Pietro Azario lettore di Dante

(Michele Curnis)

Chi fu il primo canavesano a leggere l’opera di Dante? A differenza di quanto accade per alcune famiglie vercellesi o lombarde, risulta molto difficile ricostruire le biblioteche private del Canavese nella seconda metà del XIV secolo. Certamente, alcuni manoscritti della Commedia furono redatti e circolarono in Italia settentrionale già nel secondo quarto del Trecento, ossia pochi anni dopo la morte di Dante, ma non c’è traccia di redazioni e scritture che si possano collegare direttamente con il Piemonte o con l’area canavesana. Occorre attendere il 1434 perché a Chambery, nella libreria di Ludovico di Savoia, reggente in nome di Amedeo VII, compaiano appaiati in un inventario il «Liber centum novelarum in lombardo e il libro de Dant», da intendersi rispettivamente come un esemplare del Decameron di Boccaccio e uno della Commedia; quest’ultimo manoscritto, forse, si può identificare con il codice 1742 della Biblioteca Reale di Torino.

Tuttavia, è possibile individuare uno scrittore che, pur non essendo canavesano, soggiornò alcuni anni in Canavese e a questa terra dedicò una monografia storica: Pietro Azario, il notaio novarese nato nel 1312 e autore del De statu Canapicii liber.

Azario visse a Cuorgnè tra 1339 e 1343, quando aveva circa vent’anni, visto che nelle memorie “Sulle condizioni del Canavese” offre una descrizione molto dettagliata di quanto accadeva da quelle parti. Molto tempo dopo, attorno al 1363, completò il Liber gestorum in Lombardia, una cronaca delle vicende di Milano e dei Visconti, in cui cita anche Dante.

Parlando della famiglia del marchese Obizzo III d’Este (1294-1352), scrive: «vivebat marchio Oppizio Estensis, qui solummodo tres filios naturales habebat valde iuvenes, videlicet Aldrovra-dinum et ceteros natos ex una pulcerima meretrice Bononie, de qua dixit multa Dantes in libro suo, et sorore Henrici de Ariostis» (“Il marchese Obizzo d’Este aveva solo figli naturali, tre e di giovanissima età, Aldobrandino e altri due, la cui madre era una bellissima cortigiana bolognese – sulla quale disse parecchio Dante nel suo libro – e sorella di Enrico degli Ariosti”).

Il principale editore del Liber, Francesco Cognasso, osserva che Azario, «se ha letto Dante, confonde stranamente la Ghisolabella con Lippa degli Ariosti, la concubina famosa di Obizzo III d’Este». Cerchiamo di ricostruire l’equivoco e di spiegarne la rilevanza in termini storico-culturali. L’allusione di Azario parrebbe diretta a Ghisolabella, venduta alle voglie del marchese da parte di suo fratello Venèdico Caccianemico, che Dante incontra e riconosce tra i ruffiani del canto XVIII dell’Inferno: «O tu che l’occhio a terra gette, | se le fazioni che porti non son false, | Venedico sè tu Caccianemico» (vv. 48-50).

Il dannato confessa il delitto: «I’ fui colui che la Ghisolabella | condussi a far la voglia del marchese, | come che suoni la sconcia novella» (vv. 55-57). Questa Ghisolabella discendeva da una nobile famiglia bolognese, in quanto figlia di Alberto Caccianemico dell’Orso, e forse andò in sposa al ferrarese Niccolò Fontana. Quando questi entrò in contrasto con il marchese di Ferrara, Obizzo II d’Este, Ghisolabella restò separata dal marito per ragioni politiche. Sembra che suo fratello Venèdico avesse favorito una relazione amorosa tra Ghisolabella e il marchese, da cui nacquero molte e diverse dicerie (come si può desumere dalla precisazione del v. 57, «come che suoni la sconcia novella»).

Sulla vicenda non esiste alcuna fonte storica precedente ai commenti danteschi; è presumibile che Dante abbia qui raccolto un aneddoto popolare, di cui circolavano più versioni. In ogni caso, la «pulcherrima meretrix Bononiae» che Azario non nomina, ma che pone in relazione con Dante, non può essere la Ghisolabella sorella di Venèdico Caccianemico e morta dopo il 1281; si tratta invece di Filippa degli Ariosti, detta Lippa. Questa nobildonna bolognese conobbe il marchese Obizzo III d’Este (1294-1352) al tempo del suo soggiorno a Bologna, quando era in contrasto con Giovanni XXII, e ne divenne l’amante; dopo la riconciliazione con il pontefice, nel 1329, Obizzo chiese a Lippa di seguirlo a Ferrara, dove continuò a esserne l’amante. Solo quando la donna fu in punto di morte, forse nel 1347, Obizzo la sposò, affinché i loro dieci figli naturali potessero diventare legittimi. Uno di questi figli, Aldobrandino (1335-1361), che successe diciassettenne al padre come signore di Ferrara, è quello ricordato da Azario, mentre la fortuna letteraria di Lippa sarebbe culminata nel canto XIII dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, al termine di un catalogo muliebre: «la bella Lippa da Bologna,| […] s’io vo di mano in mano | venirtene dicendo le gran lode, | entro in un alto mar che non ha prode», 73, 5-8).

La confusione delle due donne costituisce un errore vistoso, ma forse solo sul piano cronologico. In realtà, la percezione dell’identità storica e della relativa cronologia doveva risultare abbastanza problematica per qualunque scrittore della metà del Trecento. Nel caso di Ghisolabella, infatti, anche i commentatori di Dante sono divisi sull’identità del marchese citato in Inf. XVIII 56: Obizzo II d’Este (1247-1293) per Jacopo Alighieri, Jacopo della Lana, Guido da Pisa e l’Anonimo Selmiano; Azzo VIII d’Este (1263-1308, figlio del precedente) per l’Ottimo commento, Pietro Alighieri e le Chiose cassinesi (la rassegna è limitata ai commenti redatti entro gli anni Sessanta del Trecento, ossia il periodo in cui Azario avrebbe potuto venire a contatto con la tradizione della Commedia).
Visto che è il nome di Obizzo d’Este ad attirare in Azario la notizia del concubinaggio, e di conseguenza l’errata allusione alla Ghisolabella dantesca, è assai probabile che il notaio stia
confondendo non l’identità dell’amante, ma quella del marchese (Obizzo II al posto di Obizzo III). Il cronista sta raccontando di Obizzo III, naturalmente; ma, sapendo di una concubina da cui aveva avuto vari figli naturali, e ricordandosi di aver letto in Dante che una nobildonna bolognese era stata amante del marchese Obizzo d’Este (senza ulteriore specificazione), fa scattare una connessione tra contesti storici paralleli e con molti punti in comune. Per riassumere: la Ghisolabella dantesca era stata l’amante di Obizzo II, mentre l’amante – e poi moglie – dell’Obizzo III di cui Azario sta parlando fu Lippa degli Ariosti, detta anch’ella “Ghisola bella”. Entrambe ebbero un fratello con importanti incarichi politici: Venèdico la prima, Bonifacio la seconda (Azario sbaglia nel riportarne il nome, che non era Enrico).

Da ultimo, nella citazione c’è un altro (apparente) problema di carattere letterario, quando Azario afferma che del personaggio femminile – chiunque fosse – «dixit multa Dantes». In realtà, come abbiamo visto leggendo il passaggio dell’Inferno, Dante dedica soltanto tre versi alla storia di Ghisolabella.

È sufficiente questa menzione per far dire ad Azario che Dante si era dilungato con la sua storia? Si tratta forse di altro errore? Al contrario, il sovrapporsi di dati incongruenti può essere indizio del tipo di supporto testuale a disposizione: il Dante che Azario aveva letto doveva essere un esemplare annotato, in cui il testo poetico si prolungava nelle chiose marginali, discendenti dai commenti più antichi e più diffusi, di Jacopo della Lana e Guido da Pisa (che identificavano appunto il marchese con Obizzo d’Este). Tale tradizione testuale di metà Trecento, se non giunse fino al Canavese, almeno passò sotto gli occhi di uno dei suoi migliori conoscitori.

Nella foto: Firenze, Biblioteca Mediceo Laurenziana: Jan van der Straet (1523-1605, detto Giovanni Stradano), Disegni per la Divina Commedia (realizzati tra 1587 e 1588). Così il pittore fiammingo illustra il dialogo tra Dante e Venèdico Caccianemico nella prima delle Malebolge (Inferno, canto XVIII 40-66), dove sono puniti i ruffiani e i seduttori.

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