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PILLOLE DI MISSIONARIETA' di FILIPPO CIANTIA

Niguardiadi

Nell’Aula Magna dell’Ospedale Niguarda di Milano la luce filtra dalle grandi vetrate artistiche,...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Jumpers

Qualcuno penserà: che nostalgia i vecchi cartoon Disney, Cenerentola, Biancaneve, Dumbo…...

Aspettando il Vescovo Daniele, giovedì 19 marzo

CERESOLE REALE, NOASCA E ROSONE - Tre comunità parrocchiali che camminano insieme - Nei primi mesi dell'anno, tre momenti significativi, collaborazione sempre più forte e profonda comunione d'intenti - 

 

Sant'Antonio Abate, San Giovanni Bosco e la Festa della Madonna di Lourdes, nella Giornata Mondiale del Malato

Alta Valle Orco: tre comunità unite nella fede, nella tradizione e nella preghiera Le comunità...

PNRR, a Castellamonte quasi pronto il civic centre L’ex ospedale torna a vivere

Quello che un tempo era l’ospedale di Castellamonte in pieno centro, in piazza Martiri della Libertà a Castellamonte, grazie ai fondi PNRR ha completamente cambiato volto e destinazione. Dopo due anni di lavori per ristrutturare 1840 mq, con 3 milioni di euro di investimento, il Comune di Castellamonte e la Città metropolitana di Torino stanno per consegnare alla comunità una Casa della cultura e della socialità in uno spazio sottratto all’abbandono.
“Siamo venuti a Castellamonte nel luglio 2024 per l’avvio dei lavori, finanziati come PUI Piano Urbano Integrato sulla Missione 5 del PNRR, con lo scopo di trasformare l’ex ospedale, nel cuore della città, in un centro civico per ospitare il raddoppio della Biblioteca, l’archivio comunale, il centro anziani e la ceramicoterapia” ricorda oggi il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo, che è tornato a verificare l’avanzamento dei lavori giovedì 26 marzo in un partecipato sopralluogo.
Con lui, come due anni fa, la consigliera metropolitana  delegata allo sviluppo economico Sonia Cambursano, che si è dichiarata “sempre più convinta e soddisfatta della scelta di destinare i fondi per favorire l’inclusione sociale, facendo atterrare sui territori i finanziamenti della missione dedicata all’inclusione per una reale riqualificazione urbana”.
“Nel luglio del 2024 ho dato appuntamento alla primavera 2026 e ci siamo” ha aggiunto soddisfatto il  sindaco di Castellamonte Pasquale Mazza, anche lui consigliere metropolitano.
I lavori sono ad uno stato di avanzamento nel pieno rispetto delle tempistiche: è stato completato l’adeguamento antisismico e il potenziamento dal punto di vista energetico con il miglioramento di almeno due classi energetiche e la conseguente riduzione dei costi di gestione.
All’interno, in attesa degli arredi, sono stati visitati gli spazi destinati all’ampliamento della biblioteca civica con i suoi 3mila volumi e all’archivio storico, i nuovi ambienti per gli Artisti della Ceramica, per il centro culturale “Costantino Nigra”, per il nuovo centro di aggregazione per giovani e anziani e per gli sportelli sociali.
C’è attesa, in particolare, per i progetti di ceramicoterapia che troveranno sede nel civic centre: Castellamonte ha molto lavorato negli ultimi anni per consolidare il suo ruolo di capitale della ceramica ed ora i ceramisti potranno avviare corsi dedicati, nella consapevolezza che modellare l’argilla aiuta a ridurre l’ansia e lo stress, offre un effetto analgesico ed è un’attività utilizzata come terapia ricreativa, rivolta anche a minori con disagio sociale o disabilità.
Amministratori CastellamonteNuova Biblioteca

Guido Gozzano anzi, sua mamma Diodata (di Andrea Tiloca)

Con la mamma vicina e il cuore in pace,
s’aggira canticchiando un melodramma;
sospira un po’… ravviva la brace
il guizzo allegro della buona fiamma…
Canticchia. E tace con la cara mamma;
la cara mamma sa quel che si tace.
Guido Gozzano (1912)
Tra i personaggi canavesani più celebri possiamo indubbiamente annoverare il poeta crepuscolare Guido Gozzano e ad Agliè qualcosa ci parla ancora di lui, della sua sensibilità, della sua percezione del mondo, dell’amore, della vita.
Tra gli affetti più cari del poeta, il primo posto è occupato dalla madre, che però per molti appare come un personaggio quasi sconosciuto, se non per i cenni che ne fa egli stesso nella sua lirica.
Diodata Mautino (anche conosciuta come Deodata) nacque nella villa avita dei Mautino ad Agliè il 20 marzo 1858. Suo padre, il senatore Massimo Mautino, era una delle personalità più influenti del loco, amico personale di Massimo Tapparelli d’Azeglio e di Camillo Benso.
La piccola Diodata amava recitare ed era considerata un “enfant prodige”, tanto da essere definita come “Piccola Duse del Canavese”. Famosa è restata la sua elogiatissima declamazione dei versi di Giuseppe Giacosa che lei fece al teatro di Baldissero Canavese appena undicenne.
Diodata componeva anche sonetti, ma queste sue attività garbavano poco al padre che la indirizzò verso un destino che lui riteneva più consono, ossia il matrimonio e la creazione di una famiglia. Fu così che, alla soglia dei diciannove anni, il 10 gennaio 1877, convolò a nozze col trentottenne vedovo ingegner Fausto Gozzano, proprietario della villa Meleto e illustre progettista (tra le sue opere più note vi è il disegno della stazione ferroviaria di Rivarolo Canavese).
La coppia era molto in vista nella società borghese dell’epoca e fu allietata dalla nascita di diversi figli, tra cui nel 1883, Guido Davide Gustavo Riccardo, più noto come Guido Gozzano, anche se in famiglia e dalla sua mamma venne sempre chiamato Gustavo. La loro vita coniugale non fu particolarmente lunga, in quanto l’ingegnere fu stroncato da una polmonite acuta il 14 marzo 1900.
Ci fu sempre un gran legame tra Guido e la sua mamma che egli accudì dopo che, nel 1909, fu colpita da una invalidante paralisi che la segnò per tutta la vita. Dal canto suo Diodata seguì il figlio nelle varie fasi della sua malattia che lo portò alla prematura morte il 9 agosto 1916, avvenuta nella loro casa torinese di Via Cibrario tra le braccia della madre stessa.
Da questo momento in poi iniziò il corso della vera popolarità del poeta di cui egli non poté godere i frutti, ma che invece sua madre visse appieno. Diodata continuò a vivere a Torino, ma non desiderando più recarsi al Meleto di Agliè, abitazione amata in passato, ma ora troppo densa di ricordi, seguì il consiglio di Ettore Colla, l’amico più intimo di suo figlio, e trascorse molte estati della sua vita in Valchiusella, in una casa in affitto nella periferia di Drusacco, paese che aveva per lei un clima favorevole e dove, nel girò di poco tempo, divenne conosciuta, apprezzata e osservata da molti.
La sua prima estate li fu quella del 1917.
Tu parlavi, Mamma: la melodia della
voce suscitava alla mia mente la visione
del tuo sogno perduto. Or ecco: ho
imprigionato il sogno con una sottile malia
di sillabe e di versi, e te lo rendo perché tu
riviva le gioie della giovinezza.
Così si riferiva alla madre il poeta nella sua “Primavere romantiche”.
Drusacco, insieme alla vicinissima Vico, in quegli anni e in quelli successivi, furono meta di un turismo che potremmo definire d’élite, poiché meta dell’alta borghesia e della nobiltà torinese. All’albergo della Corona Grossa di Vico si consumava segretamente la passione tra la contessa Cognasso, nota nei salotti bene della capitale subalpina e il principe del foro avvocato Oliveri, mentre i torinesi si interrogavano sulla veridicità della loro relazione e si rodevano il fegato per non riuscire a scoprire se ci fossero degli incontri segreti tra i due e dove, eventualmente, questi avvenissero.
Nella casa parrocchiale di Drusacco, in estate, soggiornava sovente Emma Giono, mamma della medaglia d’oro al valore militare e calciatore Alberto Picco di La Spezia. Picco fu figura chiave del club calcistico della città ligure, tant’è che oggi lo stadio cittadino gli è intitolato. Egli, alpino, perì in un’azione eroica durante la Prima Guerra mondiale nel 1915. La madre, con l’altro figlio, veniva a Drusacco poiché la donna era nativa della frazione di Inverso.
In una casa in affitto in Cimavilla a Vico soggiornò per alcune estati Edmondo De Amicis che qui scriveva e dipingeva. Uno dei suoi quadri è ancora oggi conservato nella casa della nipote della signora che affittava l’alloggio al noto scrittore e pedagogo. A noi piace pensare che qualche suo scritto sia nato proprio a Vico o qui gli sia stato ispirato.
Alla Locanda dell’Universo di Vico aveva alloggiato l’imprenditore Vincenzo Lancia e tanti noti volti della Torino “bene” dell’epoca salivano a ristorarsi dalla calura estiva nei due piccoli villaggi prealpini.
La Mautino, che soggiornava in una casa all’inizio del paese di Drusacco con una cameriera africana, la quale destava non poca curiosità tra i paesani in quegli anni, vide svilupparsi a poco a poco la fama del figlio poeta e il crescente interesse che l’ambiente letterario gli tributava.
Tra gli amici di madama Gozzano ci fu il poeta dialettale Nino Costa che le fece visita in Valchiusella e che, nel 1938 le dedicò alcuni versi in occasione del suo ottantesimo compleanno.
Pare, tra l’altro, che Diodata fosse una consumatrice del famoso Elisir China realizzato nel laboratorio della farmacia di Drusacco dal dottor Lodovico Casullo.
La composizione di questo “portentoso” elisir è giunta fino a noi: 25 grammi di alve soccotrino, 3 grammi di pedagra, genziana, zafferano, rabarbaro, china, calissaia e teriaca, 5 grammi di noce moscata, garofano e cannella, 3 grammi di olio essenziale di menta, 80 grammi di alcool a 32 gradi, 40 grammi di etere solforico. Alla fine occorreva lasciare macerare il tutto e filtrare.
Il chimico Casullo era anche un ottimo pubblicitario che reclamizzava così il suo prodotto: “Passando per Drusacco non si dimentichi il viandante di bere un bicchierino dell’eccellente elisir china preparato dal farmacista Lodovico Casullo. L’Elisir di lunga vita!”
Furono tante le stagioni da quel 1917 in poi che Diodata Mautino Gozzano trascorse a Drusacco, dove ci piace pensare abbia sentito cantare dalle belle voci valligiane, una delle canzoni più care al suo illustre figlio: “Oh mio carino tu mi piaci tanto, siccome il mare piace ad una sirena….”. Queste si conclusero con la sua morte nel 1947, ma un po’ del suo ricordo è rimasto ancora per tantissimi anni.
Për j’otant’ani ëd Madama Gozzan
Otant’ani! N’età varia e pressiosa,
e Madama Gozzan, ecco, as presenta:
tuta bianca, gentila, intelligenta,
viva ‘d gioventù miracolosa.
La gioventù dël cheur! Che ant la tormenta
dël mond a salva na soa fior gioiosa,
e ant ij malheur dla vita burascosa
a rend l’anima fòrta e resistenta.
Forse so Guido, un dì, quand ch’a sentìa
casché la vita come da sla rama
na bela fior, prima dël temp, passìa,.
l’ha fait un vot: “Mentre la mòrta-m ciama
costa mia gioventù che ‘l mal am pìa
veui fela arvive drinta’l cheur ‘d mia mama”.
Nino Costa Turin, 18 maggio 1938

Fortemente attratta dai poveri (di Filippo Ciantia)

Il detto latino “nomen omen” evoca l’idea che in ogni nome sia custodito un destino, come un’eco che precede il cammino di una vita. Nella vita di Suor Azezet Habtezghi Kidane, il nome sembra farsi profezia: “Mi hanno chiamata Azezet, che significa ‘tesoro prezioso’”.
La vocazione di Azezet inizia a Massawa, in Eritrea dove, ancora una piccola bambina, dal villaggio di Tekelabi si recava con la migliore amica, Fatma, sulle spiagge del Mar Rosso. Lì vede per la prima volta i lebbrosi: il loro isolamento e le loro piaghe suscitarono in lei una profonda emozione: “Fin dalle scuole elementari rimasi fortemente attratta dai poveri e dagli ammalati”.
Quando, frequentando le suore comboniane, scopre l’attività delle missionarie nei lebbrosari decide di diventare una di loro. Essere infermiera è una ‘vocazione nella vocazione’. Sfugge miracolosamente alla guerra e alla morte, per arrivare a Juba, nel sud del Sudan. La città è circondata e bombardata continuamente. Anche qui scampa alla morte. Difende i de-boli e i poveri: viene espulsa con tutta la sua comunità.
Sbarca a Londra e scopre la “lebbra dei paesi ricchi”: la solitudine estrema e angosciante di tante persone, che in lei trovano amicizia e speranza. Poi le è concesso di ritornare in Sud Sudan a Nzara, dove sperimenta la bellezza della vita comunitaria e della carità con i malati di lebbra.
Poi viene inviata in Israele e Palestina. Tanta sofferenza, conosciuta anche personalmente, l’hanno preparata allo scandalo della divisione totale di due popoli, alla ingiustizia e alla violenza cieca e continua. Per 14 anni, prima di venire assegnata al noviziato internazionale di Brescia, lavora con i beduini del deserto, emarginati e reietti da tutti, ma profondamente umani e capaci di amare. Riesce a realizzare legami tra medici israeliani e i beduini palestinesi. Poi scopre la tragedia della tratta di esseri umani nel deserto del Sinai, diventando una delle loro ancore di salvezza.
“A poco a poco ho iniziato ad amare il Calvario e portare ai piedi della croce tutte le sofferenze che si presentavano ai miei occhi”.
Sostenuta da una intensa vita comunitaria, Azezet rappresenta una delle luci implorate dal Cardinal Pizzaballa nell’oscurità della Terra Santa. “Non possiamo permettere che l’odio e la violenza siano le uniche parole da dire. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano testimoniare un modo diverso di vivere”.

CAMMINO DI RINASCITA – Commento al Vangelo di domenica 29 marzo

C’è un momento preciso in cui qualcosa cambia nel racconto della Passione: il tradimento di Giuda. Prima di quel momento, Gesù era percepito come forte e autorevole. Da Giuda in poi scatta qualcosa di terribile nell’animo umano: la ferocia verso il debole. Pietro lo rinnega, la folla lo abbandona, Pilato si lava le mani.
I soldati trovano persino il tempo di intrecciare una corona di spine per deriderlo. È lo stesso meccanismo che conosciamo ogni giorno: nell’emarginazione del povero, nel silenzio complice davanti all’ingiustizia, nell’indifferenza verso chi non ha voce.
E dobbiamo chiederci con onestà davanti a quale Gesù crocifisso nei fratelli anche noi stiamo lavando le mani, quale ingiustizia stiamo guardando senza fare, senza rischiare nulla.
Pilato pensava di potersene lavare le mani, – ma anche quella è una scelta, la scelta della vigliaccheria elegante. Come lui, anche noi siamo tentati di preferire una fede senza spigoli, una chiesa degli applausi e dei grandi numeri, lontana dalla condivisione della povertà. Abbiamo paura di avere la sorte dei poveri, la sorte di Cristo.
Gesù, in tutta la Passione, tace. È un silenzio che non è rassegnazione, ma libertà piena di chi non ha nulla da dimostrare al mondo. Solo una volta grida, e quel grido è la preghiera più umana mai pronunciata: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?“. È la voce di ogni uomo che soffre e che, nonostante tutto, continua a chiamarLo “mio”. Anche nei nostri momenti di buio e di abbandono, siamo chiamati a non chiuderci nel silenzio amaro, ma a gridare ancora la nostra sofferenza a Lui, con quella fiducia abbandonata che è la vera libertà dei figli di Dio.
Ed ecco il paradosso: proprio quando tutto sembra finito, un soldato pagano pronuncia per primo la verità: “Davvero costui era Figlio di Dio!”. La resurrezione non cancella la croce, la attraversa. L’ultima parola è sempre quella di Dio. Ed è una parola di vita.
Mt 26,14- 27,66 (Forma breve)
[…] Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Il Questore di Torino consegna anche al Vescovo di Ivrea l’olio di Capaci in ricordo delle vittime di tutte le stragi mafiose

Nella giornata di oggi, sabato 28 marzo, il Questore di Torino, Massimo Gambino, ha donato al Cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, e anche a Mons. Daniele Salera vescovo di Ivrea l’olio estratto dagli ulivi di Capaci, che sarà utilizzato dalle Diocesi per la benedizione in occasione del Giovedì Santo.
Sulla terra in cui avvenne la tremenda esplosione del 23 maggio e dove l’auto con i tre agenti di scorta fu catapultata, per iniziativa della vedova Tina Montinaro, è stato creato un giardino di alberi di ulivo, ognuno dei quali è dedicato a una vittima innocente della mafia: il Giardino della Memoria “Quarto Savona Quindici” (così dal nome della sigla radio dell’auto di scorta), inaugurato il 23 maggio 2017.
In occasione del periodo pasquale, l’olio del Giardino è stato inviato alle Diocesi italiane per essere consacrato e divenire Crisma Santo, destinato all’amministrazione dei Sacramenti, in un gesto di alto valore simbolico e spirituale.
Anche quest’anno, nel trentaquattresimo anniversario delle stragi mafiose di Capaci e di via D’Amelio, la Questura di Torino rinnova l’impegno condiviso nel segno della legalità, della memoria e della rinascita, affinché il sacrificio delle vittime della mafia continui a vivere nella coscienza collettiva e nelle azioni quotidiane delle istituzioni e dei cittadini.

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