Tenuta Roletto
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domenica 12 Aprile 2026

Reale mutua
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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

L’ultima missione

In questi giorni possiamo osservare le vicissitudini della missione spaziale Artemis (da Artemide,...

CAPPELLANO MILITARE, DOPO L’8 SETTEMBRE SI RIFIUTÒ DI SCHIERARSI CON I TEDESCHI E I REPUBBLICHINI

Don Tapparo, diari di guerra e prigionia

Saranno presentati giovedì 9 aprile a Ivrea, a cura della Giovane Montagna

Foto: Il tenente cappellano don Ernesto Tapparo, ritratto a Srebreno, in terra dalmata, ai confini...

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La Chivasso-Aosta del Genio Ferrovieri (di Severino Morgando)

Foto: Il Genio Ferrovieri, foto tratta da fsnews.it.
Come sanno tutti gli eporediesi, e non solo, sono in pieno svolgimento i lavori di elettrificazione della tratta ferroviaria Ivrea-Aosta.
La linea Chivasso – Aosta, come noto, venne realizzata a partire dalla metà dell’Ottocento: nel 1858 fu completato il primo tratto da Chivasso (sulla linea Torino – Milano) a Caluso (22 maggio 1858) seguito a distanza di poco tempo dal tratto Caluso – Ivrea (5 novembre 1858). Il tratto da Ivrea ad Aosta era da molto tempo agognato, come si può desumere da un piccolo volume, Aperçu sur l’utilité d’établir un chemin de fer d’Aoste à Ivrée, pubblicato nell’estate del 1855 ad Aosta. Fu solamente nel 1865, con la legge nº 2279, che la sua costruzione e successiva gestione fu affidata alla Società Ferrovia-ria Alta Italia, da poco fondata. Bisognerà però aspettare il 5 luglio 1886 per vedere il primo treno proveniente da Ivrea giungere nel capoluogo valdostano.
L’intera linea, da Chivasso ad Aosta, come tutte le altre fino ad allora affidate a società convenzionate con lo Stato, nel 1905 passò sotto la gestione delle Ferrovie dello Stato a seguito della nazionalizzazione della rete ferroviaria (e questa fu quasi certamente una decisione che contribuì a determinare la caduta del Governo Giolitti, il 12 marzo di quello stesso anno). Nel 1915 la linea passò al Genio Ferrovieri che ne curò la gestione fino al 2000. Tale passaggio di gestione è probabilmente da mettere in relazione alla realizzazione ad Aosta, alla vigilia della I Guerra mondiale, da parte della Società Ansaldo, su sollecitazione delle Autorità Militari, di uno stabilimento chiamato a realizzare una produzione strettamente connessa alle esigenze belliche. Nel 1975, per ricordare il 60° anniversario di tale avvenimento, il Risveglio popolare pubblicò due articoli (23 e 30 marzo) che illustravano nei dettagli la storia del Genio Ferrovieri, “…sorta come semplice Compa-gnia, CEL (Compagnia Esercizio Linee), nel 1855, durante la guerra di Crimea, quando per la prima volta un’unità del Genio venne impiegata in lavori di armamento ferroviario. (…) Ma fu nel 1873 che vennero formate le prime due Compagnie ferrovieri alle quali fu affidato l’esercizio della linea ferroviaria Torino – Torre Pellice – Barge…” .
Nel 1885 le due Compagnie vennero trasformate in una Brigata ferrovieri autonoma e, nel 1910, la Brigata venne trasformata in Reggimento comprendente due Battaglioni ferrovieri ed una Compagnia esercizio linee, alla quale, appunto nel 1915, fu affidata la linea ferroviaria Torino – Chivasso – Ivrea – Aosta.
Il 1° luglio 1965 venne creato il Battaglione Genio Ferrovieri, con sede a Chivasso, ma sempre dipendente dal Reggimento Genio di Castelmaggiore (Bologna). L’8 novembre dello stesso anno, il Comando di detto Battaglione venne trasferito a Torino presso la Caserma “Cavour” in Corso Brunelleschi e diviso in due Compagnie: Compagnia addestramento di stanza a Torino e Compagnia Esercizio di stanza a Chivasso … “Caserma ‘Giordano’ ex Distretto, ed anche la sua forza venne maggiorata: da 450 unità, venne portata a 650 unità. Il Battaglione in parola è formato da giovani militari, volontari e di leva, qualificati, in relazione alle specifiche mansioni ed esigenze di servizio ferroviario, con compiti di capi stazione, sottocapi, assistenti di stazione, capitreno, telegrafisti, macchinisti, aiutomacchinisti. manovratori, frenatori, deviatori, manovali e servizi vari ed ha per motto, molto significativo: “Fervidis Rotis ad Metam” (Con ruote infuocate, alla meta) …”.
I militari destinati alla gestione della linea ferroviaria Chivasso – Aosta provenivano da un concorso che il Ministero della Difesa promuoveva annualmente a livello nazionale. I giovani ritenuti idonei venivano poi chiamati a Torino, in sede di Battaglione e, dopo una ulteriore selezione, secondo i requisiti, le attitudini e le richieste personali, venivano ripartiti in due grandi categorie: movimento e trazione. Attraverso poi i corsi interni, tenuti da Ufficiali e Sottufficiali del Genio e Funzionari ingegneri delle Ferrovie dello Stato, i giovani venivano ulteriormente formati e successivamente inviati in linea a seconda delle loro mansioni.
Come ci ricorda ancora il Risveglio popolare del 30 marzo 1975 “… A tutti è possibile constatare come questi giovani militari, dai 17 ai 20-22 anni, lavorino ai loro rispettivi posti di responsabilità, con compitezza, abilità, senso civico-militare del dovere. I meritevoli poi vengono promossi caporali, cap. Magg. Quelli forniti di documenti di studio convenienti (licenza media, inf. o sup., diplomi, ecc.) ed hanno dimostrato buona volontà e buona condotta possono essere promossi sergenti: nel qual caso oltre alle trasferte ferroviarie vengono pure retribuiti militarmente; così i capitreno, macchinisti ed aiutomacchinisti…”.
Generalmente, dopo alcuni anni di servizio (di norma da 3 a 4), a richiesta, venivano assunti dalle ferrovie dello Stato, dove mantenevano esattamente le stesse mansioni. Da rilevare, quindi, che tale organizzazione svolgeva anche un notevole ruolo sociale, contribuendo ad inserire annualmente nel mondo del lavoro circa 250 giovani.
Non va dimenticato, inoltre, come ancora ci ricorda il Risveglio popolare del 23 marzo 1975, che “…È bene rilevare che questi giovani militari ferrovieri, vengono richiesti, in seguito alla loro non comune preparazione, anche come sussidio in altre stazioni ferroviarie importanti d’Italia e consta, con piacere, che ovunque vanno disimpegnano il loro servizio con lodevole risultato…”. Come già anticipato l’anno 2000 fu quello della svolta per la tratta ferroviaria Chivasso – Aosta.
Il Risveglio popolare del 14 gennaio 2000 ne dà notizia “… Tra le grandi novità, una conseguente all’altra, l’entrata in funzione del sistema di sicurezza CTC (Controllo Traffico Centralizzato) e l’allontanamento dei militari del Genio Ferrovieri…”.
Come noto il CTC è un sistema di sicurezza telecomandato che impedisce ad un treno di avviarsi su un binario già occupato: tale delicatissimo controllo era demandato, fino ad allora, agli uomini del Genio Ferrovieri e quindi si comprende come il loro utilizzo sulla tratta, anche a fronte di costi di gestione ormai insostenibili, avesse necessariamente i giorni contati.
Già ad inizio 2000 vennero abbandonate le stazioni di Montalto, Tavagnasco e Quincinetto mentre, dopo numerosi rinvii (come nella migliore tradizione italiana) il 31 dicembre 2000 giunse a scadenza la convenzione tra i Ministeri dei Trasporti e della Difesa. La progressiva sostituzione del personale militare con quello civile si protrasse per gran parte dell’anno successivo e la stazione di Ivrea venne abbandonata dagli uomini del Genio Ferrovieri il 27 settembre 2001.
L’articolo del Risveglio popolare del 14 gennaio 2000.

A Dio, amico carissimo (di Filippo Ciantia)

Roberto Arditti non cercava il centro della scena. Eppure era spesso lì, ospite nei TG e nei talk show, con uno sguardo lucido e una capacità rara di leggere le situazioni senza cedere alla semplificazione o alla sterile polemica. In un tempo di toni accesi, Roberto manteneva uno stile espositivo pacato e analitico, mai urlato.
Per me è stato un saggio collega negli anni di Expo Milano 2015. Contribuì a tenere insieme realtà e narrazione in un contesto inizialmente segnato da polemiche e scetticismo. Ripeteva che “la partita non si gioca solo dentro Expo”, sottolineando come un evento internazionale di tale portata doveva attivare energie più ampie nel Paese. Expo doveva dimostrare che l’Italia sa funzionare quando è chiamata a farlo. Non un ottimismo ingenuo, ma una fiducia esigente.
Un episodio racconta bene la sua libertà di giudizio: la visita al Meeting di Rimini del 2009. Ci arrivò, per la prima volta in carriera, scettico, ma ne uscì colpito. Alle 11 di sera uscendo dai padiglioni fieristici si accorse di una ragazza, seduta da sola su una piccola seggiola di plastica. Scrisse: “Mi saluta sorridendo e mi accompagna alla macchina. È addetta (volontaria, ndr) al parcheggio, capirai che privilegio! Sta lì, con la sua maglietta del Meeting, contenta di quello che fa”.
Da quei giorni una conclusione netta: quella realtà era “un nemico della solitudine di tanti giovani”. Laico com’era e fu fino all’ultimo, sapeva riconoscere i fatti: quella era una realtà cristiana viva, capace di rispondere a un bisogno profondo, quello della solitudine.
I giovani non cercavano né cercano soltanto divertimento o occasioni superficiali. Cercano senso, appartenenza, relazioni che tengano nel tempo. E quando incontrano un’esperienza concreta, fatta di gratuità, di lavoro condiviso, di comunità reale, sono capaci di riconoscerla per ciò che è, senza ridurla a schema ideologico.
Arditti stava nei sistemi, ma senza diventarne prigioniero. Aveva una voce controllata, uno stile asciutto, una chiarezza che rifuggiva l’enfasi. La sua eredità è nel metodo: guardare la realtà, riconoscere ciò che vale, e dirlo con misura. Senza rumore, ma, soprattutto, senza timore.
Te ne sei andato troppo presto. A Dio, Roberto!

La gioia vera nasce dall’incontro col Risorto – Commento al Vangelo di domenica 12 aprile

Immaginiamo quella sera. Le porte sono sprangate. Il buio è doppio: fuori, la notte di Gerusalemme; dentro, la notte della paura.
I discepoli si nascondono, come noi tante volte ci nascondiamo dalle nostre ferite, dai nostri fallimenti, da uno sguardo che temiamo possa giudicarci.
Ed ecco: Gesù passa attraverso le porte chiuse. Non sfonda, non rimprovera, non presenta il conto. Entra e dice: “Pace a voi!”. Non è un saluto qualunque. È un dono. È Lui stesso che si consegna. Quella pace che cerchiamo affannosamente – nel successo, nell’approvazione altrui, nel controllo della nostra vita – non la troveremo che in Lui.
E per noi, nel nostro quotidiano, quali sono le porte chiuse, quali paure ci tengono rinchiusi in noi stessi, lontano dagli altri e da Dio?
Gesù mostra le mani e il fianco: i segni delle piaghe, i segni dell’amore fino in fondo. Non li nasconde, come se fosse imbarazzante ricordare la passione. Al contrario: proprio lì sta la sua identità. Ci apparteniamo, siamo impressi sui suoi palmi. E i discepoli “gioirono”. Non si parla di sollievo, non si parla di stupore: si parla di gioia. La gioia vera nasce sempre dall’incontro con il Risorto.
Poi viene Tommaso. Povero Tommaso; quante volte lo abbiamo condannato troppo in fretta! Ma in fondo, chi di noi non ha mai attraversato una stagione in cui la fede era appesa a un filo, in cui si chiedeva: dov’è Dio in tutto questo?
Tommaso non vuole credere per sentito dire. Vuole toccare. E Gesù, con una tenerezza commovente, otto giorni dopo torna. Torna per uno solo. Tende le sue piaghe e dice: “Metti qui il tuo dito”.
E lì, in quel contatto con le piaghe, scatta la confessione più bella del Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. Non basta capire con la testa. La fede nasce da un incontro, da una presenza che si lascia toccare. Anche oggi, Gesù si lascia toccare nel fratello povero, nel malato, nell’Eucaristia, e soprattutto nel sacramento della Riconciliazione, dove non è il sacerdote ma Cristo stesso che ci abbraccia e ci guarisce.
E noi, come Tommaso, quando ci siamo lasciati abbracciare dalla misericordia di Dio l’ultima volta? C’è qualcosa che ci impedisce di tornare a Lui con fiducia?
Dio non si stanca di perdonarci. Siamo noi a stancarci di chiedergli perdono. Non stanchiamoci. Le porte chiuse della nostra paura non fermano il Risorto.
Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Ancora a proposito del raggiungimento della intenzionalità e responsabilità nei giovani (di Cristina Terribili)

A fronte dei tanti punti interrogativi nell’articolo della settimana scorsa sull’intenzionalità dei giovani, appare utile, attraverso lo studio delle neuroscienze, comprendere come si sviluppa il cervello e verso quali stimoli si orienta, per prendere decisioni che successivamente diventano azioni e comportamento.
Nell’adolescenza il cervello di un individuo subisce importanti trasformazioni ed è sicuramente ancora in una fase di sviluppo che si completerà intorno ai 25 anni, con il consolidamento della corteccia prefrontale, zona in cui risiedono le funzioni cognitive superiori che consentono la piena attivazione di abilità di pianificazione, di autoregolazione emotiva etc.
Nell’adolescenza dobbiamo però tener conto che il cervello è estremamente sensibile a quel sistema che gestisce la “ricompensa”, cioè che ricerca una gratificazione dai rinforzi positivi che possono esser materiali o sociali. I giovani, inoltre, raggiungono una gratificazione maggiore se ricevono l’approvazione attraverso il consenso del gruppo dei pari, dei coetanei.
Il gruppo, infatti, è talmente importante che la ricerca di connessione emotiva con gli altri potrebbe indurre i soggetti maggiormente isolati o fragili socialmente a mettere in atto comportamenti anche pericolosi, ma tali da ricevere approvazione. Se la ricerca di approvazione può generare comportamenti discutibili può, di contro, essere il volano di comportamenti altruistici e prosociali, ancora una volta se condivisi con il gruppo di coetanei.
Occorre comprendere come solo attraverso l’incoraggiamento, l’approvazione, il coinvolgimento in attività positive e offrendo opportunità in cui il giovane può sviluppare responsabilità sempre maggiori, sia possibile modificare un destino, orientare un percorso di sviluppo, creare un futuro gruppo di adulti socialmente ed emotivamente competenti.
Di contro, l’esposizione a modelli e contenuti non adeguati, la mancanza di dialogo come ponte per poter analizzare le proprie ed altrui emozioni, sono elementi che vanno ad incidere su quello sviluppo cerebrale che nel giovane si va completando.
Forse l’età dell’innocenza dovrebbe terminare con l’età della consapevolezza, con la capacità di sviluppare ipotesi, comprendere le conseguenze di un’azione, collegare situazioni allo stato emotivo provato da chi è direttamente coinvolto dai comportamenti messi in atto e quali sono i pensieri che a queste emozioni si associano. Lasciando dunque ai giuristi la possibilità di valutare quando si perde o si acquista la capacità di intendere e di volere, come comunità educante dobbiamo far tesoro di alcune conoscenze per affiancare i giovani verso un cammino di crescita verso l’autodeterminazione e la responsabilità.

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