Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

giovedì 3 Settembre 2026

Reale mutua
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NATA A TREVIGLIO, A 4 ANNI APPRODO’ AD IVREA CHE AMO’ MOLTO E DOVE SONO ESPOSTE ALCUNE SUE OPERE

Ricordando Avia, “nota artista eporediese”

Una lunga e intensa vita, dedicata alla missione di “dispensare bellezza” (di Doriano Felletti)

Foto: Liliana Avizzano Cicala, in arte Avia “Liliana Avizzano può dirsi una autentica eporediese...

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

SUA LA FLORA PEDEMONTANA DEL 1785 ANCORA OGGI APPREZZATA OPERA SCIENTIFICA

Carlo Ludovico Allioni, rivoluzionario della botanica

Ribattezzato il “Linneo del Piemonte” scrisse anche della pellagra che dilagava in Canavese

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)...

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Il futuro Re Umberto II ad Ivrea per l’inaugurazione dell’opera realizzata da Pietro Canonica per ricordare i morti della Grande Guerra

100 anni fa il monumento ai caduti

L’orazione di Salvator Gotta piegò la storia della città al culto neoimperiale del regime

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Domenica 18 luglio 1926, la folla assiepata intorno al monumento ai caduti della Grande...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Minions & Monsters

“Il mio piano è così segreto che non so nemmeno io cosa sto per fare”: così parla Gru dal film...

Ufficiali le nomine per alcune parrocchie

Clicca sull’immagine per visualizzare la pagina e trovare l’intervento integrale del Vescovo sulle nuove nomine e i cambiamenti nelle parrocchie.
Il Risveglio popolare del 2 luglio 2026

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

La legge elettorale vacilla, la politica cerca una via d’uscita, ma la vera crisi è quella dei due Poli

Ad un anno dal voto la nuova legge elettorale è nel caos, davanti alle Camere. Il Governo – sondaggi alla mano – ha constatato che la secessione del gen. Vannacci (valutato al 7%) porta il destra-centro sotto la soglia del 42%, impedendo di conquistare il premio di maggioranza; come estremo rimedio il sen. Pera, di Fratelli d’Italia, ha presentato a titolo personale la proposta di ballottaggio tra due coalizioni che raggiungano il 38% in prima battuta; ma la maggioranza è divisa: contrari Lega e Moderati, perplessi i berlusconiani, mentre lo stesso Presidente del Senato, La Russa, vede margini stretti per un nuovo voto delle Camere sulla riforma.
Due le obiezioni essenziali: il ballottaggio, riguardando entrambe le Camere, potrebbe avere un risultato ‘nullo’, con Camera e Senato con maggioranze diverse; in ogni caso, con un’affluenza al voto valutata al 50%, il ballottaggio darebbe tutti i poteri ad una formazione eletta dal 20% degli italiani. È una crescita democratica o è un avvicinarsi al modello Trump?
Con l’attuale legge, secondo le previsioni di molti sondaggisti e degli ex ministri Delrio e Patuanelli (lo scrive il Corriere della Sera), avremmo il pareggio ed il ritorno ‘de facto’ al sistema proporzionale della Prima Repubblica, dopo trent’anni di bipolarismo avviato dalla sfida Occhetto-Berlusconi.
E qui torna il primato della politica perché la legge non può supplire alla crisi evidente dei due Poli.
Nel destra-centro i due partiti minori, Lega e Forza Italia, sono ai minimi storici del consenso: Salvini apertamente contestato dalla Lega del Nord, che ripropone la linea Bossi e rigetta la rincorsa alle tematiche di Vannacci, anti-europeo, filo-russo, nostalgico del passato.
Tra gli “azzurri” l’ala berlusconiana critica Tajani per l’eccessiva accondiscendenza verso la Meloni, chiede un maggior impegno sul liberalismo europeo e la presenza di Forza Italia sul territorio senza “cacicchi”.
Fratelli d’Italia, che resta il primo partito (valutato attorno al 26-27%), deve precisare la sua linea politica dopo la rottura con Trump: europeo o nazionalista, schierato con Marine Le Pen o Ursula von der Leyen? Le scelte sull’immigrazione sono nel segno del “sovranismo”, non della solidarietà.
Sull’altro fronte il “campo largo” avrebbe sulla carta la possibilità di superare la fatidica soglia del 42%, ma ci sono due nodi insoluti: l’accordo con i “Centristi”, e le “primarie” per la scelta del candidato a Palazzo Chigi.
Il leader pentastellato Conte è in piena campagna elettorale per le “primarie”, con critiche palesi alla “rivale” Schlein: ha detto “no” alla patrimoniale sulle grandi ricchezze, ha contestato la scelta pro-Kiev del PD con una linea “neutralista”, ha attaccato la cultura Woke per differenziarsi dal libertarismo etico della leader dem…
Questo scontro ha preoccupato molti esponenti dem, che vedono le “primarie” come un rischio grave. Secondo l’ex ministro Speranza sarebbe “un regalo alla Meloni”, perché gli elettori dello sconfitto alle “primarie” in parte rinuncerebbero al voto decisivo. Stessa valutazione per un eventuale “terzo nome” (la sindaca di Genova Salis, il prefetto Gabrielli, il sindaco di Napoli Manfredi…).
Resta poi da sciogliere il nodo del programma, e cominciare dalla politica estera e dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. L’opinione pubblica si attende da entrambi i poli un “disegno di società” che vada oltre le scaramucce quotidiane e che collochi al primo posto l’impegno per la pace.
Un’ultima osservazione riguarda il ruolo del Quirinale, arbitro imparziale e solerte, in questo decennio, della vita delle istituzioni repubblicane: dal caso Roggero alla prematura candidatura della Meloni al Colle c’è una tendenza ad “oscurare” Sergio Mattarella, in contrasto con la crescente adesione popolare. Si teme il “pareggio elettorale” perché la crisi tornerebbe nelle mani del Capo dello Stato, una personalità che propone la politica come servizio al “bene comune”.

EDITORIALE – Quel che resta

Tre settimane nelle quali il giornale non è entrato nelle vostre case; ma il territorio non si è fermato. Anzi. L’estate, nei nostri paesi e comunità, è stata ricca di appuntamenti, incontri, feste, viaggi, pellegrinaggi, esperienze da raccontare. E così ci troviamo davanti a una quantità importante di fatti: un viaggio missionario in Brasile, un pellegrinaggio a Lourdes e uno da farsi a Oropa, i saluti a un parroco che lascia una comunità per iniziare il suo servizio altrove, le feste estive laiche e religiose nei nostri paesi alpestri. Ma è sufficiente raccontare ciò che è successo?
La domanda non è secondaria. La cronaca ha certamente un valore: restituisce al lettore ciò che si è perso, ricostruisce una successione di fatti, permette di conoscere. Ma se ci fermassimo al semplice resoconto rischieremmo di trasformare il giornale in un dimenticatoio. Nostro compito è altro: far capire che cosa quei fatti hanno significato per le persone che li hanno vissuti, per farli diventare anche nostri.
Un pellegrinaggio a Lourdes non è solo la cronaca di un viaggio; è ciò che ha lasciato nelle persone, le domande che ha suscitato, la fede che ha rinvigorito, gli incontri che ha reso possibili. Una missione in Brasile non è solo il racconto di un gruppo di persone partito e poi tornato: è un’esperienza che può aver cambiato tante cose. Il saluto a un parroco non è solo una cerimonia con qualche fotografia e parole di circostanza: è il racconto di una relazione, di una comunità che cambia.
E persino una festa in un piccolo paese di montagna può essere molto più di un appuntamento estivo da registrare sul giornale: può raccontare una comunità che resiste, persone che tornano, tradizioni che si rinnovano, relazioni che si ricostruiscono. La nostra strada non è quella di limitarci a raccontare i fatti, ma raccontare come quei fatti sono stati vissuti.
La strada del lettore è invece quella di voler fare esperienza di un patrimonio di comunità che non si esaurisce nel momento in cui la si legge. Non rinunciamo alla cronaca, ma il valore di un fatto non sta solo nel fatto stesso, ma nel perché ciò che è successo conta, e ha senso. Per tutti.

Edizione 3 Settembre 2026

ANNO CVI – N° 32
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