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DOPO UN PERIODO DI SERVIZIO, 250 MILITARI VENIVANO ASSUNTI DALLE FERROVIE DELLO STATO OGNI ANNO

La Chivasso-Aosta del Genio Ferrovieri

Ne curò la gestione dal 1915 fino al 2000, sostituito dalla “nuova” tecnologia

(di Severino Morgando)

Foto: Il Genio Ferrovieri, foto tratta da fsnews.it. Come sanno tutti gli eporediesi, e non solo,...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

L’ultima missione

In questi giorni possiamo osservare le vicissitudini della missione spaziale Artemis (da Artemide,...

Storia semplice. Per ricordare quel 23 aprile 1945 (di Gino Carozzi)

IVREA – Virginio e Carla Carozzi sono stati due grandi amici del Risveglio Popolare: purtroppo entrambi ci hanno ormai lasciato. I figli, nel riordinare le carte di famiglia, hanno trovato questa “Storia semplice” che Virginio, “nonno Gino”, aveva voluto mettere nero su bianco a futura memoria, come ricordo e piccolo insegnamento. E hanno pensato, i figli, che quella “Storia semplice” avrebbero potuto condividerla anche con i nostri lettori…
Al confine sud della Brianza, un tempo detta “Il giardino della Lombardia”, c’è il mio paese. Né bello né brutto, uguale a molti altri, un po’ più di 3 mila abitanti, metà contadini, l’altra metà nelle fabbrichette locali a prevalenza artigianale, e coltivano la terra “a tempo perso”.
A quel tempo di guerra, erano anche generosi i contadini che portavano agli operai i prodotti della terra e della stalla, e si riusciva a vivere. Qualche lite tra contadini era causata da quelle famose pietre di confine tra i campi che si “muovevano” un po’ di qua e un po’ di là ad ogni passar d’aratro. C’erano poi i soliti battibecchi il lunedì mattina, quando nei cortili due file di donne con i propri mastelli stavano una di fronte all’altra a lavare i panni. Le divideva al centro un piccolo fossetto per il drenaggio delle acque sporche incanalate qua e là, a sparire a cielo aperto.
Non c’era la fognatura in quegli anni; c’era però la “Casa del fascio” la sede del partito nazionale fascista, avendo, le due cose, molte caratteristiche in comune. Finiva in quel giugno 1943 l’anno scolastico, ed io, scolaretto di 4ª elementare, ero stato incluso tra i primi tre della classe (al secondo posto) per il premio di fine anno, consistente in un diploma e un libretto di risparmio sul quale era già segnata una certa cifra. Non sapevo di essere tanto bravo, più che altro qualche dote naturale e molto fiato sul collo da parte di mia madre. Venne in classe la direttrice della scuola per consegnare i premi, quando toccò a me disse: “A te diamo il diploma, e il libretto di risparmio lo diamo a Luigi che ha il papà soldato volontario con i fascisti”.
Non successe niente, ma qualcosa mi rodeva dentro, qualcuno aveva gettato un seme; “non sapevo cosa fosse, non conoscevo le parole”. Rimasi amico di Luigi, ma per i fascisti avevo già rifiutato di fare il figlio della lupa (il primo scalino dello squadrismo fascista) e non feci neppure il balilla (secondo scalino).
Venne l’8 settembre 1943 e tutti i soldati italiani che erano acquartierati nelle filande del paese ormai dismesse, fuggirono alla rinfusa, passando prima in molte famiglie a chiedere un abito borghese per potersi rivestire. Ne venne uno anche a casa mia e mia madre gli diede degli abiti di mio padre; s‘incamminava per Salerno, ma in quel tempo laggiù era un inferno. Erano cambiate delle cose, ma certa gente non ancora. Mio padre (artigiano del ferro) che aveva sempre rifiutato la tessera del P.N.F., non ricevette mai commesse di lavoro “speciali” e neppure assegnazioni di ferro e carbone, cose con le quali altri invece si arricchirono.
In seguito il paese fu occupato dai tedeschi che si insediarono nelle scuole, attirando ogni tanto mitragliamenti da parte di aerei nemici.
Il 16 giugno 1944, festa del Sacro Cuore, ero pronto per andare a servire la Messa delle 5,30 e un insolito trambusto sferragliava là per le strade del paese; gruppi di soldati tedeschi e repubblichini entravano nelle case per cercare armi e invece portavano fuori gli uomini allineandoli lungo i muri delle case. Verso le 6 furono condotti sulla piazza del paese.
Io e la mamma andammo con altra gente per vedere cosa succedeva, ma mentre io sgattaiolavo tra le file degli uomini, un soldato tedesco mi afferrò per il bavero strattonandomi un poco, gridando alcune cose.
Pure io risposi gridando: “vado a servire la Messa”… e mi trovai in chiesa solo. Pieno di paura, e qualcosa che rodeva di dentro: “non sapevo cosa fosse, non conoscevo le parole”. Fu la prima volta che vidi una Messa con il prete rivolto verso la gente… che però non c’era, salvo un entrare dentro frettoloso di uomini, a nascondersi sotto i vari altari, fra le pareti interne dell’organo, nel sottotetto della chiesa, tra gli spazi ristretti formati dal raccordo delle volte.
Una giornata terribile, tra pianti, grida e spari. Ne portarono via 96, i più finirono nelle fabbriche della Germania e qualcuno nei campi di concentramento. C’è al centro del paese una chiesetta, Santa Maria, con una Madonna anziana, quella del Venerdì Santo, con una spada infilata nel cuore. Tornarono tutti quegli uomini, finita la guerra. Chi vuole, può collegare le due cose.
Anche per questi fatti “non conoscevo le parole”.
Quell’estate del ’44 non sapevo dell’esistenza in paese del movimento partigiano, che del resto non avrei neppure capito cosa fosse. Mi resi conto molto tempo dopo cos’era quell’incarico che mi avevano affidato di osservare la mattina presto i movimenti di alcune persone e poi riferire.
Andai poi in collegio a Seregno per iniziare le scuole medie e anche lì i tedeschi ed i repubblichini della X MAS avevano requisito una parte del fabbricato e piazzato mitragliatrici in ogni angolo. Verso la metà di aprile del ‘45 installarono sulla finestra del dormitorio, a capo del mio letto, una mitragliatrice, in compagnia della quale dormii per una settimana. Noi ragazzi non sapevamo nulla di quello che sarebbe successo il 25; comunque con la mediazione di un prete del collegio i tedeschi ed i marò si consegnarono ai partigiani e tutto andò bene.
Non al mio paese: la notte tra il 23 e il 24 i tedeschi abbandonavano il paese senza colpo ferire, ma furono ostacolati da un gruppo di partigiani in disaccordo con gli ordini ricevuti dal CLN e con intenzioni disoneste. I tedeschi invertirono i loro mezzi e scaricarono la loro reazione sulle prime case all’ingresso del paese. Due case furono incendiate, di cui una era la mia che stava all’inizio del lato destro. Lascio ad ognuno immaginare i pensieri di mio padre con nove figli piccoli e la casa che bruciava.
Gattonando rasoterra lungo i muri delle case, cercò di andare verso un telefono di amici per chiamare i pompieri. Tante erano le pallottole che fischiavano sopra di lui che non riuscì. Qualcosa andò per il meglio, poiché il soffitto con travi di ferro non cedette e bruciò solo la parte superiore. La mattina del 24 cominciò a piovere e questo aiutò l’opera di spegnimento.
Si contarono due morti tra i civili e alcuni feriti. Dopo alcuni giorni tornai dal collegio per una breve sosta. Mio padre mi raccontava l’accaduto; e qualcosa mi rodeva dentro: “non sapevo cosa fosse, non conoscevo le parole“.
La casa fu riparata anche con un contributo del CLN che collaborava con la Pontificia Commissione di Assistenza per il rimpatrio dei prigionieri. Le cose si calmarono anche per la presenza degli alleati e la vita in paese riprese a riordinarsi un poco.
Più avanti, dopo la scuola media, incominciai a sentir circolare parole mai udite prima: libertà, democrazia. Piano piano capii quella cosa che rodeva dentro, era il seme della libertà che diventava albero. Ora conoscevo almeno due parole per darmi delle risposte.
Cos’era la democrazia? Era quel gioco di una squadra di ragazzini che nascondendo nel pugno un mazzetto di bastoncini di diversa misura, dava l’incarico di capo o comminava una penitenza a chi estraeva il bastoncino più lungo o il più corto. Ogni 25 aprile mi ripasso la lezione; quell’albero ha ancora le foglie verdi.
Il Popolo del 26 aprile 1945 da: Istituto Luigi Sturzo (https://digital.sturzo.it/biblioteca-sturzo-numeri?periodico_id_s=IT-STURZO-BIB001-000001&type=periodico)

Il cattivo di Bond e il buono di Tibhirine (di Filippo Ciantia)

Foto generata con IA
Nel suo recente viaggio in Algeria, Papa Leone ha subito ricordato i diciannove martiri di Tibhirine che, tra il 1994 e il 1996, rimasero a fianco del loro popolo a costo della vita. Solo in un secondo momento ha ricordato la gloriosa tradizione di Sant’Agostino, Santa Monica, Charles de Foucauld e altri.
Ha, infatti, ricordato l’anziano monaco medico della comunità benedettina di Notre Dame de l’Atlas. Nel bellissimo film “Uomini di Dio”, dove, accanto alla straordinaria figura del priore Christian de Chergé, emerge, affascinante e commovente la testimonianza quotidiana del monaco Luc (Paul) Dochier, medico, così vicino alla gente del villaggio, per ore nel suo ambulatorio, capace di conquistare la fiducia e l’affetto di tutti.
Fratel Luc è interpretato da Michael Lonsdale, attore franco britannico, scomparso nel 2020. Uno dei più famosi e bravi attori degli ultimi decenni, ha recitato con grandi registi e attori: Steven Spielberg, Orson Welles, Luis Buñuel, Dustin Hoffman, Anthony Hopkins, Catherine Deneuve a Jeanne Moreau, tra i tanti.
Memorabile la sua interpretazione di Hugo Drax uno dei più cattivi antagonisti di 007 nella saga di Bond. Lonsdale, che ha dato il suo volto al cattivo e diabolico Drax, si convertì profondamente in età adulta e verso la fine della sua carriera ci ha regalato con Fratel Luc la sua più straordinaria interpretazione. Alcune delle più belle scene del film furono da lui improvvisate senza essere previste dalla sceneggiatura, come la scena della ragazza che chiede all’anziano monaco consigli sul suo innamoramento.
Non interpretava Frère Luc, lo era già in parte.
Fu presidente onorario e protagonista del Festival del Silenzio che si svolse nel 2013 nell’abbazia di Lérins nell’isola di Saint Honorat davanti a Cannes. Al glamour ella Croisette, a poca distanza, si opponevano i dialoghi sul silenzio, la fede, la vocazione, il senso della vita.
Il funerale di Lonsdale nella grande chiesa di Saint Roch, “la chiesa parigina degli artisti”, in piena pandemia da Covid, partecipata da oltre 600 persone, fece scoprire la profondità della fede dell’attore. In quella occasione furono ricordate alcune delle sue parole più intense:
Un attore deve lasciare passare qualcosa che non viene da lui. […] L’arte è più grande di noi: bisogna servirla. […] La cosa più preziosa che possiedo è l’amore di Cristo.

Gesù è la porta e il pastore – Commento al Vangelo di domenica 26 aprile

C’è qualcosa di tenero e insieme di potente nel modo in cui Gesù si presenta oggi: non come un re in trono, non come un giudice severo, ma come una porta e come un pastore.
Gesù è la porta. Non un cancello arrugginito che cigola, non una barriera che spaventa, ma un varco aperto verso la luce. Attraverso di Lui entriamo nell’abbraccio del Padre, troviamo riparo dalla stanchezza del vivere, dal peso dei peccati, da quella solitudine che a volte ci stringe il cuore come una morsa. Ma la porta si apre anche dall’altra parte: verso l’altro, verso il mondo, verso un amore più grande di noi.
E noi siamo davvero disposti ad attraversarla in entrambe le direzioni, o preferiamo restare sulla soglia, nel tiepido della nostra comodità?
Il pastore di questo Vangelo non spinge le pecore da dietro con un bastone. Cammina davanti. Fa la strada per primo, nella polvere, nel sole, nel rischio. Parla e le pecore riconoscono la sua voce, non perché siano costrette, ma perché lo hanno frequentato, perché quella voce è diventata familiare, amica, vera.
Nel nostro presente quanto tempo dedichiamo noi ad ascoltare questa voce, a starle vicini abbastanza da riconoscerla tra il rumore di tante altre voci che ogni giorno ci chiamano?
Il nostro tempo è affollato di pseudo-pastori: voci che promettono pascoli meravigliosi ma conducono al deserto, voci che sanno di paura e di manipolazione, che lusingano o minacciano. Il ladro viene per rubare, uccidere, distruggere, dice Gesù senza mezzi termini.
Chiediamoci se noi, gregge del Signore, sappiamo discernere, la voce autentica da quella ingannevole, o ci lasciamo trascinare senza chiederci dove siamo condotti.
Gesù è venuto perché abbiamo la vita, e la vita in abbondanza. Non una vita dimezzata, non una sopravvivenza timorosa. Un’esistenza piena, colma di senso, aperta alla gioia e al dono. Non siamo un numero nel gregge. Siamo amati uno per uno, conosciuti nel profondo. Il Signore cammina davanti a noi. Il passo è già segnato.
Che cosa ci trattiene ancora dal seguirlo con il cuore libero?
Gv 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Allarme gioco d’azzardo tra i minori in Italia: gli strumenti per riconoscere e affrontare il problema

L’associazione GiocoResponsabile.info, con l’obiettivo di promuovere comportamenti di gioco responsabile e di sensibilizzare contro i rischi del gioco d’azzardo, ha recentemente pubblicato un approfondimento su questo tema con particolare attenzione ai minori in Italia: il risultato rappresenta un contesto drammatico, con un fenomeno in crescita ed oltremodo preoccupante. 90mila adolescenti, di età compresa tra i 14 ed i 17 anni, giocano d’azzardo e l’Italia è al primo posto in Europa per la sua diffusione tra gli adolescenti.
L’ambiente dove i giovani giocano è quello online, dei videogiochi e dei casinò online non regolamentati dove, con strategie atte a mascherare la reale identità di chi gioca, è possibile registrarsi e sperare in vincite clamorose ed irrealistiche o trovare qualcosa di raro o prezioso nei pacchi a sorpresa dentro i videogiochi.
Gli studi fatti mettono in luce che i giovani figli di genitori che giocano (uno o entrambi) al gratta e vinci o alle scommesse online, raddoppiano il ri-schio di diventare a loro volta giocatori perché ciò viene considerato “normale” nel contesto familiare; sono a rischio i ragazzi che vivono in contesti di reddito familiare basso o vicino la soglia di povertà perché ritenuto uno dei modi per uscirne e diventare ricchi facilmente. Anche la scarsa educazione finanziaria e la mancata comprensione del valore del denaro portano il giovane a non valutare il rischio delle perdite reali e di porre l’attenzione solo ed esclusivamente sulle vincite che gli appaiono come guadagni.
Nell’approfondimento si trovano indicazioni per rendersi consapevoli se un familiare ha cominciato ad entrare nella spirale della dipendenza e per capire come affrontare un discorso sul tema del gioco d’azzardo in famiglia. Esplorare il rischio, far emergere criticità e fragilità permette – grazie all’aiuto di esperti – di poter intervenire ed uscire da una trappola insidiosa con conseguenze sul piano sociale ma anche psicologico e fisico.
Alla pagina https://giocoresponsabile.info/ludopatia-minorile/ c’è un questionario per i genitori per comprendere se il proprio figlio corre dei rischi con il gioco d’azzardo ed i servizi a cui potersi rivolgere in caso di problemi. Per approfondire ulteriormente il tema si rimanda anche al Rapporto Istisan – dell’Istituto Superiore di Sanità – “Dipendenze comportamentali nella Generazione Z: uno studio di prevalenza nella popolazione scolastica (11-17 anni) e focus sulle competenze genitoriali” che illustra i risultati dello studio.

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