Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

giovedì 15 Ottobre 2026

Reale mutua
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⚠️ AVVISO – GUASTO ALLA LINEA TELEFONICA ⚠️

Informiamo che, a causa di un guasto tecnico, la linea telefonica della redazione de Il Risveglio Popolare è temporaneamente fuori servizio. Ci scusiamo per il disagio e, in attesa del ripristino della linea, invitiamo chiunque avesse necessità di contattarci a inviare un’e-mail all’indirizzo composizione@risvegliopopolare.it.

Provvederemo a ricontattarvi appena possibile.  Ringraziamo per la comprensione e ci scusiamo per l’inconveniente.

IERI L’ASSEMBLEA GENERALE A IVREA: LE SFIDE DEL PRESENTE E QUELLE DEL FUTURO

Cambio ai vertici di Confindustria Canavese

AUGUSTO GEMINIANI SUBENTRA A PAOLO CONTA

Giornata impegnativa per Confindustria Canavese, che nel primo pomeriggio di mercoledì 7 ottobre,...

L’OPERA E’ DEL 1734, MA TUTTO INIZIO’ NEL SECOLO XI CON I MONACI BENEDETTINI E I SUCCESSIVI CAMBIAMENTI

Le Confraternite e la devozione al Santo di Assisi

A Borgomasino l’antico coro ligneo con episodi della vita di frate Francesco

(di Francesco Mosetto)

Foto: Carlo Giuseppe Flecchia di Ivrea, Coro ligneo con episodi della vita del santo, 1734. Nei...

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DIETRO ALLA FIGURA ROMANTICA SI CELAVA UN DURISSIMO LAVORO MINORILE. IL RUOLO DEI SANTI SOCIALI

Fuliggine e Misericordia: gli Spazzacamini e la Chiesa

Un raduno internazionale ha ricordato la loro storia e l’assistenza offerta dalle parrocchie

Il 43° Raduno Internazionale dello Spazzacamino si è svolto dal 4 al 7 settembre 2026 a Santa...

EDITORIALE – Sguardo

“Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait”. È il tema scelto da Papa Leone per la 61ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali di domenica 16 maggio 2027: domenica in cui in diocesi sarà anche organizzata la giornata de Il Risveglio Popolare.
“L’economia dell’attenzione, con la sua lotta per pochi istanti di interesse nel flusso rapido e interminabile di contenuti, sta trasformando non solo le nostre capacità cognitive ma anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale”, si legge nella nota del Dicastero per la comunicazione. L’esortazione è a “una conversione dello sguardo, a guardare di nuovo, con attenzione e con amore”: solo così “riusciremo a vedere il mondo, gli altri e anche noi stessi come ci vede Cristo: chiamati per nome e amati”.
La cultura digitale ha abituato “a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell’etichettare e rifiutare gli altri” si legge ancora. “Clickbait” e “attenzione”; il primo termine indica l’esca con cui si attira la preda, e il click è il boccone che la trattiene.
È la logica della cattura, non della relazione: si reagisce anziché comprendere, si etichetta anziché incontrare, e l’altro si riduce a un profilo. L’attenzione è invece “una preziosa forma di generosità… protendersi verso l’altro e verso il vero”.
La cura di ciò che si lascia entrare nella propria vita interiore è una forma elementare di rispetto per sé e per gli altri; vuol dire scegliere che cosa guardare e per quanto tempo, riconoscere i meccanismi che sollecitano senza assecondarli, concedersi lentezza, silenzio, sosta, custodire spazi non ottimizzati.
È un habitus da acquisire con l’esercizio e consolidare con la fedeltà. “Vale per chi comunica per professione e per chiunque affidi a un post, a un messaggio, a un’immagine, un frammento di sé – ammonisce il direttore nazionale delle Comunicazioni Sociali della Cei –. Ogni parola implica una scelta sull’attenzione altrui: la sfrutto o la servo? Per la comunicazione cristiana la risposta non può che essere evangelica: non la sorpresa fabbricata, ma la verità offerta; non l’esca, ma il pane condiviso. Ciò non chiede di rinunciare alla creatività o alla forza dei contenuti, nella diversità delle loro forme. Chiede, piuttosto, di non dimenticare mai che dall’altra parte c’è un volto, una storia”.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

EDITORIALE – Indietro e avanti

Immagine generata con IA.
Sabato 24 ottobre (weekend della prossima settimana) tornerà l’ora solare: un’ora indietro, la sensazione di un tempo già vissuto, giornate più corte avvolte da un buio precoce. Nulla di drammatico: a marzo rimetteremo le lancette avanti. Tuttavia, l’idea di tornare indietro non ci piace granché. Nella vita, nel lavoro, nelle relazioni siamo abituati a considerare il progresso come un movimento in avanti: stiamo andando verso un obiettivo.
“Le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (scriveva San Paolo ai Corinzi), che non è un invito a buttare via ciò che viene da prima, né a inseguire ogni novità per il solo fatto che è nuova. È, piuttosto, il riconoscimento che la vita non si lascia imprigionare dal passato e che il futuro non deve fare paura; ci chiede di custodire ciò che merita di restare e di avere il coraggio di cambiare ciò che non ci porta più avanti.
Un passo indietro può essere utile, qualche volta persino necessario; ma se a ogni passo avanti ne corrisponde uno indietro, non è il tempo a essersi fermato, siamo noi a rischiare di rimanere fermi, esattamente dove si era partiti, con la fatica in più e l’insoddisfazione per aver concluso ben poco, mentre tutto intorno continua a cambiare.
Consoliamoci, allora, pensando che a marzo tornerà l’ora legale. Le lancette andranno avanti e la luce della sera ci accompagnerà più a lungo. È un appuntamento che si ripete ogni anno, quasi a ricordarci che indietro non si torna per sempre. Ma sarebbe bello che, nel frattempo, anche noi imparassimo a distinguere i movimenti delle lancette da quelli della vita. Perché il tempo passa comunque; la questione è capire se, insieme al tempo, avanziamo anche noi.

Edizione 15 Ottobre 2026

ANNO CVI – N° 38
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