Sindrome “burnout”. Chi colpisce, perché e come uscirne

INTERVISTA ALLA PSICOTERAPEUTA CRISTINA TERRIBILI

A maggio del 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la “sindrome da burnout” nella lista della Classificazione Interna-zionale delle Malattie (Icd).
A poco più di un anno da questo evento, cerchiamo di capire di più e meglio di cosa si tratta con la nostra esperta Cristina Terribili, psicologa e psicoterapeuta.

Dottoressa Terribili, che cos’è il “burnout”?
Il “burnout” è una forma di stanchezza, un senso di scarsa realizzazione e di cinico disinteresse per il proprio lavoro, correlati a lunghi periodi di stress lavorativo.

Quale parola italiana potrebbe essere usata per darne lo stesso significato e valore?
Il termine “burnout” viene utilizzato per la prima volta negli anni ’30 in ambito sportivo: definiva quegli atleti che, dopo alcuni iniziali successi, sembravano non riuscire ad ottenere ulteriori risultati o mantenere quelli raggiunti. Nel 1975, lo stesso termine è stato ripreso da Maslach che ha definito una sindrome che si riscontrava in tutte le professioni con elevata implicazione relazionale, in cui gli operatori perdevano interesse e coinvolgimento con i propri pazienti o assistiti. La condizione di esaurimento emozionale fa si che il termine “burnout” si possa tradurre in italiano con “esaurito”, “bruciato”.

Chi viene colpito da questa sindrome?
Sebbene le professioni d’aiuto sembrassero quelle maggiormente coinvolte nel possibile sviluppo di questa sindrome, studi e ricerche condotte sino ad oggi hanno dimostrato come il termine si possa applicare in tutte quelle situazioni in cui lo stress che si prova nello svolgere e nel mantenere un proprio ruolo è tale da comportare effetti negativi sulla propria autostima, sulla capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati e nella vita relazionale e sociale. In questi anni si comincia a parlare anche di “burnout genitoriale”, per esempio.

Quindi teoricamente nessuno può definirsi indenne: ma perché colpisce?
Diciamo che ci sono dei fattori sia individuali sia personali, legati anche al tipo e al luogo di lavoro, che proteggono dal rischio di sviluppare una sindrome di “burnout”; allo stesso modo, vi sono fattori che ne possono favorire lo sviluppo. Se un lavoro con ritmi particolarmente ripetitivi o la mancanza di un lavoro di squadra possano essere fattori negativi, la capacità di impegnarsi in un’attività (ma anche di trascorrere il tempo socializzando, di non trascurare la vita privata, di coltivare hobbies ed attività di volontariato) favoriscono le risorse lavorative e personali anche quando l’attività lavorativa assume dei connotati meno piacevoli o maggiormente pressanti. Le cause del “burnout” possono nascere tanto da un eccessivo bisogno di affermazione lavorativa a discapito della vita privata quanto da richieste eccessive a livello lavorativo, magari scarsamente ricompensato o contraddistinto da conflitti con colleghi e/o superiori.

Come ci si accorge di esserne afflitti?
Lo stress lavorativo si riconosce perché coinvolge la persona nella sua interezza: a livello fisico ci possono essere emicranie, insonnia, disturbi intestinali, debolezza; a livello emotivo si potrebbe riscontrare trascuratezza a carico delle relazioni affettive e sociali, difficoltà di concentrazione, demotivazione; a livello comportamentale potremmo invece osservare aggressività, assenteismo, mancanza di iniziativa, fino ad arrivare a comportamenti di abuso di sostanze o di alcool.

Quali danni questa sindrome arreca a se stessi e agli altri?
Ogni condizione di stress prolungato, accompagnato da sensazioni di esaurimento fisico e mentale e da pensieri di inadeguatezza e di oppressione, se dapprima coinvolge solo chi ne è direttamente coinvolto in breve tempo pervade l’ambito familiare e sociale.

Con quali conseguenze?
Possiamo riscontrare patologie fisiche (con dolori al petto, alla schiena, disturbi gastro-intestinali) e talora anche sintomi psichici, come depressione, attacchi di panico, irritabilità, apatia. Ci sono persone che reagiscono assumendo dosi eccessive di alcol o buttandosi nell’azzardopatia. È facile capire come tutto questo possa aumentare i livelli di stress nella famiglia e provocare divorzi o episodi di violenza domestica.

Che cosa fare per uscirne? La scelta radicale e migliore sarebbe quella di lasciare la situazione lavorativa che genera stress e passare a fare altro?
Intanto sarebbe utile riconoscere le difficoltà che si provano per affrontarle sia dal punto di vista personale sia dal punto di vista organizzativo. Un professionista è in grado di suggerire al lavoratore strategie di fronteggiamento dello stress più consone al rispetto di se e degli altri per ridefinire degli obiettivi realistici, per separare il lavoro dalla vita privata, aiutando la persona a rafforzare le relazioni positive o a riorganizzare il lavoro per renderlo più vario ed interessante.

Il medesimo aiuto può essere fornito per riflettere sulla possibilità di formarsi e avviarsi verso un nuovo contesto di lavoro.

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