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Temo che ci sfugga quotidianamente il pensiero che potremmo vivere tendendo alla santità. Primo perché, malgrado lo sforzo di tanti catechismi e omelie, non ci è troppo chiaro cosa vuol dire e come si fa. Secondo, perché già solo la parola – probabilmente non la più moderna nè la più usata nella comunicazione di oggi – fa pensare che è meglio che sia destinata a qualcun altro. Noi, in fondo si sta bene così… di grane ce ne sono già tante e la vita è complicata già di suo senza andare a metterci altre cose difficili tra i piedi.
Poi, altro pensiero dilagante, al massimo la santità è per chi nutre uno spirito religioso e coltiva sentimenti di fede. Tra l’altro, aggiungiamo noi, non è neppure così scontato che “chi crede” abbia poi ben presente che tendere alla santità possa (o debba) essere un suo impegno: al massimo, essere buoni (il che non sarebbe già male).
Un predicatore di tanti anni fa, raccontava come il processo canonico per la beatificazione di un grande santo rischiasse di incepparsi perché costui non aveva fatto cose grandi, ma aveva fatto bene – semplicemente – tutte le cose del suo quotidiano. Fu proprio con questa motivazione che venne finalmente proclamato santo.
Fare bene il proprio quotidiano. Ovunque; dalla scuola alla famiglia, sul lavoro come nel tempo libero. Questo è alla portata di tutti, proprio di tutti.

Io spero che abbiate notato come la rubrica dei “santi della settimana” che pubblichiamo ormai dal settembre scorso, vada alla ricerca di santi “minori” (che poi di fatto non sono minori in nulla, è solo un modo sgangherato per intenderci). Proponga cioè quei santi poco noti, poco festeggiati, dai nomi non altisonanti (nessun dottorato, nessuna opera teologica, nessuna estasi…), ma che hanno vissuto facendo semplicemente bene il loro dovere; coniugi, padri e madri di famiglia, ragazze e ragazzi, consacrati… tutti fedeli alle loro mansioni quotidiane, le più umili e apparentemente più insignificanti e più inutili.
Nella stessa rubrica ci piace poi elencare quei santi e beati della nostra terra piemontese. Nessun campanilismo, ma la volontà di far conoscere non solo quanto sia ricca la nostra terra, ma che anche “geograficamente” la santità non ci è poi così lontana. Le nostre città e i nostri paesi ne sentono il profumo. E questa vicinanza sprona a fare altrettanto.
Per caso – ma nulla succede a caso – anche il Vescovo Edoardo, nella sua rubrica quindicinale Asterischi, collocata alla pagina 24, oggi racconta di una ragazza che Papa Francesco ha dichiarato “venerabile” il 6 marzo scorso. Fidanzata, morì tragicamente a ventitré anni, ma visse fedele ai suoi impegni, al suo rapporto con Dio e gli altri, alle cose di tutti i giorni, semplicemente (che non è sinonimo di faciloneria). Diceva: “oggi c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi”.
Oso pensare che Papa Francesco abbia pensato anche a lei quando ha scritto – a me, a te e a te… – la sua terza Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” per dire che la santità non è per pochi eroi e neppure per persone eccezionali, ma è il modo normale di vivere l’ordinaria esistenza cristiana. Per chi si dice cristiano non vi è vita cristiana possibile al di fuori di questo quadro esigente e appassionante: c’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità. Per chi si colloca fuori dalla prospettiva cristiana ci sono tutti gli input per camminare comunque su questa strada.
La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui il Papa sostiene che la santità appartiene al “popolo di Dio paziente”, alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti: nei “genitori che crescono con tanto amore i loro figli – scrive Papa Francesco – negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”, in coloro che fanno delle beatitudini la loro carta di identità, che vivono la concreta misericordia verso il povero, che vivono “con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno”. Il Papa scrive della “santità della porta accanto”, del passare a gesti di carità, di non ignorare l’ingiustizia, della fermezza e solidità interiore necessarie per resistere all’aggressività che è dentro di noi; della gioia e del senso dell’umorismo; della capacità di osare; della disponibilità a fare un cammino in comunità e infine della preghiera. Dice “no” a gnosticismo e pelagianesimo e sprona ognuno a vivere la santità come un itinerario fatto di “piccoli gesti” quotidiani e “anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita”, scrive Papa Francesco.
Nelle prossime edizioni del giornale ospiteremo importanti firme che ci aiuteranno a comprendere l’Esortazione del Papa e soprattutto che a nessuno è tolta la possibilità di essere santo. La santità, parola che ora potrebbe ritornare di moda, non senza significare qualcosa di più di un solo modo di fare.

Carlo Maria Zorzi

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