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sabato 30 Maggio 2026

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TORINO E IL PIEMONTE CULLA DELLA STAMPA ITALIANA E CATTOLICA, ANCORA PIENAMENTE DA STUDIARE

Giornale locale e della comunità diocesana

Dal 1847 spazi aperti sul territorio, ai problemi sociali e alla promozione umana

(di Pier Giuseppe Accornero)

Foto: Giacomo Margotti (Sanremo, 1823 – Torino, 1887) è stato un presbitero, giornalista e...

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8xmille - INTERVISTA AL VICEPRESIDENTE CEI MONSIGNOR ERIO CASTELLUCCI

La firma è un gesto sinodale

8xmille alla Chiesa Cattolica: è più di quanto credi

ROMA – L’arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, monsignor Erio Castellucci, è...

EDITORIALE

Non sono solo parole

Immagine generata con IA Le querele avviate dalla sindaca di Genova contro chi l’ha insultata sui...

EDITORIALE – 2 giugno ormai “lontano”

Foto generata con IA
Il 2 giugno 1946 gli italiani ebbero tra le mani una scheda elettorale con un titolo sintetico –“Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” –, due simboli e due parole: Repubblica e Monarchia. Un voto libero e a suffragio universale; era stato esteso alle donne e sancita anche l’eleggibilità femminile. La Repubblica ottenne oltre 12 milioni di voti, la Monarchia superò i 10 milioni. In Piemonte votarono 2milioni180mila454 cittadini, pari al 90,12%; 1milione244mila373 voti per la Repubblica, 936mila081 la Monarchia: il 57,1% contro il 42,9%.
Gianni Oliva con il libro “1946: Il 2 giugno in Piemonte” analizza il voto nella nostra regione, rilevando come le diverse zone del territorio si espressero per una forma istituzionale o l’altra, tenuto conto dell’antico radicamento monarchico del Piemonte, nel quale però era altrettanto, se non più rilevante, soprattutto nei centri urbani, la presenza dei partiti e movimenti di sinistra. Oggi cosa rappresenta quella data? Una parata, una bandiera al balcone, un giorno festivo infrasettimanale? La Festa della Repubblica nasce da qualcosa che fatichiamo ad immaginare: la fame di partecipazione di un Paese uscito dalla guerra, dalle macerie, dalla dittatura.
Nel 1946 gli italiani non votarono soltanto per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Andarono a decidere chi volevano essere. Un voto come un dovere e come una conquista. Non c’erano i social e campagne permanenti; c’era la consapevolezza che la democrazia fosse qualcosa di fragile e prezioso. Forse è questo il sapore che il 2 giugno ha perduto negli anni e ora appare lontano: il senso della scelta collettiva. Oggi la politica ci appare distante, inutile talvolta, il voto un gesto marginale, incapace di cambiare le cose. Nel 1946 gli italiani erano convinti del contrario. E avevano ragione.
La Repubblica non nacque da un’idea astratta di patria, ma dalla volontà concreta di costruire un Paese diverso dopo il disastro del fascismo e della guerra. Il 2 giugno non dovrebbe vivere solo di memoria, ma piuttosto di responsabilità. Ai più giovani, soprattutto, questa data dovrebbe raccontare che i diritti non sono mai scontati e che la democrazia non vive da sola: ha bisogno di partecipazione, di fiducia, di passione. Altrimenti resta una festa sul calendario, e sarebbe un impoverimento solenne.

Dio ha amato il mondo… tanto! – Commento al Vangelo di domenica 31 maggio

“Dio ha tanto amato il mondo”.
Lo ha amato “tanto”. Non un poco, non quanto basta, non con misura. “Tanto”. Con quella “dismisura” che solo un Padre conosce.
Nicodemo va da Gesù di notte, quasi di nascosto, come chi ha una domanda troppo grande per formularla alla luce del sole. E Gesù, invece di rimproverarlo, gli apre il cuore di Dio. Gli consegna, in poche parole, il segreto dell’universo: non siamo qui per caso, non siamo qui “nonostante” Dio, siamo qui “perché” Dio ci ama.
E noi, ci siamo mai davvero fermati a sentire il peso di questa parola? Non a capirla con la testa, ma a lasciarla scendere dentro, fino in fondo?
Pensiamo a cosa significa donare un figlio. I genitori danno la loro vita per i figli senza troppa esitazione. Ma non li consegnano al dolore, al rifiuto, alla morte. Eppure il Padre lo ha fatto. Lo ha fatto liberamente, consapevolmente, per amore nostro. Per amore di ciascuno di noi.
E il Figlio? Gesù non viene come un giudice severo che tiene il registro dei nostri errori. Viene con una sola missione, scritta nel cuore della Trinità: “salvare”. Non condannare. Salvare.
Quanto spesso invece costruiamo dentro di noi un’immagine di Dio che punta il dito, che tiene il conto, che aspetta il momento giusto per punirci? Da dove viene questa paura? Non certo dal Vangelo.
C’è qualcosa che il testo non ci nasconde: c’è anche la possibilità del rifiuto. “Chi non crede è già stato condannato”. Parole dure, apparentemente. Ma guardiamole bene: non è Dio che condanna. È il rifiuto stesso dell’amore a diventare condanna. Come chi chiude le imposte in pieno giorno e poi si lamenta del buio.
Quali sono le porte chiuse dentro di noi che forse è tempo di riaprire?
L’amore di Dio non è un’imposizione. È un’offerta. La Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, non ci forza ad amarla. Ci “invita”. E nell’invito c’è il rispetto più grande che si possa ricevere: quello di essere trattati come persone libere, capaci di scegliere. Ogni mattina, quando apriamo gli occhi, si ripresenta quella scelta silenziosa: ci apriamo o ci chiudiamo? Accogliamo o rifiutiamo? Non è una scelta che si fa una volta per sempre, è una scelta che si rinnova ogni giorno, in ogni piccolo gesto, in ogni momento di fiducia o di paura.
Egli non viene per condannarci. Viene per salvarci. E questa salvezza ha già un nome, ha già un volto, quello di Cristo.
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Una presa di corrente contro l’esclusione: la vita dei “senza dimora” passa anche dallo smartphone

Immagine generata con IA
A marzo sono stati pubblicati i primi risultati sulla rilevazione delle persone senza fissa dimora residenti nei 14 Comuni Centro di Area Metropolitana promossa dall’Istat ed in collaborazione con la Federazione italiana organismi per le persone senza fissa dimora.
I dati fanno riferimento al numero delle persone che, nella notte del 26 gennaio 2026, vivevano in strada, in sistemazioni di fortuna o erano ospiti delle strutture di accoglienza notturna. Nella città di Torino sono state censite mille036 persone senza fissa dimora, di cui 372 in strada e nei 14 Comuni ne risultano 10mila037 con età superiore ai 18 anni; i giovani (tra i 18 e i 30 anni) rappresentano il 15,3% (851 persone) degli ospiti delle strutture, quelli tra i 31 ai 60 anni il 61,3% (3mila413), mentre gli ultrasessantenni il 23,4% (mille299). Tra i conteggiati in strada, la quota di chi ha oltre 60 anni è significativamente più bassa, pari al 10,6% dei casi con età rilevata, a vantaggio di una maggiore concentrazione nella fascia d’età compresa tra i 31 e i 60 anni (73,2%).
Le persone senza fissa dimora sono in un grave stato di povertà materiale ed immateriale, portatori di un disagio complesso, dinamico e multiforme, che non si esaurisce ai soli bisogni primari ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, specie sotto il profilo relazionale, emotivo ed affettivo. Nella complessa lettura che le persona senza fissa dimora ci impone, emerge una riflessione dell’AGD – Agenzia Giornali Diocesani – in cui si evidenzia come lo smartphone sia un vero e proprio strumento di sopravvivenza ed anche un ultimo baluardo per salvaguardare la propria dignità.
La fragilità delle relazioni sociali di chi vive in strada sono appese a quei numeri, a quella rubrica telefonica nello smartphone, alla connessione con il mondo degli aiuti, dei servizi di assistenza ma anche alla pubblica sicurezza. Il progetto Helpinet attraverso una piattaforma facilita le connessioni tra le persone senza fissa dimora e i servizi disponibili, ma va garantita la possibilità di connessioni stabili, stazioni di ricarica e interlocutori competenti per favorire l’accesso ai servizi digitali delle Amministrazioni e la semplificazione delle procedure di accesso ai servizi in cui è ormai necessario lo smartphone.
Potrebbe che ogni piccolo esercizio commerciale, ogni cittadino si metta a disposizione per far ricaricare il telefono, concedere un po’ di connessione, rigenerare lo smartphone dismesso… Perché anche in questi casi una telefonata… può allungare una vita.

CANAVESE – Al cinema nel weekend

Cuorgnè, Cinema Margherita
29 maggio e 3 giugno
KILL BILL-THE WHOLE BLOODY AFFAIR
Orario: venerdì 19.15; mercoledì 18.30
Domenica 31 maggio
MICHAEL
Orario: 16
Da 30 maggio al 2 giugno
BACKROOMS
Orario: 21.15; lunedì 18.30
STAR WARS: THE MANDALORIAN & GROGU
Orario: 18.30; lunedì 21.15; martedì 17.30
Ivrea, Cinema Politeama
Dal 29 maggio al 2 giugno
AMARGA NAVIDAD
Orario: feriali 21; festivi 18.30-21
30 e 31 maggio e 2 giugno
IL REGNO DI KENSUKE
Orario: sabato 19; festivi 16.30
Martedì 2 giugno
C’È ANCORA DOMANI
Orario: 11
Ivrea, Cinema Splendor Boaro
Dal 28 maggio al 2 giugno
INNAMORARSI E ALTRE PESSIME IDEE
Orario: giovedì 21; feriali 21.15; sabato 19.30; domenica 19.15; martedì 19
Dal 30 maggio al 2 giugno
THE MANDALORIAN & GROGU
Orario: sabato 16.45-21.30; domenica 16.30; lunedì 18.30; martedì 16.15-21
Domenica 31 maggio
OPERAZIONE VENDETTA
Orario: 21.30
Valperga, Cinema Ambra
Dal 28 maggio al 2 giugno
THE MANDALORIAN & GROGU
Orario: giovedì 21; venerdì e lunedì 21.30; sabato e martedì 16.15-21.30; domenica 16-18.45
OBSESSION
Orario: giovedì 21; feriali 21.30; festivi 19.15
Dal 29 maggio al 2 giugno
IL DIAVOLO VESTE PRADA 2
Orario: 19; domenica 21.30
INNAMORARSI E ALTRE PESSIME IDEE
Orario: venerdì e lunedì 19.30; sabato 17-19.15; festivi 17-21.30
Giovedì 4 giugno
K2-LA GRANDE CONTROVERSIA
Orario: 21
Dal 4 al 6 aprile
CENA DI CLASSE
Orario: sabato 19; festivi 15

Il Mandalorian e Grogu (di Graziella Cortese)

L’impero colpisce ancora. Ed è davvero così: la saga di Star Wars continua a mietere lungometraggi che attirano vecchio e nuovo pubblico. In realtà non ci sono vere e proprie classifiche tra le nuove generazioni, ma in genere i personaggi della saga sono apprezzati, anche se forse in modo diverso.
L’epoca è incerta, pressappoco sono trascorsi cinque anni (solari) dagli avvenimenti narrati ne “Il ritorno dello Jedi”, ma è complicato mettere mano ad anni pensati “umanamente” ed epoche stellari.
Ormai l’impero malvagio è caduto e le forze del male sono ferme: ma qualcosa ribolle nello spazio più profondo. I signori che si sono affrontati nella guerra recente sono ancora vivi e sono sparsi per la galassia, la Nuova Repubblica sta per nascere e decide di arruolare l’eroe del passato, il leggendario cacciatore di taglie Din Djiarin insieme al suo fido apprendista, il piccolo Grogu: dovranno proteggere il nuovo impero e verranno loro affidate importanti missioni.
Grogu appartiene alla stessa specie dell’anziano Yoda e per questo tutti hanno rispetto di lui: non si sa bene quanti anni abbia, forse 50, ed è come un bambino (galattico ed intelligente, certo!), però conosce l’uso della forza. Ma chi è o cos’è alla fine un mandaloriano? È un essere, all’interno dell’universo di Guerre Stellari, membro del leggendario gruppo etnico e religioso (e anche culturale) del pianeta dei Mandalore, gruppo di guerrieri nomadi con un codice d’onore molto severo.
Una riflessione sul successo di Guerre Stellari, che non accenna a scemare, ci fa pensare a come sia sempre attuale l’idea della lotta del Bene contro il Male (il lato oscuro della Forza) e a come, per fortuna, abbiamo sempre tanti eroi da cui trarre ispirazione: ad esempio il piccolo Grogu (ma eravamo partiti da Luke Skywalker…).
Il Mandalorian e Grogu
di Jon Favreau
paese: Usa 2026
genere: fantascienza
interpreti: Pedro Pascal, Sigourney Weaver, Jeremy Allen White, Johnny Coyne, Dave Filoni
durata: 2 ore e 12 minuti
giudizio Cei: consigliabile, semplice

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