Parcheggiando pallido e assorto

(Fabrizio Dassano)

Percorro nel buio mattutino dell’ora solare la strada per arrivare al lavoro, e poco è il traffico.

Il negozietto di alimentari che lascio alle mie spalle ha già le luci accese: un faro nel piccolo paese sospeso prima dell’alba. Di lì in avanti più niente: case spente e insegne scure, e poi campagna con le mucche già al pascolo che sembra di essere in Francia. Alle porte della città, all’innesto della via orientale, il traffico aumenta ma nessuna luce sembra accesa. Sfrecciano i soliti pullman blu che giungono da ogni parte del Canavese e si mescolano a quelli gialli del trasporto urbano: tutti perfettamente e completamente vuoti, fanno la “finta” di fermarsi alle fermate deserte e ripartono subito senza aprire le porte.

Qualche essere umano in mascherina passa veloce sul marciapiede. Solo il palazzotto delle scuole elementari ha le luci accese: più tardi vi entreranno gli scolari della Primaria, ormai rara e preziosa presenza nella città svuotata di studenti.

Compio uno strano giro con l’auto per raggiungere il parcheggio rigorosamente non a pagamento: il mio vecchio caro parcheggio gratuito, la cui conquista – da anni ogni mattina – diventa l’equivalente del tagliare il traguardo delle Millemiglia. Già, perché un tempo non lontano (appena un mese fa!) arrivare e trovare parcheggio voleva dire viaggiare nel traffico cittadino sul filo del rasoio delle 7.40 – 7.45. Era una gara di regolarità. Alle 7,46 eri fuori tempo massimo: iniziavi a vagare invano per trovare un posto e non ti restava che lasciare il parcheggio esaurito.

Con la coda dell’occhio li vedevi i tuoi colleghi, più puntuali di te, incamminarsi felici e parcheggiati alla volta dell’ingresso pedonale: mentre gli auguravi ogni bene, prendevi la strada che scende al ben più lontano cimitero, dove c’è sempre posto per tutti (ci si riferisce qui al parcheggio, naturalmente!).

Oggi tutto questo non esiste più. L’altro giorno ho parcheggiato alle 8.13, potendo scegliere anche il posto (verso la Dora Baltea, oppure verso l’edificio delle poste) e addirittura avendo l’agio di poter fare le opportune manovre per trovare poi l’auto già in posizione ottimale per la ripartenza. Tutti gli stalli bianchi (“a gratis”) erano liberi!

Lascio l’auto e ora cammino nei giardini di palazzo Giusiana nel fragore del fiume che ha preso il posto del rullare assordante dei copertoni sul pavè. Il baretto del giardino è chiuso, i colori degli alberi sono bellissimi e sfreccia un mezzo della nettezza urbana che fa, come sempre, il suo giro mattutino.

Mi avvicino al posto di lavoro, un bel palazzo con qualche finestra illuminata, deserto e immoto. Al centralino occhieggia una figura con la mascherina. Suona la campanella della prima ora e il palazzo continua a restare silenzioso e vuoto.

Nei suoi corridoi non c’è più nessuno. Le aule sono camerate vuote. Come la fortezza Bastiani davanti al Deserto dei Tartari.

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