Il terribile flagello del maltempo

Dagli Anni ’90 del secolo scorso abbiamo subito in maniera sempre più destabilizzante la tempesta di informazioni meteorologiche. Se andremo avanti così presto avremo masse di dimostranti in piazza che protesteranno contro il freddo d’inverno e il caldo d’estate. A Viverone compariranno i primi pinguini stanziali.
Tutta colpa dei babilonesi che iniziarono a farsi troppe domande sul meteo. Non da meno fu Aristotele ai tempi dell’Antica Grecia. Il termine “meteorologia” risale infatti a μετεωρολογικά (in latino Meteorologica), titolo del suo infausto libro scritto intorno al 340 a.C. che presenta osservazioni miste a speculazioni sull’origine dei fenomeni atmosferici e celesti. Secondo me l’inizio del male è quel genio greco. Ma dall’altra parte del globo non stavano con le mani in mano: ai tempi della dinastia cinese Han il filosofo Wang Chong nell’80 d.C. effettuò una serie di studi sui fenomeni meteorologici e fisici di una certa rilevanza.
Ma fu l’avvento della diffusione di massa dell’informazione meteorologica a diminuire la qualità della vita perché grazie alle televisioni e ai giornali, tutto il mondo seppe con grande sconcerto che il 9 luglio 1995 in Florida (USA), durante un intenso temporale, un fulmine si scaricò su una fossa biologica. L’esplosione consequenziale fece volare in aria un settantenne che era tranquillamente seduto sul water. Da lì sono iniziati i guai seri: gli “psicodrammi meteorologici”.
I miei nonni d’inverno uscivano fuori solo per dar da mangiare agli animali da cortile e prendere la legna della stufa. Mio nonno tra la nebbia, avvolto nel suo mantello di lana, con un cappellaccio nero in testa, ogni tanto inforcava la bicicletta e spariva nella nebbia delle risaie. La stalla era attaccata alla cucina e non si doveva nemmeno passare da fuori. Mi avevano pure costruito un’altalena nella stalla con le mucche. Era un ambiente caldo: il gatto dormiva sulla branda e io sull’altalena guardavo le mucche che ruminavano tranquille. Ogni tanto andavo a controllare la nonna che preparava il pranzo sulla stufa. Mi sembra di aver vissuto nel film “L’albero degli zoccoli” di Olmi.
A quei tempi, il tempo meteorologico lo si viveva. Era lui che scandiva la giornata. Oggi facciamo la guerra al tempo con le parole e ci facciamo aumentare le paranoie. Sul telefonino campeggia inquietante in primo piano l’icona del meteo.

Fabrizio Dassano