Tenuta Roletto
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domenica 20 Settembre 2026

Reale mutua
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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Serpenti

Un racconto, un film kafkiano: parole usate più volte e in più sedi per definire la pellicola di...

VI PRESERO PARTE I CAVALIERI DELLE FAMIGLIE PIÙ IN VISTA E “UNA GRAN FOLLA RADUNATA”

Gaspardo di Baldissero, Conte di San Martino

Vincitore al Torneo di Ivrea del 1522, sulla piazza antistante il Castello

(di Andrea Tiloca)

Immagine: Il torneo, dipinto di Pierre Révoil, 1812 Alcuni anni or sono Mario Molinario, grazie...

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EDITORIALE – Stupisciti!

Immagine generata con IA.
Siamo ancora capaci di stupirci? Dallo stupore passa una parte non piccola della nostra capacità di reagire a ciò che accade. La risposta è che, ormai, non ci stupiamo più di nulla. Una frase sconsiderata, un insulto, una decisione incomprensibile, una dichiarazione sopra le righe: tutto sembra poter essere detto e fatto senza che accada granché da parte nostra. Al massimo un po’ di indignazione sui social, qualche titolo, qualche commento. Poi avanti, verso la prossima. Tutto ciò riveste una certa gravità.
Lo stupore è una reazione importante. È quel momento nel quale qualcosa ci interrompe, ci costringe a fermarci e a fare domande; e la domanda, a sua volta, genera una reazione, anche pubblica. Una società capace di stupirsi è anche una società che mette un limite: chi ha responsabilità pubbliche sa di essere osservato e giudicato, sa che non tutto può essere detto, che le parole hanno un loro peso, che una sciocchezza può non essere solamente una sciocchezza privata. Se però tutto diventa normale, quel limite progressivamente scompare. E allora qualsiasi cosa trova libero accesso al discorso pubblico: la provocazione, la cattiveria, la superficialità, la stupidaggine elevata a opinione.
Non solo non ci stupiamo più; abbiamo disimparato a stupirci. Ma che cosa significa stupirsi? E come si fa a stupirsi? Stupirsi è innanzitutto accorgersi, e per accorgersi occorre prestare attenzione; e l’attenzione porta a distinguere, a non considerare normale ciò che normale non è.
Stupirsi significa recuperare la capacità di riconoscere ciò che merita meraviglia, ciò che interpella, ciò che non possiamo semplicemente lasciar passare. Abbiamo bisogno di tornare a stupirci per tornare a essere presenti alla realtà, perché chi non si stupisce più, rischia di non reagire più. E quando tutto ci appare normale, anche l’anormale finisce per diventarlo.
Lo stupore, allora, non è ingenuità. È una forma di vigilanza. E forse, in tempi nei quali troppi gesti vengono compiuti senza prudenza e troppe parole vengono pronunciate senza misura, è anche una piccola forma di responsabilità civile.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Fuliggine e Misericordia: gli Spazzacamini e la Chiesa (di Fabrizio Dassano)

Il 43° Raduno Internazionale dello Spazzacamino si è svolto dal 4 al 7 settembre 2026 a Santa Maria Maggiore, in Valle Vigezzo (Verbano-Cusio-Ossola) per ricordare questo duro lavoro.
Nell’immaginario contemporaneo, la figura dello spazzacamino è spesso legata a una visione romantica e fiabesca, distillata dalle narrazioni letterarie o dalle trasposizioni cinematografiche. La realtà storica dell’Ottocento piemontese racconta tuttavia una storia ben diversa: una vicenda fatta di miseria profonda, sfruttamento minorile e migrazioni stagionali drammatiche, in Canavese soprattutto dalla Valle Orco.
In questo scenario di diffusa vulnerabilità sociale, il rapporto tra i piccoli spazzacamini e la Chiesa cattolica si configurò come un legame ambivalente e complesso. Da un lato vi era la fede tradizionale delle vallate alpine, che accompagnava la dolorosa partenza dei bambini con benedizioni e rituali protettivi; dall’altro, l’azione concreta e innovativa della Chiesa urbana torinese – impersonata dai cosiddetti “Santi Sociali” – che cercò di strappare questi minori a una condizione di semi-schiavitù.
La Valle Vigezzo, situata nell’alto Piemonte al confine con la Svizzera, divenne nota nei secoli come la “Valle degli Spazzacamini“. Le condizioni di estrema povertà di queste comunità montane, la cui sussistenza dipendeva da un’agricoltura avara e da un allevamento di pura sopravvivenza, costringevano le famiglie a cedere i propri figli maschi più piccoli – spesso di età compresa tra i sei e i dodici anni – ai “rüsca“, gli spazzacamini adulti che assumevano il ruolo di padroni.
I bambini erano reclutati per via della loro corporatura esile, l’unica che permettesse di infilarsi nelle strette e tortuose canne fumarie delle dimore signorili. Ogni autunno, con la fine dei lavori agricoli, cominciava il viaggio migratorio verso le grandi città della pianura, come Torino e Milano, o verso i paesi del Nord Europa. Di bianco a questi bambini restava solo il candore degli occhi in volti perennemente anneriti dalla fuliggine; respiravano cenere per ore, soffrivano il gelo, la fame e camminavano con scarpe sfondate sui tetti ghiacciati. Prima di intraprendere questo esodo autunnale, la comunità si stringeva attorno al sacro. Il rapporto tra gli spazzacamini vigezzini e la Chiesa locale era profondo e radicato.
A Santa Maria Maggiore, il centro principale della valle, la Chiesa parrocchiale e i piccoli santuari limitrofi, come quello di Santa Maria del Sasso, non erano soltanto centri di culto, ma veri e propri punti di riferimento sociali. Prima della partenza, i parroci celebravano messe propiziatorie e benedicevano i piccoli migranti, affidandoli alla protezione della Madonna e dei santi. Per i piccoli rüsca, il legame con la parrocchia d’origine rappresentava l’unico filo conduttore con la propria identità e la propria casa in un mondo urbano che li percepiva come invisibili o molesti. Inoltre, gli spazzacamini che nel corso dei secoli fecero fortuna all’estero dimostrarono una straordinaria riconoscenza filantropica verso le proprie radici, finanziando la costruzione o il restauro di chiese e campanili nella valle, trasformando il successo economico in un’offerta di fede e prestigio per la comunità natia. La situazione mutava drasticamente quando i bambini raggiungevano Torino, la capitale del Regno di Sardegna in piena espansione demografica e industriale.
Nelle piazze cittadine, come Piazza San Carlo o Porta Palazzo, i piccoli spazzacamini vivevano ai margini della società, esposti alle intemperie, ai soprusi dei padroni e alla malavita. Fu proprio nel cuore del XIX secolo che la Chiesa piemontese espresse una delle sue stagioni più luminose attraverso l’opera dei sacerdoti sociali. Figure come san Giovanni Bosco e san Giuseppe Cafasso compresero che la cura pastorale non poteva limitarsi alla sfera spirituale, ma doveva tradursi in accoglienza e riscatto sociale. Don Bosco iniziò a percorrere sistematicamente le strade di Torino, avvicinando i giovani emarginati.
In Piazza San Carlo, il sacerdote spendeva ore a conversare con i piccoli spazzacamini di sette o otto anni. Ascoltava i loro racconti, i problemi di salute legati alle inalazioni tossiche e li difendeva apertamente dai tentativi di furto o dalle violenze dei lavoratori più grandi. Per questi bambini, il prete divenne un rifugio sicuro. Don Bosco offriva loro cibo, abiti puliti e un luogo in cui sentirsi accolti: l’oratorio. Nelle domeniche invernali, l’oratorio salesiano si riempiva di questi piccoli volti anneriti, ai quali veniva offerta non solo l’istruzione catechistica, ma anche rudimenti di alfabetizzazione e la possibilità di imparare un mestiere dignitoso. Parallelamente, l’ambiente ecclesiale torinese vide la nascita di strutture di assistenza specifiche. Su consiglio di san Giuseppe Cafasso, nacquero iniziative dedicate alla tutela di queste categorie svantaggiate, culminate in seguito nell’istituzione dell’Opera degli spazzacamini, diretta da don Ponte.
Queste istituzioni ecclesiastiche cercavano di regolamentare il lavoro dei ragazzi, ponendo un freno allo sfruttamento selvaggio operato dai padroni e garantendo loro un minimo di assistenza medica e religiosa. La Chiesa dell’Ottocento in Piemonte si propose dunque come un ammortizzatore sociale indispensabile, laddove lo Stato sabaudo mostrava ancora gravi carenze legislative in materia di tutela del lavoro minorile. In conclusione, il rapporto tra gli spazzacamini piemontesi e la Chiesa nel corso dell’Ottocento ha rappresentato un pilastro fondamentale per la sopravvivenza fisica e psicologica di migliaia di fanciulli.
Se nelle valli d’origine la Chiesa parrocchiale costituiva il baricentro della speranza e del legame identitario familiare, nelle realtà urbane della pianura la Chiesa dei Santi Sociali divenne lo scudo contro la disperazione e lo sfruttamento. Un legame storico indissolubile che oggi viene ricordato e celebrato nel Museo dello Spazzacamino di Santa Maria Maggiore, a testimonianza di un’epoca in cui la fuliggine dei camini trovò conforto nella misericordia e nell’azione concreta della fede.
Giovani e giovanissimi spazzacamini con il loro datore di lavoro.Spazzacacamino con i suoi due assistenti (bòcia). Immagine dei primi del ‘900.

Una domanda che chiede risposta (di Filippo Ciantia)

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“Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?”. L’accorata domanda formulata da Dostoevskij oltre un secolo e mezzo fa ci interpella ancora oggi ed esige una risposta sincera.
Nella festa della Natività di Maria ho partecipato, nel monastero di Valserena, alla professione solenne di suor Annina Satta. Questa giovane donna si è consacrata pubblicamente a Dio per tutta la vita, in un legame di appartenenza reciproca con la sua comunità. Ha promesso di vivere i consigli evangelici e la stabilità monastica: rimanere per sempre in quel monastero, radicata in quella terra. Una donna bella, istruita, violinista piena di passioni e desideri grandi, dopo una vita intensa, si è prostrata sul pavimento della chiesa abbandonandosi a Dio.
Il monastero, immerso nelle colline della Val di Cecina in Toscana, è nato dalla straordinaria ricchezza di vocazioni del monastero laziale di Vitorchiano, una comunità trappista che ha avuto così tante vocazioni da dare vita a “monasteri figli” in Italia, in Argentina, in Cile, in Venezuela, in Indonesia, nelle Filippine, in Cechia, in Portogallo, nella Repubblica Democratica del Congo. Valserena a sua volta ha dato vita a due monasteri, in Siria e Angola, e collabora alla rinascita di un altro monastero in Italia.
Anna è figlia di Michele e di Lucia, che recentemente ci ha lasciati. Michele, varesino e studente di agraria a Milano, sentì il desiderio di “lavorare veramente la terra”. Iniziò così a collaborare con un amico toscano del suo saggio papà e si trasferì all’Università di Pisa per completare gli studi, mentre lavorava nell’azienda agricola. Si sposò con Lucia e acquistò, con grandi sacrifici, una vigna. Con ingegno, passione e tenacia, seppe dare vita a vini straordinari. Persino Obama brindò con il suo Costa Giulia alla cena per il 49° compleanno di Michelle!
Michele coltivò la terra toscana e la fece fruttificare. Vi costruì la sua casa e vide crescere la sua grande famiglia. Ora quella terra gli chiede sua figlia Anna, in un amoroso scambio: entrando in monastero, Anna vi mette radici nella preghiera e nel lavoro, per lodare per sempre quel Signore che ha guidato il cammino di tutta la famiglia.
Annina, Michele, la loro famiglia e i loro amici rispondono con la vita alla domanda di Dostoevskij: sì, si può credere in Cristo e affidarsi interamente a Lui.

L’ora che vale una giornata – Commento al Vangelo di domenica 20 settembre

Il Vangelo di questa domenica disturba la nostra logica del merito. Un padrone esce più volte nel giorno per chiamare operai nella sua vigna: all’alba, a mezzogiorno, financo alle cinque di sera. E quando giunge la sera, la sorpresa: chi ha lavorato un’ora riceve quanto chi ha sudato tutto il giorno.
Come non sentirci, almeno un poco, dalla parte di chi mormora? Non è forse naturale chiedersi perché la fatica non venga premiata di più?
Eppure il padrone non commette ingiustizia: dà a ciascuno ciò che aveva promesso. Il problema non è nella sua mano aperta, ma nel nostro cuore stretto, abituato a misurare l’amore con la bilancia del dare-avere. Se Dio ci trattasse secondo i nostri meriti, chi di noi potrebbe reggere lo sguardo davanti a Lui? Non siamo forse tutti, in fondo, ultimi arrivati nella vigna del Signore, chiamati non per merito ma per pura grazia?
La vigna è la vita, è la Chiesa, è il campo dove Dio semina il suo amore senza calcolo. Il padrone esce e cerca chi sta fermo in piazza, disoccupato, escluso: come non commuoversi davanti a un Dio che non si stanca di andare a cercare chi è rimasto indietro? La sua domanda – “perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?” – è tenerezza, non rimprovero. È l’invito che ancora oggi rivolge a ciascuno di noi, qualunque sia l’ora della nostra vita in cui bussiamo alla sua porta.
Il vero peccato dei primi operai non è la fatica sopportata, ma l’invidia che rovina la gioia. Quante volte anche noi, davanti al bene ricevuto da un fratello, invece di gioire ci rattristiamo, come se la grazia fosse una torta da dividere e non una sorgente che non si esaurisce mai? L’invidia è tarlo che rode dal di dentro, capace di oscurare persino la bontà di Dio ai nostri occhi. Chiediamoci con sincerità: sappiamo ancora stupirci e gioire quando la misericordia raggiunge chi pensavamo “arrivato per ultimo”?
Il Signore non ci chiede di fare i conti, ma di lasciarci sorprendere dalla sua bontà gratuita. Accogliamo la sua chiamata a ogni ora, senza invidia, con il cuore semplice e povero di chi sa di aver ricevuto tutto in dono. Così, anche noi, ultimi e primi insieme, potremo entrare nella gioia della vigna del Padre, dove per tutti c’è posto.
Mt 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto.
Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

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