Tra Platone, fascismo e bolscevismo sull’Amba Aradam sventola il tricolore

IL NOSTRO CENTENARIO. LE PAGINE CHE HANNO FATTO IL PUNTO DELLA STORIA

(Fabrizio Dassano)

Nell’ambito del centenario del nostro giornale, tocca oggi alla prima pagina de Il Risveglio Popolare del 20 febbraio 1936 scelta ed illustrata da Fabrizio Dassano che, da storico, tende ad analizzare ciò che accadeva e a come lo si presentava ai lettori dell’epoca.

L’editoriale di Ernesto Casalis in prima pagina, ci fa tornare alla interessante figura di questo prete salesiano giornalista: nato a Sommariva Bosco (Cuneo) il 9 febbraio 1877, ordinato sacerdote nel 1900, fu vicecurato a Poirino e poi nella parrocchia del Corpus Domini a Torino diventandone Canonico della Collegiata; morì a Torino il 9 agosto 1964.

Don Casalis assunse la direzione della “Voce del-l’Operaio/Voce del Popolo” dal 1927 al 1947 e del quotidiano “Il Momento”. A riguardo, così si era espresso: “Io diressi il giornale durante l’epoca fascista, con nessuna libertà, con enormi restrizioni, quando bastava un aggettivo o un avverbio per essere chiamati in Prefettura con la minaccia di sequestri o di sospensioni. Andai migliaia di volte in Prefettura, non solo ad audiendum verbum, ma anche per ricevere istruzioni, perfino di carattere tecnico, sulla posizione degli articoli e dei titoli. Sotto di me il giornale non fu mai sequestrato e gli stessi capi fascisti mi dicevano che sapevo tenermi a galla”.

Nella prima pagina del Risveglio del febbraio 1936, Casalis prendeva di mira la Russia di Stalin con “Il cerchio di Platone”: commentava la notizia riportata dalla stampa internazionale sull’apertura di Mosca ad una specie di regime parlamentare e ad un corpo legislativo autonomo. I commenti erano stati dei più vari, improntati sulla non credibilità del comunicato stampa sovietico, strumento per rendere più passabile il regime agli occhi delle potenze occidentali per stringere accordi commerciali e militari, di cui la Russia aveva profondo bisogno. Ma tra apparenza e realtà, Casalis era disilluso sulle vittorie in campo sociale del bolscevismo e tra realtà e apparenze, ci metteva in mezzo Platone. Proprio in quell’anno Stalin promulgò la nuova Costituzione sovietica del 1936, adottata il 5 dicembre e conosciuta anche come “Costituzione di Stalin”, ridisegnò la forma di governo dell’Unione Sovietica, sostituendo la Costituzione sovietica del 1918 e quella integrativa del 1924.

La Costituzione, promulgata in piena epoca stalinista, abrogò le restrizioni sul diritto di voto, istituì il suffragio universale diretto e contemplò nuovi diritti dei lavoratori che si aggiunsero a quelli già previsti dalla costituzione precedente, ammorbidendo leggermente le restrizioni religiose. E questa fu l’apparenza. In realtà restò in parte disattesa per lungo periodo, soprattutto nella parte dei diritti civili, vista la contemporaneità dell’emanazione della costituzione con le Grandi Purghe che costò la vita a circa tre milioni di persone eliminate come “nemiche del popolo”. Di fatto venne sospesa durante gli anni della seconda guerra mondiale. Nel 1947 subì alcune aggiunte e modifiche minori da parte del Soviet Supremo, ma rimase in vigore fino alla promulgazione della Costituzione del 1977.

Casalis per l’epoca non ci aveva visto male. La chiosa ovviamente serviva a tener buona la prefettura: “il popolo russo, dalla sua anima letargica, avrebbe potuto esprimere al comando del suo destino un Benito Mussolini? E quand’anche vi fosse riuscito, come avrebbe saputo comprenderlo e seguirlo?”.

Con tanto di cartina geografica in prima pagina, il nostro giornale portava nelle case della diocesi la guerra che avevamo scatenato in Etiopia con la notizia della grande vittoria dell’Endertà citando il bollettino di guerra n. 126: “la battaglia dell’Endertà, iniziata l’11 corrente e sviluppatasi ieri 15 con accaniti combattimenti a sud di Macallè è vinta. Il 1° e 3° Corpo d’Armata hanno raggiunto tutti gli obbiettivi loro assegnati, superando la tenacissima difesa dell’armata di ras Mulughieta. Sull’Amba Aradam, baluardo della difesa nemica, sventola la bandiera italiana, issatavi da un reparto di Camicie Nere(…)”.

A quel punto l’avventura era costata un migliaio tra morti e feriti italiani e circa 7000 etiopi comprese le vittime dell’attacco aereo italiano a Tecazzè. La notizia era circolata per radio con ogni dettaglio e la popolazione di Ivrea era accorsa per piazzare e inalberare i tricolori per celebrare la vittoria. Ma da allora in Italia si sviluppò una nuova parola: “Ambaradan” che indicava e indica guazzabuglio, gran confusione, un’impresa complessa una baraonda.

E in effetti la battaglia fu un gran caos tra i 70mila uomini italiani e ascari guidati da Badoglio contro 80mila etiopi peggio armati. Durante la battaglia alcuni reparti tradirono ras Mulughieta e si misero con gli italiani, altri scapparono e i reparti italiani si trovarono spesso disorientati dal fronte di battaglia. In più l’aviazione italiana martellava gli etiopi in ritirata. Non si capiva più nulla. Era proprio un ambaradan.

In questo numero si ricordava anche la figura, sconosciuta ancora oggi, di Prospero Taparelli d’Azeglio. Il gesuita e filosofo che inventò l’idea e il termine di “Giustizia sociale” e fu uno dei primissimi teorici del principio di sussidiarietà. Nato nel 1793 assunse, morì a Roma nel 1862. Infatti la storiografia si sofferma sui liberali Roberto (1790-1862) e Mas-simo (1798-1866) Taparelli d’Azeglio, senatori del Regno d’Italia, ma si astiene dal ricordare la figura del fratello Prospero, cofondatore e direttore, insieme a padre Carlo Maria Curci S.J. (1809-1891), de “La Civiltà Cattolica”.

Egli si contrappose, con la sua grande intelligenza, attraverso libri, articoli, libelli e vivaci dibattiti pubblici, alle modalità con le quali veniva compiuto il Risorgimento italiano ai danni della Chiesa. Era il quarto di otto figli di Cesare (1763-1830), conte di Lagnasco e marchese di Mon-tanera-d’Azeglio e della contessa Cristina Morozzo di Bianzé (1770-1838).

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