekend

Cuorgnè, Cinema Margherita
Da 30 aprile al 4 maggio
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2
Orario: feriali 21.15; venerdì 17-21.30; sabato 18.30-21.30; domenica 10.30-17-21.30
Da 30 aprile al 4 maggio
MICHAEL
Orario: feriali 18.30; sabato 16.30; venerdì e domenica 14.50-19.15
Due Città al Cinema
Martedì 5 maggio
SENTIMENTAL VALUE
Orario: 21.15
Ivrea, Cinema Politeama
Dal 1° al 4 maggio
MICHAEL
Orario: venerdì e lunedì 21; sabato e domenica 16-18.30-21
Effetto Cinema
Mercoledì 6 e giovedì 7 maggio
MONSIEUR AZNAVOUR
Orario: mercoledì 15-17.30-21; giovedì 19-21.30
Ivrea, Cinema Splendor Boaro
Dal 30 aprile al 4 maggio
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2
Orario: feriali 18.30-21; venerdì e sabato 16.30-19-21.30; domenica 16-18.30-21
Cineclub
Martedì 5 e giovedì 7 maggio
GIOIA MIA
Orario: martedì 15-17.10-19.20-21.30; giovedì 15.30-17.40
Valperga, Cinema Ambra
Dal 30 aprile al 3 maggio
MICHAEL
Orario: giovedì 21; venerdì e sabato 18.30-21; domenica 16.30-21
Dal 30 aprile al 4 maggio
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2
Orario: giovedì 21; venerdì e sabato 16.30-19-21.30; domenica 16-18.30-21; lunedì 19-21.30
Dall’1 al 3 maggio
SUPER MARIO GALAXY
Orario: venerdì e sabato 16.30; domenica 19
Lunedì 4 maggio
JURASSIC PARK
Orario: 21
Giovedì 7 maggio
WILD DAYS
Orario: 21

Michael (di Graziella Cortese)

Nell’epoca in cui abbiamo Donald Trump come presidente degli Usa pare un po’ difficile parlare di sogno americano… ma c’è stata un’epoca in cui l’american dream ha fatto parte della vita di molte persone, forse di tutti noi. E la famiglia Jackson di cui parla il film è un valido esempio di tentativo di realizzare i propri sogni: il suo rappresentante più famoso, Michael Jackson, ha inseguito con tenacia un’idea che aveva fin da bambino… anche se alcune ombre e un padre onnipresente e dispotico ne hanno reso più difficile il percorso.
Gary, Indiana, anni ’60. Il piccolo Michael (otto anni) forma un gruppo musicale insieme ai suoi fratelli: vengono spinti dal padre Joe a intraprendere una serie di spettacoli, con il nome di Jackson 5, poiché l’uomo, violento e irascibile, ne intuisce le capacità e soprattutto la possibilità di guadagno. Dopo alcuni anni, nel 1979, Michael decide di tentare la carriera da solista con l’album “Off the wall”. Grazie al sostegno legale di John Branca riesce a superare i vincoli con il padre-padrone e a realizzare la musica che desidera: iI grande successo ha inizio, fino a diventare travolgente negli anni successivi.
Forse il significato della pellicola può essere riassunto in questo modo: raccontare un enorme fenomeno musicale, e basta. Nella storia non c’è nulla che riguardi le vicende in tribunale, le accuse di pedofilia e di molestie, non c’è nulla di negativo sul Re del Pop e, solo tra le pieghe della narrazione, possiamo intuirne la solitudine, le contraddizioni, forse le paure più profonde.
Da ricordare l’interpretazione di Jafaar Jackson (nipote del cantante) e di Juliano Krue Valdi (Jackson da bambino); e poi una curiosità: il produttore Gram King è lo stesso di “Boehmian Rapsody” sulla storia dei Queen.
La chiusura della nostra storia viaggia sulle note di “Billy Jean”.
Michael
di Antoine Fuqua
paese: Usa, Regno Unito 2026
genere: drammatico, biografico
interpreti: Jaafar Jackson, Nia Long, Keylin Durrel Jones, Jessica Sula, Miles Teller
durata: 1 ora e 38 minuti
giudizio: interessante

“Scusa, papà”: fede, solitudine e desiderio di appartenenza nel dialogo tra due sacerdoti (di Lorenzo Iorfino)

Foto generata con IA
Qualche giorno fa ho partecipato alla presentazione di un libro del cappellano dell’Università La Sapienza di Roma, don Gabriele Vecchione. Accanto a lui c’era don Mattia Ferrari, cappellano della Mediterranea Saving Humans. L’incontro ha presto lasciato il terreno più prevedibile della promozione editoriale, prendendo la forma di un dialogo serrato sulla condizione dei giovani.
Una parola in particolare mi sono appuntato: “paternità”. Don Ferrari ne parla come di un desiderio vasto, diffuso, quasi elementare. Una mancanza che attraversa molte giovani vite, e a questo sinceramente non avevo mai pensato con gli occhi di tale gravità. Don Vecchione la mette in relazione con il celibato che è chiamato a vivere: l’incontro con il dolore dei “figli dispersi” espone alla crisi, costringe a fare i conti con il fallimento. Dentro questa esperienza si definisce una paternità che non coincide con l’efficacia, e si misura nella scelta di restare. “A volte – spiega Vecchione – quello che conta è la presenza, l’unica cosa che funziona”. In questo senso il motto di san Cusmano – “Quelli che non sono di nessuno sono i nostri” – restituisce il senso della sua interpretazione della paternità sacerdotale, pura e missionaria, ma sicuramente non meno impegnativa. Ma il tarlo ormai rimane: quanti giovani oggi de facto non hanno un padre?
Don Ferrari amplia l’orizzonte: Chiesa vuol dir essere famiglia, “famiglia di famiglie”. Al centro resta la presenza, concreta e quotidiana. Nella società della prestazione, tra dipendenze e forme illusorie di felicità, non sono i grandi gesti che rivoluzionano la vita di chi cade in questi gioghi moderni. Don Vecchione lo dice con chiarezza: per lui “la felicità è fare bene il bene, non fare il bene per farsi due foto”.
Il quadro che emerge è esigente: crisi della salute mentale, individualismo, continua autovalutazione secondo standard di rendimento. Molti temi arcinoti, persino quasi esausti, altri invece interessanti spunti. Ma è bello vedere due sacerdoti giovani che si confrontano sulle modalità con cui si relazionano coi giovani, su come vivono il loro ministero.
Quando un ragazzo si rivolge a un prete dicendo “Scusa, papà”, prende corpo un desiderio profondo, una domanda di appartenenza che cerca nome. Don Vecchione riporta il discorso al cuore cristiano: la passione di Cristo come scelta dalla parte delle vittime, criterio che giudica la storia. Il parametro resta l’amore. In un tempo che misura tutto, è l’unica misura che continua a orientare.

Nel Pd cresce la critica all’idea delle Primarie; Forza Italia si riposiziona e Meloni ha i suoi guai…

Tre big del Pd hanno preso posizione, in modi diversi, contro l’ipotesi di primarie nel “campo largo” tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
L’ex premier Massimo D’Alema, già segretario dei Ds, non le prevede, rimandando al Capo dello Stato la scelta del premier, auspicando invece un grande processo programmatico, dal basso, per far emergere nuove idee, con una sinistra non chiusa in sé stessa, ma aperta all’incontro con le componenti riformiste e moderate radicate nella Costituzione. Lo scontro Conte-Schlein sarebbe invece divisivo e, quindi, negativo per la coalizione. In precedenza il padre dell’Ulivo Romano Prodi aveva ritenuto prematura la priorità alle primarie, auspicando la definizione di una comune base programmatica per tutta l’area del “campo largo”. Anche Prodi ritiene essenziale l’incontro tra centro e sinistra, riformisti e radicali (come avvenne nelle due elezioni vinte dall’Ulivo, nel ’96 e nel 2006) e insiste su un progetto di società democratica e pluralista, essendo insufficiente dire “no” al governo, nonostante i suoi errori.
La terza voce dissenziente è quella della nuova leader dell’area riformista, la sindaca di Genova Silvia Salis, esclusa dalle primarie Schlein-Conte (secondo l’eminenza “grigia” del Pd Franceschini, solo la segretaria ha diritto di “correre” nei gazebo). Alla Tv di Fazio la Salis (confusa da Salvini con l’europarlamentare “ribelle” di AVS) ha dichiarato che non andrebbe a votare per primarie “bloccate”. Contestuale la richiesta di un “campo largo”, non ristretto ai partiti e ai suoi leader, con una vasta partecipazione popolare.
D’Alema, Prodi, Salis: tre voci diverse del centro-sinistra, esprimono il disagio per un dibattito politico che sembra esaurirsi ad uno scontro a tre, Meloni-Schlein-Conte, con il prevalere degli aspetti leaderistici su quelli programmatici e di governo, per l’oggi e il domani. Un anno elettorale in questo clima non è di buon auspicio, come si è visto anche negli incidenti che hanno turbato la Festa della Liberazione, da Roma a Milano, da Torino a Bologna…
Nel destra-centro la novità politica continua ad essere rappresentata dai movimenti di Forza Italia, sotto la guida dei fratelli Marina e Pier Silvio Berlusconi. A Milano gli “azzurri” hanno partecipato al corteo del 25 aprile ed un loro esponente ha dichiarato al “Corriere della Sera” che in caso di “pareggio” alle prossime politiche, Forza Italia potrebbe sostenere un governo di larghe intese, com’è già avvenuto con i premier Letta, Renzi, Gentiloni e Draghi. Peraltro nel Governo Meloni è sempre scontro tra i due vice, Tajani e Salvini: la Lega vuole rompere i vincoli europei sul bilancio, Forza Italia difende gli accordi con Bruxelles e teme conseguenze finanziarie sui mercati per la rottura dei patti UE.
La Meloni, dopo l’attacco di Trump e la sconfitta di Orban, si mantiene a metà strada tra l’alleanza con la Destra sovranista europea e il dialogo (necessario) con Bruxelles. Premono inoltre i molti nodi da affrontare, dalla lotta alla recessione economica scatenata dall’attacco USA-Israele all’Iran, ai nuovi problemi del Ministero di Grazia e Giustizia, dov’è scoppiato un conflitto sorprendente tra Nordio e il Quirinale per la grazia concessa all’ex consigliere regionale berlusconiana Nicole Minetti. Dopo un’accurata inchiesta del “Fatto quotidiano” su un’adozione in Uruguay della Minetti, il Capo dello Stato ha chiesto al Ministero – promotore della richiesta di grazia – di accertare la realtà dei fatti denunciati (sottintesa la possibilità di revoca del provvedimento).
Come ha scritto Marcello Sorgi su “La Stampa”, anche dopo il referendum perso sulla giustizia il ministro Nordio incappa spesso in nuovi, gravi incidenti. L’opposizione ne chiede la revoca, la Meloni non vuole “rimpasti”. Ma la stabilità non è un valore aggiunto se determina il “congelamento” dei ministeri, compreso quello del “Made in Italy” del titolare Urso, sommerso da vicende industriali irrisolte, dall’Ilva alla crisi dell’auto, per cui la Cgil di Landini è giunta a chiedere l’ingresso dei cinesi! Possiamo restare fermi sino alle politiche dell’autunno 2027?

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