Perché una didattica per i Dsa aiuta tutti

(Cristina Terribili)

Dal 4 al 10 ottobre, l’Associazione Italiana Dislessia promuove la “Settimana Nazionale della Dislessia”, giunta alla sesta edizione. La parola dislessia rimanda a tutte quelle difficoltà di lettura che coinvolgono gli studenti sin dalle scuole primarie. Dislessia, però, è anche un modo per definire tutti i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), oltre alle difficoltà di lettura, le difficoltà di scrittura e di calcolo, che si riconoscono nel 3-4% della popolazione scolastica.

I manuali diagnostici hanno raggruppato i disturbi dell’apprendimento sotto un’unica voce perché raramente si osservano delle condizioni “pure”, cioè difficoltà che coinvolgono solo la lettura o solo la scrittura o solo il calcolo; la diversa organizzazione neurologica delle persone con DSA fa si che le modalità con cui le informazioni vengono processate all’interno del cervello, non abbiano quell’automatizzazione e quella fluenza che si osserva in chi non ha un DSA.

L’Associazione Italiana Dislessia (AID) si adopera affinché sia riconosciuta la neurodiversità di chi ha un disturbo specifico dell’apprendimento, che non significa malattia e neppure disabilità, ma solo un modo diverso di apprendere. I DSA, infatti, non si “curano” e nel corso del tempo, grazie ad una serie di interventi didattici mirati, si gestiscono rendendo la persona sempre più capace di organizzare il proprio approccio alla lettura, alla scrittura e al calcolo anche attraverso strumenti compensativi mirati.

Le mappe, mentali o concettuali, sono tra gli strumenti che gli studenti con DSA sono invitati a realizzare e ad usare per richiamare alla memoria parole complesse oppure concetti o connessioni utili per lo studio. Le mappe, esattamente come quelle “del tesoro”, portano a trovare la strada in una giungla di informazioni che lo studente ha difficoltà a gestire. Non si deve dimenticare che lo studente con DSA non termina di esistere finite le scuole secondarie ma si avvia, con l’età adulta, verso altri obiettivi che devono sempre tenere in considerazione la specificità del suo modo di apprendere.

L’AID si batte da anni affinché la certificazione che attesta la difficoltà specifica dell’apprendimento sia riconosciuta all’interno di tutti i percorsi che riguardano il futuro extrascolastico della persona con DSA, dalla scuola guida agli studi universitari, ai concorsi, per fare solo qualche esempio. La stessa associazione si è spesa molto per formare i datori di lavoro perché promuovere al meglio le risorse di un proprio dipendente va a beneficio di un’intera azienda.

Bisogna, anche per i DSA evitare le discriminazioni. C’è poi da dire che una didattica utile ai ragazzi con DSA non rallenta né preclude l’apprendimento degli altri studenti. Al contrario è una didattica che non tenga conto di tutti i diversi cervelli che compongono a rischiare di abbandonare sul percorso molte persone meritevoli.

I ragazzi con DSA sono a rischio di abbandono scolastico e chi lascia precocemente la scuola mette a repentaglio l’intera vita: si rischia l’esclusione sociale, di vivere ai margini, di pensare che non si vale nulla e che si è degli incapaci.

Eppure bastava solo una mappa per fargli trovare il cammino. E di una mappa ne abbiamo bisogno tutti, in momenti diversi della nostra esistenza e per le cause più disparate.

Conoscere, sostenere le persone con DSA attraverso le relazioni umane così come attraverso interventi riabilitativi efficaci o metodologie d’insegnamento vantaggiosi per tutti, ci avvia verso un mondo migliore.

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