Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

venerdì 20 Marzo 2026

Reale mutua
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LA DENOMINAZIONE DI UN LUOGO GEOGRAFICO, LO STUDIO DELLE ORIGINI PER CONOSCERNE LA STORIA

I toponimi (alcuni) della Valchiusella

Oggi in italiano derivano dal latino e prima ancora da nomi celti, romani, medioevali

(di Andrea Tiloca)

Quando ci si reca in un luogo e specialmente quando in esso si sceglie di vivere, è importante...

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LA LUNGA E RICCA STORIA DELLA FILARMONICA DI CASTELLAMONTE, UN SOGNO FORTEMENTE RINCORSO

I primi cento anni della Casa della Musica

Un pianoforte gran coda “Rud Iback Sohn” per il battesimo artistico nel 1925

(di Severino Morgando)

“Il loro sogno, come al tocco di una magica bacchetta, era fatto realtà e realtà superiore a ogni...

Il Gran dji Bric della Collina Chivassese incontra il Pinerolese

Venerdì 13 marzo sì è svolta a Pinerolo una serata dedicata alla promozione delle filiere corte agricole e sui vantaggi per agricoltori, trasformatori e consumatori sottoscrivono contratti di filiera.
La serata, organizzata da Coldiretti Torino, è stata l’occasione per presentare l’esperienza della “Filiera del Gran dji Bric” e per la firma di un protocollo (foto) di fornitura della farina del Gran dji Bric che sarà utilizzata in tre esercizi del Pinerolese.
La filiera del Gran dji Bric è un esempio virtuoso di filiera agricola che raggruppa una ventina di agricoltori che seminano alcune varietà di grano tenero da panificazione e prodotti da forno adatte al territorio collinare, su una superficie di 100 ettari in 12 comuni (Casalborgone, Monteu da Po, Verrua Savoia, San Sebastiano da Po, Sciolze, San Raffaele Cimena, Rivalba, Lauriano, Cavagnolo, Castagneto Po, Brusasco, Brozolo).
Il grano viene trasformato in farina dal Mulino di Casalborgone da cui si riforniscono 4 panificatori e trasformatori del territorio che, con la farina del Gran dji Bric, sfornano varie tipologie di pane, biscotti, grissini. Nel corso della serata sono stati offerti assaggi di prodotti realizzati con ferina del Gran dji Bric (pizze gourmet con vari gusti, primi della cucina piemontese, dolci sfiziosi).

Il desiderio di pace e lo smarrimento per il disfarsi di un mondo che non si sa come cambiare

Mi chiedo cosa facciano i giovani oggi per la pace, se esista davvero qualcosa di concreto, tangibile, con risultati palpabili che incidano sul caos del mondo. La risposta, di solito, suona come un’eco vuota. Le iniziative che pure emergono – presidi sporadici, striscioni urlati in piazze semideserte – non spengono conflitti millenari né disarmano gli arsenali; sfiorano i problemi con gesti simbolici, forse incapaci di invertire la rotta di un’umanità che ha perso se stessa. È quell’approccio puerile, da letterina a Babbo Natale – “Voglio la PlayStation e la pace nel mondo” – che si traduce in un disincanto corrosivo: ci convinciamo d’essere impotenti, guardando “il mondo da un oblò”.
Se mi si interrogasse su cosa io stia facendo per la pace, oltre a pregare, risponderei: niente. Il ragazzo della mia età spesso assorbe il mondo a brandelli dal feed incessante dei social o dal bagliore catodico di un televisore; scorrono frames di devastazione e quella sequela inesorabile genera un’ansia viscerale, alimentata dalla paura atavica dell’impotenza. Il mondo implode, incomprensibile, e noi lo guardiamo paralizzati, spettatori passivi di un dramma che ci sfugge.
Eppure, in questo deserto di inerzia, baluginano lampi di ribellione giovanile. Pochi giorni fa, a Torino, circa mille giovani attivisti al grido di “Vogliamo un futuro” concludevano un corteo immolando tra le fiamme una bandiera. Gesto estremo, provocatorio, ma poi? Pochi giorni prima studenti medi e universitari invadevano piazze in decine di città italiane contro il riarmo europeo e i progetti di leva obbligatoria; striscioni manoscritti dicevano “Disertiamo la guerra”, pretendendo sacrosantamente risorse per scuole e welfare anziché per missili e droni. Ci si prova quindi, a trasformare l’impotenza in azione concreta, seppur minima, tangibile.
Anche a Gerusalemme vecchia, la città santa per le tre religioni monoteiste, intoccabile e protetta dal buonsenso comune e dagli interessi di tutti, in questi giorni si vive la paura dell’impotenza. Forse quella bolla di protezione sta iniziando a cedere, quando i frammenti di missili cadono sui tetti e le notti si passano nelle cantine. Il sogno dei prossimi riti di Pasqua sembra svanire, e la porta del Santo Sepolcro è sprangata, nel silenzio delle sirene. Pure Cristo sembra irraggiungibile… magari sarà “interdetto”.

Non ci resta che attendere il dopo-referendum per la ricerca bipartisan del “bene comune”

La campagna elettorale sul referendum sulla giustizia ha registrato un confronto “drogato” tra i partiti, con il prevalere degli insulti e delle risse sulle riflessioni approfondite, politiche e giuridiche. Non migliore è stato sinora il confronto sui temi delicatissimi di politica estera, con divisioni rilevanti non solo tra i poli, ma anche all’interno dei due schieramenti.
Nel destra-centro, accanto al grave ritardo della premier nel contestare la violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele con l’attacco all’Iran, è esploso lo scontro tra i due vicepresidenti del Consiglio sui rapporti con la Russia di Putin: Salvini si è mostrato d’accordo con Trump sulla revoca del blocco alle importazioni di petrolio da Mosca; Tajani, in linea con l’Europa, insiste sul mantenimento delle restrizioni decise dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Analogamente, il ministro della Cultura Giuli, vicino alla Meloni, contesta la scelta del presidente della Biennale di Venezia Buttafuoco (sostenuto da Salvini), di invitare la Russia alla rassegna superando il no della UE, solidale con Kiev.
Anche all’interno di Fratelli d’Italia ci sono stati dei problemi perché il vice-ministro degli Esteri Cirielli, ha incontrato l’ambasciatore russo, all’insaputa del governo e del suo partito, rompendo l’isolamento diplomatico della UE agli uomini di Putin, nonostante la prosecuzione dell’attacco di Mosca alla martoriata Ucraina.
Nel “campo largo” le divisioni sono emerse apertamente in Parlamento nel dibattito sull’Iran con ben quattro diverse mozioni (centristi, PD, AVS, M5S), anche se era unanime la richiesta al governo di non concedere basi militari agli Stati Uniti per l’attacco a Teheran. Confermati inoltre i problemi con i Pentastellati sull’Ucraina: l’onorevole Chiara Appendino ha chiesto come Salvini lo sblocco del petrolio russo, “rettificata” dall’ex premier Conte, che ha rinviato la scelta alla fine della guerra. Ma già in Europa il M5S aveva votato contro gli aiuti a Kiev.
In questo quadro politico particolarmente “confuso”, la Meloni – forse per sottrarsi all’abbraccio soffocante di Trump – ha avanzato una proposta interessante: un tavolo di confronto con l’opposizione su pace e guerra, sulle conseguenze, anche economiche, per il nostro Paese, sulla tutela delle nostre missioni all’estero… La Premier tuttavia ha indebolito la sua offerta con nuovi attacchi alle minoranze; ma un leader autorevole del Pd come l’ex premier Paolo Gentiloni ha esortato l’opposizione ad accettare, con motivazioni che ricordano gli appelli del presidente Mattarella all’unità del Paese, soprattutto nelle situazioni difficili. E cosa c’è di più grave di un conflitto “fuori” dalle regole, con migliaia e migliaia di vittime, con milioni di sfollati, con una recessione che minaccia il mondo intero?
In questa fase la ricerca del “bene comune” deve prevalere sulla logica dei poli contrapposti, che conduce l’Italia all’immobilismo e all’irrilevanza sulla scena internazionale. Non possono essere Salvini e Conte a bloccare la ricerca di una strada “nuova” mentre cresce di giorno in giorno la “terza guerra mondiale a pezzetti”, profetizzata da Papa Francesco.
Per il suo ruolo storico nel Mediterraneo – sin dai tempi di Enrico Mattei, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Bettino Craxi, Giorgio Napolitano, Aldo Moro… – l’Italia con l’Europa può costruire ponti (al posto delle bombe), rilanciando la strada difficile ma unica per il Medio Oriente: il dialogo tra arabi ed ebrei, i “due Stati, due Popoli” in Palestina, richiamati spesso nei messaggi di pace di Papa Leone XIV.
La politica italiana, anziché scannarsi quotidianamente (allontanando gli elettori dalle urne), deve recuperare lo spirito dei Padri costituenti e il clima degli anni di “solidarietà nazionale” che portò alla sconfitta delle stragi mafiose, del terrorismo sanguinario, della speculazione finanziaria del 2008.
Anziché abbandonarsi alla rissa e alla ricerca esasperata dei voti, è il momento delle proposte per la difesa del Paese e di sessanta milioni di italiani, in un contesto geo-politico senza precedenti.

EDITORIALE – Tuttologi dalla reazione rapida

Abbiamo un’opinione su tutto. Sul conflitto internazionale, la riforma fiscale che non abbiamo letto, l’ultimo scandalo di cui conosciamo il titolo… Siamo diventati una società straordinariamente competente: tuttologi a tempo pieno, con specializzazione in “qualsiasi cosa stia succedendo adesso”. Il problema è che non pensiamo più. Reagiamo.
C’è stato un tempo, remoto, in cui tra un fatto e un’opinione esisteva uno spazio intermedio: quello della comprensione. Oggi è stato sfrattato per fare posto alla reazione immediata, veloce, sintetica, possibilmente indignata. Perché se non sei indignato rischi di sembrare disinteressato, e quindi emarginato. Indifferenza ed emarginazione sono il vero peccato capitale dell’era digitale. Così scrolliamo, leggiamo metà titolo, forse un sottotitolo se siamo un po’ scrupolosi, e via: pronti a dire la nostra. Che poi “dire la nostra” è un’espressione generosa; più spesso è un riflesso automatico, un gesto condizionato, come mettere un like, ma con più parole e meno responsabilità.
In questo ecosistema prosperano i leoni da tastiera. Creature mitologiche che ruggiscono forte, ma solo dietro lo schermo. Non importa l’argomento, geopolitica, medicina, economia, educazione dei figli altrui… loro ci sono; sempre pronti, sempre certi, sempre definitivi. Il dubbio, per loro, è una debolezza e l’approfondimento una perdita di tempo. Il paradosso è che non siamo mai stati così esposti all’informazione, e allo stesso tempo così poco inclini a elaborarla. Consumiamo notizie come snack, e come tutti gli snack danno una soddisfazione immediata, ma nessun nutrimento duraturo. Ci riempiono, ma non ci formano.
L’opinione, quella vera, costruita, pensata, diventa un lusso; richiede tempo, silenzio, persino il coraggio di non avere subito una risposta. Tutte cose che mal si conciliano con l’urgenza di esserci, commentare, partecipare a ogni conversazione. Perché oggi il vero rischio non è sbagliare, ma non dire niente. E allora parliamo. Sempre. Comunque. Su tutto. Diventiamo rumorosi. E nel grande teatro dell’attualità, non importa tanto cosa si dice; l’importante è dirlo per primi. O almeno abbastanza in fretta da sembrare tra quelli che “hanno capito”. Capito cosa, esattamente, è un dettaglio secondario.

Edizione 19 Marzo 2026

ANNO CVI – N° 11
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