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DOPO UN PERIODO DI SERVIZIO, 250 MILITARI VENIVANO ASSUNTI DALLE FERROVIE DELLO STATO OGNI ANNO

La Chivasso-Aosta del Genio Ferrovieri

Ne curò la gestione dal 1915 fino al 2000, sostituito dalla “nuova” tecnologia

(di Severino Morgando)

Foto: Il Genio Ferrovieri, foto tratta da fsnews.it. Come sanno tutti gli eporediesi, e non solo,...

Nel Pd cresce la critica all’idea delle Primarie; Forza Italia si riposiziona e Meloni ha i suoi guai…

Tre big del Pd hanno preso posizione, in modi diversi, contro l’ipotesi di primarie nel “campo largo” tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
L’ex premier Massimo D’Alema, già segretario dei Ds, non le prevede, rimandando al Capo dello Stato la scelta del premier, auspicando invece un grande processo programmatico, dal basso, per far emergere nuove idee, con una sinistra non chiusa in sé stessa, ma aperta all’incontro con le componenti riformiste e moderate radicate nella Costituzione. Lo scontro Conte-Schlein sarebbe invece divisivo e, quindi, negativo per la coalizione. In precedenza il padre dell’Ulivo Romano Prodi aveva ritenuto prematura la priorità alle primarie, auspicando la definizione di una comune base programmatica per tutta l’area del “campo largo”. Anche Prodi ritiene essenziale l’incontro tra centro e sinistra, riformisti e radicali (come avvenne nelle due elezioni vinte dall’Ulivo, nel ’96 e nel 2006) e insiste su un progetto di società democratica e pluralista, essendo insufficiente dire “no” al governo, nonostante i suoi errori.
La terza voce dissenziente è quella della nuova leader dell’area riformista, la sindaca di Genova Silvia Salis, esclusa dalle primarie Schlein-Conte (secondo l’eminenza “grigia” del Pd Franceschini, solo la segretaria ha diritto di “correre” nei gazebo). Alla Tv di Fazio la Salis (confusa da Salvini con l’europarlamentare “ribelle” di AVS) ha dichiarato che non andrebbe a votare per primarie “bloccate”. Contestuale la richiesta di un “campo largo”, non ristretto ai partiti e ai suoi leader, con una vasta partecipazione popolare.
D’Alema, Prodi, Salis: tre voci diverse del centro-sinistra, esprimono il disagio per un dibattito politico che sembra esaurirsi ad uno scontro a tre, Meloni-Schlein-Conte, con il prevalere degli aspetti leaderistici su quelli programmatici e di governo, per l’oggi e il domani. Un anno elettorale in questo clima non è di buon auspicio, come si è visto anche negli incidenti che hanno turbato la Festa della Liberazione, da Roma a Milano, da Torino a Bologna…
Nel destra-centro la novità politica continua ad essere rappresentata dai movimenti di Forza Italia, sotto la guida dei fratelli Marina e Pier Silvio Berlusconi. A Milano gli “azzurri” hanno partecipato al corteo del 25 aprile ed un loro esponente ha dichiarato al “Corriere della Sera” che in caso di “pareggio” alle prossime politiche, Forza Italia potrebbe sostenere un governo di larghe intese, com’è già avvenuto con i premier Letta, Renzi, Gentiloni e Draghi. Peraltro nel Governo Meloni è sempre scontro tra i due vice, Tajani e Salvini: la Lega vuole rompere i vincoli europei sul bilancio, Forza Italia difende gli accordi con Bruxelles e teme conseguenze finanziarie sui mercati per la rottura dei patti UE.
La Meloni, dopo l’attacco di Trump e la sconfitta di Orban, si mantiene a metà strada tra l’alleanza con la Destra sovranista europea e il dialogo (necessario) con Bruxelles. Premono inoltre i molti nodi da affrontare, dalla lotta alla recessione economica scatenata dall’attacco USA-Israele all’Iran, ai nuovi problemi del Ministero di Grazia e Giustizia, dov’è scoppiato un conflitto sorprendente tra Nordio e il Quirinale per la grazia concessa all’ex consigliere regionale berlusconiana Nicole Minetti. Dopo un’accurata inchiesta del “Fatto quotidiano” su un’adozione in Uruguay della Minetti, il Capo dello Stato ha chiesto al Ministero – promotore della richiesta di grazia – di accertare la realtà dei fatti denunciati (sottintesa la possibilità di revoca del provvedimento).
Come ha scritto Marcello Sorgi su “La Stampa”, anche dopo il referendum perso sulla giustizia il ministro Nordio incappa spesso in nuovi, gravi incidenti. L’opposizione ne chiede la revoca, la Meloni non vuole “rimpasti”. Ma la stabilità non è un valore aggiunto se determina il “congelamento” dei ministeri, compreso quello del “Made in Italy” del titolare Urso, sommerso da vicende industriali irrisolte, dall’Ilva alla crisi dell’auto, per cui la Cgil di Landini è giunta a chiedere l’ingresso dei cinesi! Possiamo restare fermi sino alle politiche dell’autunno 2027?

EDITORIALE – Suolo conteso

Foto generata con IA
È tempo di pulizia di arbusti e di abbattimenti di piante nelle nostre campagne. Dalla visuale lasciata libera appaiono estensioni di pannelli fotovoltaici che, prima della pulizia, sembravano non esserci mai stati. Invece c’erano.
E nuove installazioni di impianti a terra stanno sorgendo a una certa velocità. Qui si apre un conflitto: da una parte la transizione energetica, dall’altra la tutela del suolo agricolo. L’approvazione in Giunta regionale del disegno di legge su disciplina e individuazione di aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili cerca di proteggere i terreni agricoli dall’assalto della speculazione energetica.
Altre aree vengono “consigliate”: quelle industriali dismesse, quelle intercluse di svincoli o di pertinenza di autostrade e ferrovie, le discariche, i tetti dei fabbricati, aree già compromesse. Fin qui, tutto condivisibile. Il suolo non è una risorsa infinita. In Piemonte oltre il 6,6% del territorio è consumato, e continuare a coprirlo, anche con pannelli “verdi”, rischia di sostituire un problema con un altro. Nell’osservatore anche meno esperto, una domanda sorge: ma quei terreni agricoli sono davvero tutti produttivi, o molti sono già abbandonati?
Perché, allora, i proprietari scelgono di affittarli o venderli per il fotovoltaico? La risposta è semplice e riguarda l’economia reale: in molte aree marginali l’agricoltura non è più sostenibile. I ricavi sono bassi, i costi alti, il ricambio generazionale fragile. Il fotovoltaico, al contrario, garantisce rendite certe e senza rischio. E qui emerge la contraddizione. Vietare gli impianti nei campi può proteggere il paesaggio, ma non restituisce automaticamente vitalità all’agricoltura.
Un terreno abbandonato non torna fertile per decreto. La Regione prova a mediare con l’agrivoltaico, imponendo che la produzione agricola resti significativa. È una strada interessante, ma ancora tutta da verificare su larga scala. Il nodo, dunque, non è scegliere tra energia e agricoltura, è capire quale agricoltura si vuole salvare e dove. Se il suolo è davvero un bene da tutelare, allora serve una politica agricola che renda conveniente coltivarlo, non solo impedirne l’uso alternativo. Altrimenti il rischio è evidente: campi lasciati a se stessi, senza pannelli, ma anche senza raccolti. E una transizione ecologica che, invece di integrare, finisce per dividere.

Edizione 30 Aprile 2026

ANNO CVI – N° 17
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