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Il 2 e il 3 giugno 1946 il popolo italiano scelse tra democrazia e monarchia ed elesse 556 deputati alla Assemblea Costituente. Tra i 207 eletti democristiani c’erano Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Enrico Medi, Benigno Zaccagnini, Igino Giordani. Laici impegnati in fraternità, movimenti e associazioni, alcuni sposati con famiglia, altri totalmente dedicati a Dio.

Per questi “8 alla Costituente” (come li definiscono Accattoli e Flocchini in un loro recente libro), il cristianesimo non era un fatto privato, ma il criterio con cui giudicare la politica, la società, il bene comune. Furono antifascisti perché riconoscevano nella dittatura una negazione della dignità della persona e della coscienza libera. La Legge e la stessa Costituzione erano per loro al servizio della persona e lavorarono per includere alcuni principi come la libertà religiosa, la famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, la solidarietà sociale, il valore dei corpi intermedi. Tutti ebbero rapporti stretti con Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, oggi santo. Sensibilità ed accenti diversi, ma soprattutto rispetto e stima tra loro.

Sostennero che la libertà religiosa non dovesse essere un privilegio per i cattolici, ma un diritto di ogni persona. In particolare Dossetti insistette sul primato della persona e dei suoi diritti anteriori allo Stato; La Pira difese una visione della dignità umana che comprendeva la dimensione spirituale e religiosa; Moro contribuì a costruire una concezione pluralista della democrazia. Per cinque di loro è in corso la causa per il riconoscimento della santità. Tre – Dossetti, Moro e Zaccagnini – sono ancora santi senza causa.

Nell’enciclica Magnifica humanitas Papa Leone XIV cita La Pira quando elenca le forme di responsabilità di fronte alle sfide di questo drammatico cambiamento d’epoca: disarmare le parole, costruire pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare il dialogo, coltivare un sano realismo.

Il realismo che evita le ideologie in luogo del cinismo oggi così diffuso; il realismo di persone che vogliono, appartenendo alla Chiesa, portare un ideale nella storia. Igino Giordani, uno dei primi collaboratori di Chiara Lubich, scrisse sul suo diario: “Può un uomo politico essere santo? Può un santo essere uomo politico?”. E lanciò una sfida a sé stesso valida ancora oggi: “Prova in te la soluzione del quesito, ora che diventi uomo politico”.