Strada rossa

La strada di terra rossa si snoda e si addentra come un serpente nella foresta equatoriale, continuamente scompare agli occhi e dopo la svolta riappare, ma non si riesce a vederne la testa velenosa, continuamente nascosta alla vista, fino all’arrivo alla meta.

Quella strada è ad alto rischio, sempre e da sempre, e continuerà ad esserlo fintanto che la situazione politico-militare, dettata da troppi interessi economici locali, nazionali ed internazionali, non cambierà. E non ci sono segnali di cambiamenti in meglio. Neppure quello per trovare una soluzione al problema della cittadinanza e della convivenza tra popolazioni di origini diverse che vivono a ridosso dei confini e gravitano sullo stesso suolo. Anzi, ci sono notizie, per chi vuole conoscere qualcosa che vada al di là del semaforo della tangenziale della propria città o paesello, che da decenni si ripetono, sempre le stesse, insistendo sull’instabilità e i pericoli in quei territori così favorevoli allo scorrazzamento di milizie armate (sono almeno 150-200 gruppi) che provocano distruzione e l’immane, continuo peregrinare di popolazioni alla ricerca di pace e tranquillità che non trovano mai.

Parliamo proprio di quella strada che da Goma sale verso Rutshuru, e poi ancora più su verso Butembo e Beni, la Regione dell’Ituri, attraversando l’immensa foresta tra i vulcani Nyiragongo e Nyamuragira in territorio congolese, e il Karisimbi, Visoke e Mikeno e il parco del Virunga in territorio ruandese e ugandese. Un paradiso della natura, un inferno profondo per gli abitanti e per chi vi opera. Su quella strada maledetta che si nasconde tra alberi possenti, attraversa colate laviche raffreddate, pianure e villaggi, sono morti lunedì l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il suo carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo che li conduceva in quella avventura – che oggi ci appare ancora spericolata, per come viene raccontata – con due sole macchine “normali”, senza una scorta che da quelle parti non può mancare, e ancor meno per il rappresentante di uno Stato che, per forza di cose, corre più rischi di altri. Gli altri quattro componenti della “traversata” sono stati liberati, e salvo è l’italiano vice-direttore del Pam (Programma Alimentare Mondiale o World Food Programme che dir si voglia) che fornirà informazioni più precise sull’accaduto.

Che l’ambasciatore di un Paese straniero (e direi pure di un Paese amico) andasse in quel pericolo lo sapevano solo gli assalitori, che non mancano mai di informazioni sensibili? Il Governatore della Regione del Nord Kivu avrebbe affermato di non essere stato informato della presenza del diplomatico italiano. E tutti gli altri servizi di intelligence – se informati – si sarebbero veramente accontentati di quanto assicurato dal Pam, cioè che la strada era stata perlustrata e giudicata sicura? Se si vuole realmente fare chiarezza attorno a questo terribile incidente mortale bisogna partire da qui. Un percorso impervio ma indispensabile.

In questi giorni tutti gli organi di informazione raccontano di quelle strade pericolose, della guerra perpetua in tutto l’est frontaliero del Paese, delle foreste dove gli assalitori non avvisano certo in anticipo della loro presenza, di fatti simili che sono all’ordine del giorno, di bande incontrollate che saccheggiano, stuprano, uccidono, rapiscono lasciando dietro a sé morte e desolazione. Perché un ambasciatore, di qualunque Paese sia, avrebbe percorso quella strada senza un convoglio armato di scorta, senza un mezzo blindato, senza tutte le noiose ma indispensabili precauzioni che vigono in quella regione? Compreso l’uso degli elicotteri Onu, di cui sovente ci si serve proprio per evitare quella strada pericolosa e sconnessa e risparmiare lunghe ore di faticoso tragitto.

Ora si cercano i responsabili, che non saranno mai identificati, in un aggrovigliamento della matassa di informazioni sull’accaduto, che porterà ad indicare, magari, un colpevole di comodo. In una zona così degradata, e destabilizzata da decenni, la giustizia per tre uomini uccisi (e in rispetto di tutti quelli che lo sono ogni giorno senza finire sui giornali, perché l’abitudine non fa cronaca e ancor meno se si tratta di uomini, donne e bambini che non ci appartengono e non sentiamo nostri perché di altri Paesi così lontani e così poveri) non sarà data dal ritrovamento dei colpevoli.

La giustizia verrà solo dalla garanzia che fatti così gravi non abbiano più a succedere per nessuno, che si tratti di diplomatici, turisti, operatori umanitari, missionari e popolazioni del posto.
Perché quella strada non è sicura.

Non lo era 25 anni fa, quando iniziai come operatore umanitario in quei territori, e non lo era neppure 6 anni fa, quando in quelle zone ritornai e lì misi fine al mio impegno di volontario espatriato. Quella strada non è sicura neppure oggi e non può essere affrontata – o lasciata percorrere – con scarse informazioni e approssimazione di uomini e mezzi di sicurezza. A nessuno.

Il serpente rosso, ancora una volta, ha sputato il suo veleno. Non conoscevo le vittime, Luca, Vittorio, Mustapha. Eppure li sento fratelli, sul comune cammino pericoloso della volontà di mitigare le sofferenze delle vittime del Serpente, del Male.

Tanti fatti ancora sfuggono di ciò che è successo, forse mai li conosceremo: avvolti nel mistero. E voi siete abbracciati dal grande Mistero, che si piega su di voi, grato, e vi ha raccolti lungo la rossa strada nella foresta della vita.

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