Sul Tracciolino, alla (fruttuosa) ricerca di refrigerio: dal caldo e… dal logorio della vita moderna

(di Fabrizio Dassano)

Nella comune ricerca di refrigerio in questi giorni di canicola, Andrate è stata una via termica alternativa di successo: domenica scorsa il livello di concentrazione umana era altissimo (finalmente tantissimi giovani e giovanissimi), Quando verso le 17 riprendiamo l’auto, mi viene in mente di ripercorrere dopo almeno trent’anni il Tracciolino, antica alta via di comunicazione tra eporediese e biellese. Con il mio collega che mi accompagna, iniziamo a percorrere posti sbalorditivi, vedute mozzafiato sulla pianura, baite rese bellissime. Il navigatore fortunatamente non prende bene e poco dopo rientriamo quasi in una dimensione arcaica: sotto di noi il castello di Croce Serra si staglia con la sua figura neogotica come uno sperone sul paesaggio. Lì sorse in effetti una torre, tipo barriera autostradale medioevale, ma quelli dell’eporediese l’assediarono e la smontarono per far circolare liberamente le genti e le cose con il biellese!

Procediamo sulla stradina strettina e recuperiamo anche il rapporto con la faccia di chi provenendo dal senso opposto, ci dà o concede un saluto di ringraziamento quando ci fermiamo per cedere il passo o quando salutiamo noi per primi. Tutto è ovattato, la gente non corre in auto.

Vogliamo andare a vedere la Trappa che rappresenta una misteriosa miscela di religiosità, imprenditoria laniera e Rivoluzione francese. La vediamo sull’altro versante della valle: sembra la fortezza Bastiano del “Deserto dei Tartari” ma immersa nel verde dei pascoli. L’istanza turistica svanisce di colpo. L’auto davanti a noi è ferma, preceduta da uno scooter con una coppia giovane a bordo. Non capiamo cosa c’è, se non un forte odore di animali. Siamo in discesa e spengo il motore di cui mi dà fastidio il rumore. C’è che la donna è scesa dalla moto e cammina con un pastore con lo zaino, il cappello, il bastone, i cani e un mare di agnellini e la barba più vera della mia. La donna li accarezza tutti. Chi rallenta la marcia sono le capre che scavalcano il guard-rail per brucare le verdure che sporgono sulla strada. Nessuno della colonna di auto dietro di noi usa il clacson. Torna un senso del pudore. Andiamo avanti felicemente così per una trentina di minuti, dopo aver inventato manovre acrobatiche per far passare gli altri automobilisti del senso opposto. L’estrema gentilezza dei gesti ci colpisce. C’è ancora qualcosa di sacro in un gregge?

Al ponte del Rivo Canale c’è uno slargo e il gregge lascia la strada. Ora possiamo procedere. Davanti c’è un ragazzo con un’altra muta di cani che governa la testa del gregge. Pochi chilometri e lasciamo l’auto sul Tracciolino e scendiamo attraverso il sentiero nel bosco dove una musica elfica ci raggiunge e ci lascia interdetti. Lì c’è un posto in cui fanno i concerti nella foresta. Scendiamo ancora e arriviamo alla Trappa. L’accoglienza è singolare. Era come se ci aspettassero. Una donna con lo zaino ci porta ad esplorare ogni anfratto, ogni iscrizione, ogni stanza e ogni cantina. È una officina sacra di cultura e passione laica. Ci fermiamo a mangiare parlando prima con il cuoco e i gusti dei piatti sul tavolato sotto un albero non fanno che confermare tutto il resto. La donna che ha speso più di un’ora con noi si congeda con lo zaino in spalla e parte scendendo la mulattiera per Sordevolo in mezzo ai pascoli dell’imbrunire. Dalle stanze escono degli ospiti tedeschi, uno di loro suona quello che sembra un bandonion. Non so. È tutto sospeso. Andiamo via con la consapevolezza di lasciare un posto unico. Facciamo ancora altri 8 chilometri e raggiungiamo il santuario di Oropa, caffettone al Derio e ritorno silenzioso a Ivrea. Saluti e a casa.

Al parcheggio del giorno dopo devo caricare il passeggino, lo zainetto a forma di coccinella del mio nipotino di due anni e mezzo e anche lui. Una macchina con un tipo che ha fretta, con la faccia da politico che, eletto dal popolo, si crede Dio, mi manda un sacco di energia negativa mentre aspetta che io lasci libero lo stallo del mio parcheggio. Ci impiego il tempo che serve. Quello sbuffa, ha fretta, ma non ha la faccia di uno che deve correre in ospedale per assistere sua madre, poi strombazza con il clacson e agita le mani. Io fermo la mia azione, istintivamente, lentamente, porto la mano alla fondina della pistola che non ho. Con un sorriso sulle labbra.

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