Quell’atmosfera che si respirava a Ivrea negli anni di mezzo tra i Trenta e i Quaranta

(Alessandro Crotta)

Atmosfera del tempo

In quegli anni di mezzo tra il 1930 e il 1940, in cima a via Palma vi era un macellaio con negozio tra la stessa via Palma e via delle Torri: è lì che vidi il fratello del mio amichetto d’asilo Roberto il quale, vestito da legionario – con tanto di copricapo coloniale e calzoni corti kaki – offriva il suo saluto prima della partenza per l’Abissinia per accostarla – con convinzione, diceva – alla Libia annessa dal governo Giolitti all’Italia sin dal lontano 5 novembre 1911.

In quel periodo di annessioni e acquisizioni e facezie di vario genere, il 4 agosto 1928 l’Italia firmava ad Addis Abeba un trattato di amicizia con l’Etiopia; poco più di un lustro dopo – 15 dicembre 1934 – l’Etiopia denunciava alla Società delle Nazioni, a dispetto del trattato precedentemente sottoscritto, la minaccia di aggressione italiana.

Il 6 ottobre dell’anno dopo, infatti, iniziarono le operazioni militari contro l’Etiopia con conseguenti sanzioni economiche e finanziarie contro l’Italia: fatti pur importanti, comunque un po’ periferici, a quel tempo, per la più spicciola (o minore) classe rurale nostrana.

Nel 1939 un appunto sull’Etiopia ci fu dato dal film di Goffredo Alessandrini dal titolo “Abuna Messias” proiettato all’Oratorio San Giuseppe in quegli anni: si riferiva al sacerdote (successivamente cardinale) Guglielmo Massaia e al suo apostolato in Abissinia.

 

Atmosfera di casa

Casa impropriamente rurale, periferica; al tempo – in anticipo di qualche mese sulla conquista dell’Abissinia – i conglomerati abitativi erano accostati gli uni agli altri come fossero Canton, condividevano molte abbondanze e altrettante carenze di non invidiabile natura, tra cui i servizi igienici e l’acqua che andava presa al pozzo. Le serate erano rischiarate dal fioco lume di candela o da lampade a petrolio, per quei pochi che ne erano provvisti.

A casa mia era la candela a offrire con discrezione il chiarore sufficiente a non incespicare. Erano anche, a seconda della stagione, gli sprazzi di luce emessi dalla stessa stufa ad offrire chiarore ai racconti di mio padre: una serata diversa, ricca di favole e fantasiose narrazioni. Così, risparmiando la candela, era il chiarore del frontale aperto dalla vecchia bassa stufa in ghisa (pure provvista di forno) che con i suoi continui altalenanti barbagli di luce, che si proiettavano sulle pareti della stanza e sui nostri visi, a garantire a mio padre l’estro di associare alle sorprendenti alternanze luminose racconti e favole per nulla legate ai fasti dell’atmosfera del tempo.

Il suo modo di raccontare era disteso e conseguente: distribuito com’era tra chiari, scuri e con pause avvincenti per tempismo, affascinava quanto lo stesso racconto. Nelle serate in cui la luna graziosamente s’inquadrava come una bella, tremolante fatina nella finestra di levante, in casa l’atmosfera era come se fosse stata avvolta di magia e poesia.

Erano momenti particolarmente intensi, di emozioni e stupori crescenti che allora forse percepivo solo in parte. Quei silenzi s’innescavano senza ragione apparente: all’improvviso. In quei mo-menti bastava il tonfo leggero e sordo di assestamento della legna nella stufa, oppure il sibilo lamentoso di protesta al rogo da parte di qualche pezzo di legno verde a predisporre il mio animo alla ripresa dell’ascolto dei racconti e delle favole. Altre volte, invece, era un colpo di tosse improvviso a rompere momentaneamente l’incantesimo.

Erano racconti di mago Zebino e del Drago dalle Sette Teste – con cui, da qualche tempo, avevamo già fatto conoscenza -, che in parte associavo, con un pizzico di paura, ai castelli e ai ruderi della zona. Dagli antri e forre scoperte durante il mio peregrinare per boschi, in un gioco di ombre e sprazzi di luce lunare anche le nodose vecchie querce del bosco dietro la casa del Pèro dla Cort – e che Nos Sgnor l’abbia an gloria – mi faceva immaginare maghi e fantasmi; erano forme sgraziate, gibbose e ammonitrici che si stagliavano contro un cielo sul cui orizzonte apparivano a volte le prime stelle; erano percezioni di estrosa variabilità, rese più evidenti durante le notti di luna nuova. Non erano solo le loro forme a incutere paura; i cigolii di rami secchi e lo stormire di fronde davano, pur se frammista di stupore, un’intensa attendibilità a supporto delle nostre fantasie.

E infine, anche se con lo scorrere del tempo si dimenticano molte cose, non potrò mai dimenticare un particolarissimo richiamo a miei cari: grazie papà, grazie mamma.

(Nella cartolina d’epoca: corso Botta e la piazza Littoria)

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