IVREA – Virginio e Carla Carozzi sono stati due grandi amici del Risveglio Popolare: purtroppo entrambi ci hanno ormai lasciato. I figli, nel riordinare le carte di famiglia, hanno trovato questa “Storia semplice” che Virginio, “nonno Gino”, aveva voluto mettere nero su bianco a futura memoria, come ricordo e piccolo insegnamento. E hanno pensato, i figli, che quella “Storia semplice” avrebbero potuto condividerla anche con i nostri lettori…

Al confine sud della Brianza, un tempo detta “Il giardino della Lombardia”, c’è il mio paese. Né bello né brutto, uguale a molti altri, un po’ più di 3 mila abitanti, metà contadini, l’altra metà nelle fabbrichette locali a prevalenza artigianale, e coltivano la terra “a tempo perso”.

A quel tempo di guerra, erano anche generosi i contadini che portavano agli operai i prodotti della terra e della stalla, e si riusciva a vivere. Qualche lite tra contadini era causata da quelle famose pietre di confine tra i campi che si “muovevano” un po’ di qua e un po’ di là ad ogni passar d’aratro. C’erano poi i soliti battibecchi il lunedì mattina, quando nei cortili due file di donne con i propri mastelli stavano una di fronte all’altra a lavare i panni. Le divideva al centro un piccolo fossetto per il drenaggio delle acque sporche incanalate qua e là, a sparire a cielo aperto.

Non c’era la fognatura in quegli anni; c’era però la “Casa del fascio” la sede del partito nazionale fascista, avendo, le due cose, molte caratteristiche in comune. Finiva in quel giugno 1943 l’anno scolastico, ed io, scolaretto di 4ª elementare, ero stato incluso tra i primi tre della classe (al secondo posto) per il premio di fine anno, consistente in un diploma e un libretto di risparmio sul quale era già segnata una certa cifra. Non sapevo di essere tanto bravo, più che altro qualche dote naturale e molto fiato sul collo da parte di mia madre. Venne in classe la direttrice della scuola per consegnare i premi, quando toccò a me disse: “A te diamo il diploma, e il libretto di risparmio lo diamo a Luigi che ha il papà soldato volontario con i fascisti”.

Non successe niente, ma qualcosa mi rodeva dentro, qualcuno aveva gettato un seme; “non sapevo cosa fosse, non conoscevo le parole”. Rimasi amico di Luigi, ma per i fascisti avevo già rifiutato di fare il figlio della lupa (il primo scalino dello squadrismo fascista) e non feci neppure il balilla (secondo scalino).

Venne l’8 settembre 1943 e tutti i soldati italiani che erano acquartierati nelle filande del paese ormai dismesse, fuggirono alla rinfusa, passando prima in molte famiglie a chiedere un abito borghese per potersi rivestire. Ne venne uno anche a casa mia e mia madre gli diede degli abiti di mio padre; s‘incamminava per Salerno, ma in quel tempo laggiù era un inferno. Erano cambiate delle cose, ma certa gente non ancora. Mio padre (artigiano del ferro) che aveva sempre rifiutato la tessera del P.N.F., non ricevette mai commesse di lavoro “speciali” e neppure assegnazioni di ferro e carbone, cose con le quali altri invece si arricchirono.

In seguito il paese fu occupato dai tedeschi che si insediarono nelle scuole, attirando ogni tanto mitragliamenti da parte di aerei nemici.
Il 16 giugno 1944, festa del Sacro Cuore, ero pronto per andare a servire la Messa delle 5,30 e un insolito trambusto sferragliava là per le strade del paese; gruppi di soldati tedeschi e repubblichini entravano nelle case per cercare armi e invece portavano fuori gli uomini allineandoli lungo i muri delle case. Verso le 6 furono condotti sulla piazza del paese.

Io e la mamma andammo con altra gente per vedere cosa succedeva, ma mentre io sgattaiolavo tra le file degli uomini, un soldato tedesco mi afferrò per il bavero strattonandomi un poco, gridando alcune cose.
Pure io risposi gridando: “vado a servire la Messa”… e mi trovai in chiesa solo. Pieno di paura, e qualcosa che rodeva di dentro: “non sapevo cosa fosse, non conoscevo le parole”. Fu la prima volta che vidi una Messa con il prete rivolto verso la gente… che però non c’era, salvo un entrare dentro frettoloso di uomini, a nascondersi sotto i vari altari, fra le pareti interne dell’organo, nel sottotetto della chiesa, tra gli spazi ristretti formati dal raccordo delle volte.

Una giornata terribile, tra pianti, grida e spari. Ne portarono via 96, i più finirono nelle fabbriche della Germania e qualcuno nei campi di concentramento. C’è al centro del paese una chiesetta, Santa Maria, con una Madonna anziana, quella del Venerdì Santo, con una spada infilata nel cuore. Tornarono tutti quegli uomini, finita la guerra. Chi vuole, può collegare le due cose.
Anche per questi fatti “non conoscevo le parole”.

Quell’estate del ’44 non sapevo dell’esistenza in paese del movimento partigiano, che del resto non avrei neppure capito cosa fosse. Mi resi conto molto tempo dopo cos’era quell’incarico che mi avevano affidato di osservare la mattina presto i movimenti di alcune persone e poi riferire.

Andai poi in collegio a Seregno per iniziare le scuole medie e anche lì i tedeschi ed i repubblichini della X MAS avevano requisito una parte del fabbricato e piazzato mitragliatrici in ogni angolo. Verso la metà di aprile del ‘45 installarono sulla finestra del dormitorio, a capo del mio letto, una mitragliatrice, in compagnia della quale dormii per una settimana. Noi ragazzi non sapevamo nulla di quello che sarebbe successo il 25; comunque con la mediazione di un prete del collegio i tedeschi ed i marò si consegnarono ai partigiani e tutto andò bene.

Non al mio paese: la notte tra il 23 e il 24 i tedeschi abbandonavano il paese senza colpo ferire, ma furono ostacolati da un gruppo di partigiani in disaccordo con gli ordini ricevuti dal CLN e con intenzioni disoneste. I tedeschi invertirono i loro mezzi e scaricarono la loro reazione sulle prime case all’ingresso del paese. Due case furono incendiate, di cui una era la mia che stava all’inizio del lato destro. Lascio ad ognuno immaginare i pensieri di mio padre con nove figli piccoli e la casa che bruciava.

Gattonando rasoterra lungo i muri delle case, cercò di andare verso un telefono di amici per chiamare i pompieri. Tante erano le pallottole che fischiavano sopra di lui che non riuscì. Qualcosa andò per il meglio, poiché il soffitto con travi di ferro non cedette e bruciò solo la parte superiore. La mattina del 24 cominciò a piovere e questo aiutò l’opera di spegnimento.

Si contarono due morti tra i civili e alcuni feriti. Dopo alcuni giorni tornai dal collegio per una breve sosta. Mio padre mi raccontava l’accaduto; e qualcosa mi rodeva dentro: “non sapevo cosa fosse, non conoscevo le parole“.

La casa fu riparata anche con un contributo del CLN che collaborava con la Pontificia Commissione di Assistenza per il rimpatrio dei prigionieri. Le cose si calmarono anche per la presenza degli alleati e la vita in paese riprese a riordinarsi un poco.

Più avanti, dopo la scuola media, incominciai a sentir circolare parole mai udite prima: libertà, democrazia. Piano piano capii quella cosa che rodeva dentro, era il seme della libertà che diventava albero. Ora conoscevo almeno due parole per darmi delle risposte.

Cos’era la democrazia? Era quel gioco di una squadra di ragazzini che nascondendo nel pugno un mazzetto di bastoncini di diversa misura, dava l’incarico di capo o comminava una penitenza a chi estraeva il bastoncino più lungo o il più corto. Ogni 25 aprile mi ripasso la lezione; quell’albero ha ancora le foglie verdi.